Editoriale

Estratto dall'editoriale che apre il numero zero di menelique magazine. Come lo pronunci, menelique?

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Come lo pronunci, menelique? Forse nello stesso modo in cui dici il nome del Negus Menelik II, a cui si ispira questo progetto editoriale, e quindi /’menelik/? O magari viene istintivo francesizzarlo: /mene’lik/? Può darsi che sia spagnolo, /mene’like/, ma in fondo parliamo di una rivista in italiano, quindi sarebbe coerente chiamarlo /mene’likwe/. È difficile capire come dirlo, forse perché menelique è un esperimento che ha uno scopo impronunciabile: decolonizzare l’Italia, favorendo l’articolazione di una coscienza politica postcolonialista e intersezionale.

Decolonizzare l’Italia significa estirpare le supremazie culturali e sociali che si manifestano con violenza più o meno evidente tra italiani e migranti, tra uomini e donne, tra nord e sud, tra centri e periferie, tra culture occidentali e gruppi sociali che si pongono come alternativi. La completa assenza di queste sensibilità nella sinistra italiana ha permesso negli ultimi anni la moltiplicazione di ferite che hanno lacerato un tessuto sociale già sfibrato da politiche del lavoro  fallimentari e inique.

Vogliamo rispondere a questa disperazione aprendo spazi di confronto per l’azione politica, proponendo teoria e approfondimento a un pubblico aggiornato.

Vogliamo rispondere a questa disperazione aprendo spazi di confronto per l’azione politica, proponendo teoria e approfondimento a un pubblico aggiornato e desideroso di narrazioni stimolanti, rianimando la ricchezza tematica e stilistica dei discorsi politici e culturali, e cercando un nuovo Gramsci e una nuova Luxemburg che possano aiutarci a sezionare il presente e costruire assieme un futuro. Vogliamo farlo veicolando tramite questo stesso cammino l’idea che il lavoro intellettuale, culturale e creativo, richiedendo conoscenze, talento e professionalità, non può piegarsi all’attuale sistema di sfruttamento che nega riconoscimento e retribuzione adeguati ai lavoratori e alle lavoratrici del settore.

Sappiamo che questo è un percorso tortuoso, ma abbiamo deciso di farlo assieme, a partire dalle nostre esperienze, dai tentativi quotidiani di decolonizzare il nostro stesso pensiero e le nostre vite, mettendoci in gioco e rischiando quindi di sbagliare. Sbagliare, come ho fatto nella prima redazione di questo editoriale, scrivendo che il nostro gruppo di professionisti del mondo editoriale, di militanti, creativi e artisti, di accademici e giornalisti è a maggioranza femminile. Nonostante chi sta scrivendo sia un uomo, forse è meglio dire che il nostro gruppo di professioniste del mondo editoriale, di militanti, creative e artiste, di accademiche e giornaliste è a maggioranza femminile. Abbiamo tutte fiutato il pericolo del momento storico in cui viviamo e abbiamo sentito l’urgenza di agire, unendoci in un collettivo editoriale. I neofascismi si stanno organizzando a livello internazionale, i Trump, Bannon, Bolsonaro, Salvini, Orbán si moltiplicano e spesso oscurano la minaccia conservatrice e ugualmente repressiva dei Trudeau, Macron e Renzi.

Ora o mai più, se non vogliamo svegliarci tra dieci anni per renderci conto che è troppo tardi.

Ora o mai più, se non vogliamo svegliarci tra dieci anni per renderci conto che è troppo tardi, che è tutto accaduto sotto ai nostri occhi. Ognuna di noi sente il disagio del deserto intellettuale in cui viviamo, incapace di arginare la cultura dell’odio che occupa sempre più sfere della vita pubblica. Tutte siamo costrette a fare compromessi, ma c’è un limite oltre al quale non siamo disposte a collaborare. Il nostro limite è giunto e abbiamo deciso di rispondere con menelique.

Monogramma menelique magazine. Chiara Simoncelli per Bobòk Studio.

È forse un esperimento impronunciabile anche la progettazione grafica e comunicativa di menelique, realizzata di notte, come pirati, grazie al lavoro di Fabrizio Soldano (Sketchin) per lo studio grafico Bobòk, con il sostegno della type foundry AlfaType. Politico è stato anche il loro lavoro. Ci siamo chiesti perché le donne, grazie alle quali si regge l’editoria italiana, quando si parla di letture politiche sono in numero inferiore rispetto agli uomini. Uno studio condotto da menelique con la Oxford Brookes University ha infatti rivelato che in questo settore solo il 28,1% del pubblico è costituito da donne, contro il 70,8% di uomini. Crediamo che buona parte delle responsabilità di questa sproporzione sia degli editori. Temi e visual design nell’editoria politica italiana sono evidentemente pensati per un pubblico maschile. Stiamo provando a superare questo limite, proponendo una identità visuale e un progetto editoriale che mira alla gender neutrality. Accanto a questo, vogliamo svecchiare il canone stantio dell’editoria politica e segnare il passo nel visual design cartaceo e digitale italiano, perché la ricerca di un linguaggio comune a più gruppi sociali e a più generazioni non può prescindere dalla cura grafica, oltre che da quella editoriale. Accessibilità significa anche agire con le sole immagini, studiare un layout contemporaneo che favorisca la leggibilità, e studiare un design che abbia l’ambizione di non copiare ciò che era in voga dieci anni fa negli USA.

Seguendo queste coordinate, Chiara Simoncelli, un membro del collettivo grafico Bobòk Studio, ha progettato il nostro logo e ha presentato un monogramma, quella “m” con uno strano accento, che si ispira alla seconda varietà grafica offerta dagli alfabeti kurdî, amarico, arabo. Secondo Chiara quegli accenti sono anche dei “pugnetti”, simbolo di braccia piegate nella lotta, presente in molta cartellonistica propagandistica. Con la forza di questi pugnetti abbiamo respinto alcuni tentativi di disturbo del nostro cammino da parte di liberal(i) che riducono la lotta politica a interessi personali. Non ce l’hanno fatta. Ho tra le mie mani, e spero lo abbia presto anche tra le tue, il numero pilota di menelique magazine.

Nei prossimi sei mesi proveremo a fare esperimenti per vivacizzare l’asfittico deserto intellettuale italiano e, se sarai dei nostri, l’esperimento menelique non morirà e saremo in grado di lanciare un progetto ancora più ambizioso. Puoi diventare nostro complice in questo progetto: sostienici leggendo menelique, parlandone con i tuoi amici e colleghi, scrivendoci cosa ne pensi e quali direzioni dovrebbe prendere, quali temi affrontare, quali autori e illustratori coinvolgere. E soprattutto abbonati: non abbiamo case editrici o capitani d’industria alle nostre spalle, ci sei solo tu.

Il numero pilota, con cui vogliamo presentare questo progetto, si apre con una domanda: c’è vita in Europa?
Durante la campagna elettorale per le elezioni europee 2019, partiti e media mainstream sono occupati a costruire una narrazione epica di un moderato conflitto tra sovranisti e liberal(i). L’importante è alimentare la sistematica denigrazione di ciò che è “altro”, altro rispetto all’Italia, nel primo caso, altro rispetto all’Europa, nel secondo. È più che mai evidente che parlare di Europa come alfiere imprescindibile di democrazia non sia più possibile. I motivi possono essere molti. Forse perché l’Europa si è costruita su un progetto economico, anziché politico. O forse perché l’antifascismo non è stato in grado di permeare i palazzi del potere, che hanno favorito il nascere di neofascismi contemporanei, accogliendoli nelle loro stanze. O forse, infine, perché la sinistra partitica negli ultimi trent’anni ha perseguito il Third Way Centrism, adottando politiche liberali e diventando una destra dal volto buono.

No. Il motivo è più semplice: Europa non è mai stata sinonimo di democrazia. Europa ha significato e significa ancora oggi cieca supremazia di gruppi sociali su altri. Manca nel dibattito pubblico europeo questa consapevolezza, manca una prospettiva intersezionale che metta in rilievo la specificità di ogni alterità che nasce dall’oppressione operata dal modello-Europa, prima colonialista, ora ridotto a esercitare prevaricazioni interne su minoranze. Questa situazione rende l’Europa un pianeta a sé stante, chiuso e escludente, del quale sembra legittimo chiedersi se esistano forme di vita che possano abitarla. La risposta, per ora, sembra essere negativa. Minoranze e periferie sono silenziate e ignorate, sfruttate e istigate all’odio. È quindi necessario un processo di terraformazione dell’Europa, vale a dire un insieme di pratiche che permettano a questo continente di diventare vivibile per tutte e tutti.