NET01 Io amo e odio Menelik / E03

Io amo e odio Menelik

L'esperienza di un eritreo in Italia e le sue aspettative deluse, tra la scoperta del negazionismo europeo e della schiavitù.

Io amo e odio Menelik

Non siamo in favore di alcun potere gerarchico o patriarcale. Non vogliamo, con la figura di Menelik II, sostenere il re, il guerriero. Neanche la persona. Cerchiamo invece di raccontare una storia, la nostra storia, quella etiope e eritrea, quella (rimossa) italiana. Cerchiamo di capire il più importante simbolo antimperialista africano, la sua forza, la sua capacità di destare l’Europa dalla cecità della sua presunta superiorità razziale. Ma anche i suoi lati oscuri. Lo facciamo nel modo in cui crediamo sia efficace, vale a dire partendo dalla nostra storia personale. Dalla mia, in questo caso. 

Nel 1991 la guerra tra Etiopia e Eritrea stava finalmente volgendo al termine. Fu una guerra a cui presero parte decine di migliaia di eritrei al grido di libertà dal dominio etiope dell’infame Haile Selassie, l’imperatore, e successivamente dal colonnello Menghistu Hailemariam, leader del Derg, governo militare etiope. Dopo trent’anni di lotta armata, la resistenza eritrea vinse la guerra e ottenne l’indipendenza. Un nuovo stato africano era appena nato. Il processo di costruzione fu lungo e cominciò almeno un secolo prima. 

Io sono nato durante la guerra di indipendenza. I miei genitori erano entrambi impegnati nella rivoluzione sin dagli anni Settanta

Io sono nato durante la guerra di indipendenza. I miei genitori erano entrambi impegnati nella rivoluzione sin dagli anni Settanta, quando il Derg rovesciò il trono di Haile Selassie con un colpo di stato, ponendo ne alla linea di successione etiope. Prima di unirsi ai ribelli, mio padre aveva frequentato le scuole italiane volute da Mussolini, che era stato sconfitto in Eritrea nel 1941, quando il paese fu annesso alla federazione di stati guidata da Haile Selassie. Dopo l’indipendenza ho potuto anche io studiare in scuole italiane, diplomarmi al liceo e riuscire fortunosamente a scappare dalla leva forzata con un volo per l’Italia nell’estate del 2006.

Alla fine dell’estate ero su un treno diretto a Firenze da Roma Termini. Stavo per cominciare l’università. Alla stazione, non ci credevo, c’erano molti giovani eritrei che passeggiavano o erano seduti sugli scalini. Avevo lasciato l’Eritrea un mese prima e sapevo che molti di noi erano fuggiti dal paese, ma non avevo idea dove fossero finiti. Non ci volle molto perché diventassimo amici. Molti erano solo di passaggio, destinati ai campi di pomodori del Sud. La schiavitù a cui erano destinati quegli amici è viva nei titoli di giornale ancora oggi, ma allora era la prima volta che ne sentivo parlare. Sapevo già delle piantagioni in cui gli eritrei erano costretti a lavorare come schiavi quando gli italiani colonizzarono quella piccola nazione sul Mar Rosso, ma non ero consapevole che i discendenti dei nostri avi colonizzati dagli italiani avrebbero ricevuto lo stesso tra amento qui, oggi, proprio ora.

C’era già una certa ostilità nei nostri confronti, che fosse la TV italiana che puntualmente si riferiva in maniera inclemente ai migranti fuggiti dall’oppressione, o il cassiere del supermarket che ci spiava e ci seguiva mentre facevamo compere. Ero stupito dal sottile razzismo che subivo ogni giorno e continuavo a ripetermi: Gli italiani si sono scordati cosa ci hanno fatto? Non dovrebbero essere un po più clementi? Lo so, è da ingenui.

La vita in Italia mi sembrava impossibile, e così me ne andai l’anno seguente, insieme alle migliaia di giovani italiani che ancora oggi lasciano il paese a causa della disastrosa condizione economica in cui si trova. Non molto dopo, nel 2008, Berlusconi stringeva con Gheddafi lo storico patto con cui l’Italia si impegnava a pagare 5 miliardi di “risarcimenti per i misfatti coloniali”. Leggendo queste notizie, fui colpevole di un’altra ingenuità. Anzi due: era forse questa trattativa un primo passo per far riconoscere agli italiani i crimini di cui si macchiarono in Africa, aiutando così questi paesi a rimettersi in piedi? Sarebbe naturalmente toccato anche all’Eritrea? 

Fu invece l’ennesima delusione. L’accordo fu in realtà un pagamento diretto a Gheddafi, alla soglia dei suoi 40 anni di dittatura in Libia, per assicurare all’Italia un accesso al petrolio, di cui la Libia possedeva le più grandi riserve in Africa. L’accordo specificava inoltre che il regime di Gheddafi si occupasse di arginare il flusso di migranti che partivano verso l’Italia. 

Un decennio dopo, la famosa “crisi dei migranti” in Europa appare quotidianamente su tu i i giornali. Ciò che è chiaro, almeno per coloro che riescono a leggere oltre la retorica dell’invasione, è la continua negazione dell’interferenza europea nelle questioni africane.

Le intrusioni italiane negli affari libici sono pari solo al costante diniego delle proprie responsabilità coloniali

Mentre l’influenza politica tra stati è all’ordine del giorno, le intrusioni italiane negli affari libici sono pari solo al costante diniego delle proprie responsabilità coloniali.
Sebbene molti commentatori della situazione in Libia ammettano oggi le aberranti condizioni in cui i migranti si trovano costretti, perfino alcuni giornalisti esperti non riescono a fare a meno di biasimare l’Africa. In una recente puntata di Piazza Pulita, il 7 marzo 2019, Alessandro Sallusti dimentica clamorosamente di menzionare la vendita di armi italiane alle milizie libiche, accusando il governo di aver portato la situazione allo stremo. Ancora peggio, riporta minuziosamente come l’Africa abbia fallito nel produrre una classe dirigente affidabile, e come, guardando alle crisi attuali, sia l’Africa da incolpare, non l’Europa. È questo il tipo di negazionismo che l’Europa continua a usare retoricamente, mentre ha ancora le mani nella marmellata.