NET01 Io amo e odio Menelik / E01

Menelik II

Menelik II, da schiavo a Re d'Etiopia, simbolo dell'anticolonialismo africano. Ha sconfitto l'Italia nella sua corsa alla colonialonizzazione in Africa.

Menelik II

Nel diciannovesimo secolo, sebbene il Regno di Aksum era crollato da tempo, le leggende sul legittimo erede al trono del Re Salomone e della Regina di Saba, vale a dire Menelik I, creavano ancora scalpore tra i re locali. Intorno al 1850, prima dell’arrivo degli italiani, un re etiope di Dembiya, sul Lago Tana, cercò di unificare diverse regioni sotto la guida di un unico condottiero in nome della stirpe salomonica. Spostò la capitale a Magdala, portando con sé le famiglie dei suoi avversari come prigionieri.

Il suo nome da imperatore era Tewodros II. Tra i suoi prigionieri c’era un giovane principe della provincia di Scioa, Sahle Mariam Hailemelekot, più tardi noto come il negus Menelik II. Ostaggio fin da dodicenne, Menelik riuscì a fuggire all’età di ventuno anni, tornando a casa sua, Scioa, come re.

Da allora Menelik fu ufficialmente in lotta per il trono. La violenta presenza dei coloni europei era penetrata a fondo nella regione, diventando un’arma fondamentale per i re etiopi. Ben presto si aggiunsero gli italiani, il cui dominio si concretizzò con l’acquisto del piccolo porto di Assab da parte della compagnia navale italiana Rubattino, che lo comprò dal sultano di Rahayta nel 1869. Profitto e onore avevano spinto il governo italiano a commissionare l’acquisto. Il nordest africano era diventato velocemente importante con l’inaugurazione del Canale di Suez due giorni prima dell’affare di Assab, e l’Italia si apprestava a entrare nel gioco coloniale al meglio.

Nel 1887, con Crispi al governo, le possibilità di una guerra a Yohannes IV d’Etiopia divennero più concrete. Come nel più classico degli scenari coloniali, la potenza di turno cercava di rendere più fluido il processo di governabilità del Sud del paese, mirando a una guerra di espansione. Puntando a detronizzare Yohannes, gli italiani provarono a farsi amico Menelik offrendogli ciò di cui più aveva bisogno per sfidare Yohannes: fucili.

In seguito alla morte di Yohannes IV, forte delle armi che ricevette dall’Italia, Menelik si autoproclamò re dei re d’Etiopia il 25 marzo 1889. Menelik e Crispi erano favorevoli alla firma di un trattato che consolidasse il potere di uno e l’influenza dell’altro sul territorio. Menelik voleva ciò che lo aiutasse a rimanere al potere, le armi. Dal canto suo, l’Italia voleva continuare a espandersi fino a controllare tutta la regione. Due mesi dopo l’incoronamento, nel maggio del 1889, Menelik firmò con l’Italia il noto trattato di Wuchalle. La situazione era instabile nella penisola post-unificazione, e un’Italia unita solo di nome non riusciva a arginare le migrazioni di massa verso le Americhe e a contrastare la feroce povertà. Pietro Antonelli, delegato alla corte di Menelik, ideò insieme a Crispi un trattato che avrebbe reso a tutti gli effetti l’Etiopia subordinata all’Italia. L’articolo 17 del Trattato di Wuchalle recita diversamente in amarico: l’Etiopia può usare l’Italia come intermediaria nelle questioni internazionali. Menelik venne presto a sapere di questo trucco. Provò a risolvere la questione in maniera diplomatica, ma dopo quattro anni di trattative denunciò la truffa nel 1893.

Se l’opinione pubblica si era divisa sulla prima spedizione coloniale di Crispi, l’umiliazione del generale Oreste Baratieri nella battaglia di Amba Alagi provocò un desiderio di rivincita che portò il governo a investire 20 milioni di lire in una vera e propria campagna militare in Etiopia, con le insistenze di Crispi. Nel febbraio del 1896, le forze di Menelik erano pronte a ricevere l’esercito italiano nei pressi di Adua, per quella che sarebbe stata la prima guerra italo-etiope. Quelli che gli italiani definirono “barbari” mostrarono ai colonizzatori quanto fossero “civilizzati” in realtà. Dopo la sconfitta di Adua, gli italiani ritirarono le loro truppe dall’Abissinia.

La disastrosa e costosissima campagna in Africa, già denunciata da alcuni italiani, portò alle dimissioni di Crispi. Se prima Menelik veniva demonizzato e raffigurato con un barbaro signore della guerra, la gente ora manifestava per strada urlando il suo nome. Veniva riportato nei giornali al pari di von Bismarck, da molti considerato il genio militare di quei tempi. Le orde di selvaggi africani armati di lance e spade erano di colpo diventati eroi patriottici, difensori della libertà. A un anno dal trattato di Addis Abeba, dopo altri patti con i francesi e i britannici che si impegnavano a trattare l’Etiopia alla pari di altre nazioni, Menelik era riuscito a legittimare l’indipendenza e la sovranità della sua nazione.

Per l’Italia, che già aveva organizzato spedizioni punitive per vendicare lo smacco di Dogali, la sconfitta di Adua provocò profondi danni nella psiche nazionale, che riaffiorarono tra le peggiori atrocità nel tentativo di Mussolini di riconquistare l’Etiopia di Haile Selassie tra il 1935 e il 1937. Prima del genocidio nazista venne infatti quello italiano, con l’aberrante uso di bombe a gas su civili e soldati etiopi. La seconda guerra d’Abissinia e l’occupazione dell’Etiopia terminarono con la sconfitta delle forze fasciste in Eritrea da parte degli inglesi nel 1941.

Ciò che è importante ricordare è quello che da Menelik possiamo imparare. La sconfitta di una potenza coloniale europea da parte di un re africano ha scosso il mondo di allora. Se esisteva una retorica razzista e gerarchica giustificata principalmente da un motivo religioso di vicinanza a dio, le recenti teorie di Darwin del 1859 rinforzarono i preconcetti della predominanza biologica dell’uomo bianco su altre razze. Coloro che attinsero da queste teorie per le loro carriere politiche, spesso non riuscirono a prevedere sarebbero stati sconfitti al loro stesso gioco. L’errore cruciale dei generali italiani fu quello di considerare gli etiopi una razza inferiore e quindi incapace di astuzie contro la modernità di un’armata europea. La cosa che più mi sorprende è che continuarono a ritenerli inferiori anche e soprattutto dopo le sconfitte di Dogali, Amba Alagi e Mekele. Sia Crispi che i generali sul campo erano chiaramente il prodotto di un darwinismo sociale che prese piede in Europa e negli Stati Uniti dopo che le idee alla base de L’origine della specie furono tradotte in termini politici. Nel nuovo modo di concepire il mondo, i “caucasoidici” erano classificati in cima alla graduatoria umana, seguiti dai ‘mongoloidi’ nel mezzo e dai “negroidi” in fondo, considerati a malapena umani. Come poterono allora gli italiani sottovalutare le precedenti umiliazioni quando già erano stati parecchi i segnali di una sconfitta europea durante gli sforzi coloniali?

Eppure, io cerco di guardare a questa figura in altri modi. La violenza del pensiero e dell’ego coloniale non sono state completamente estirpate. Gli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan ne sono un drammatico esempio. Menelik (come tanti altri nomi) ci ricordano della pericolosità dell’epistemologia acritica e egoistica del mondo occidentale. La creazione di un pensiero universale e orientalista (patriarcale, gerarchico, razziale) ha costruito secoli di violenza fisica e verbale che solo una decolonizzazione costante e imperterrita della mente può aiutare a disarticolare quelle unità ontologiche che creano subalternità tra razze, generi e culture diverse.