NET00 Neofascisti al Salone / E01

Altaforte fuori dal Salone. Tracciare una linea contro il Red Washing.

Dopo il dibattito che ha portato all’esclusione della casa editrice di CasaPound dal Salone abbiamo bisogno di serrare i ranghi. E forse anche di un nuovo concetto: Red Washing.

Altaforte fuori dal Salone. Tracciare una linea contro il Red Washing.

Non è il momento di festeggiare per una modesta vittoria, cioè l’esclusione della casa editrice di CasaPound dal Salone del Libro 2019. Negli ultimi giorni è accaduto qualcosa di molto grave che ha rivelato il pessimo stato di salute del sistema culturale italiano e la sua incapacità di agire in modo unitario di fronte alla strategia dei neofascisti. La loro strategia è semplice: acquisire piccoli spazi di legittimazione in eventi come il Salone del Libro per arrivare a giustificare la propria presenza in un futuro governo leghista. Ne abbiamo già parlato qui. Non si è però discusso in modo corretto del fatto che, nonostante la vittoria della pratica del No Platform adottata dal Wu Ming, il mondo editoriale italiano si sia schierato in massa per la presenza critica al Salone.

È arrivato il momento di chiamare le cose con il proprio nome: Red Washing.

Parliamo delle figure eminenti che hanno sostenuto gli “scudi di libri”. Questi liberal hanno più o meno consapevolmente praticato una strumentalizzazione dell’antifascismo, vestendosi di rosso per costruire un’immagine di sé politicizzata e impegnata. Nonostante molti di loro siano mossi da buone intenzioni, è bene capire che queste azioni sono pericolose tanto quanto quelle dei neofascisti. È arrivato il momento di chiamare le cose con il proprio nome: Red Washing.

Il Red Washing, o “lavaggio rosso”, è una pratica adottata negli ultimi anni da alcune multinazionali, come Pepsi o Gillette, che consiste nel brandizzare le lotte politiche per attuare forme di tribal marketing. Scopo del marketing tribale è la costruzione di una comunità fortemente identitaria e escludente attorno a un prodotto o a un brand. Quale modo è più efficace per costruire una comunità se non usare l’immaginario della sinistra, che si fonda sul conflitto tra classi sociali e sulla costruzione di comunità? In fondo, questa idea è in linea con lo sviluppo della storia recente del marketing, che si è spostato dalla centralità del prodotto (Ford), a quella dello stile di vita (D&G), per arrivare alla sua ultima fase: vendo la tua appartenenza a un gruppo. Hanno fatto dell’assorbimento della sfera politica da parte di quella commerciale il loro obiettivo, e ci stanno riuscendo. Dal lavaggio rosso da parte dei pubblicitari per le grandi corporations a quello più modesto dei liberal nostrani il passo è breve, e la modalità più diffusa con cui vogliono fregiarsi della carica di antifascisti è l’organizzazione di letture.

Organizzare reading di fronte allo stand di Altaforte e proporre scudi di libri in fondo sono pratiche molto simili a quelle che gli stessi liberal attuano quando si parla di periferie, dove l’idea migliore che hanno è quella di tenere lezioni di Marx nei quartieri popolari. Sono tutte pratiche che nascondono l’ignoranza dei liberal nei confronti dei neofascisti, nei primi due casi, e un violentissimo classismo nel terzo. Il rapporto da docente a discente è evidente: sono poveri e ignoranti (tutti, neofascisti e “popolo”), quindi se gli intellettuali portassero il loro sapere a quelle persone non avremmo questa cultura dell’odio.

Non dobbiamo andare nei quartieri a portare la buona novella. Non siamo missionari, né predicatori

No: i neofascisti hanno bisogno di essere esclusi dal Gioco del Mondo (come recita lo slogan del Salone del Libro 2019), così come gli abitanti dei quartieri popolari non hanno bisogno delle vostre lezioni e delle vostre letture. Non dobbiamo andare nei quartieri a portare la buona novella. Non siamo missionari, né predicatori. Essere nei quartieri, come presidio locale anche di mutualismo, è assolutamente fondamentale, ma realizza il suo ruolo nel creare una comunità, non nell’impartire una educazione centralizzata e rigida. Sarebbe il caso di decostruire anche la narrazione per cui i neofascisti sono i soli nei quartieri, mentre la sinistra è scomparsa. Questo è clamorosamente falso. Se le sedi del partito, per ovvie ragioni, sono scomparse, e se il PD si è rintanato nei centri città, quelli che gli anglosassoni chiamerebbero grassroots activists sono gli unici a essere presenti quotidianamente. Sono a fianco di chi lotta per la casa, senza distinzione di razza, stranieri o italiani, fanno attività sociali e di mutualismo sul territorio, come doposcuola e asili autogestiti, sportelli legali, ripetizioni. Sono la linfa dei quartieri.

È decisivo tracciare una linea contro il Red Washing e capire quando abbiamo a che fare con la brandizzazione di lotte politiche per un semplice motivo: abbiamo bisogno di personalità che producano idee e sezionino la realtà per risanare il tessuto sociale sfibrato dalla propaganda conservatrice, non di buoni maestri. Nell’autunno del 1964, gli studenti di Berkeley dopo mesi di sit-in, assemblee pubbliche e violenti scontri con le forze dell’ordine decidono di occupare l’università della California. Mossi dall’impeto riescono a entrare nella sede principale della UC, ma non hanno alle spalle esperienze di occupazione, il ‘68 non c’è stato ancora. Cosa fanno? Chiamano quello che nel mentre era diventato il loro Guru, Paul Goodman, figura centrale della controcultura anarchica statunitense. Incuranti che il povero Paul vivesse a New York, lo svegliano alle 3 del mattino e gli fanno una semplice domanda: Paul, abbiamo occupato, e ora che cosa facciamo?

Ecco, nella redazione di menelique ogni tanto ci divertiamo a fare un gioco, chiedendoci chi potrebbero chiamare gli studenti oggi, se dovessero occupare uno spazio. In questa lista a nostro parere dovrebbe essere presente Michela Murgia, dalla quale molti noi hanno imparato a prendere coscienza delle proprie subalternità e delle violenze perpetuate dai gruppi sociali a cui apparteniamo. Ma se a un “Michela, abbiamo occupato, e ora che cosa facciamo?” la risposta dovesse essere “Uno scudo di libri”, la nostra fiducia in questa intellettuale verrebbe subito meno. Abbiamo bisogno di più coraggio, Michela, di posizioni nette. L’anno prossimo vogliamo vedere queste reazioni decise anche nei confronti delle case editrici che veicolano la cultura dell’odio che dovremmo avversare tutte e tutti, e che da anni occupano il Salone senza che nessuno ne parli, come GOG o Historica.

È importante iniziare a considerare l’importanza del chi, oltre a quella del cosa. Non è certo la piccola editoria che deve rinunciare al Salone

A questa riflessione però manca un pezzo fondamentale. Una parte importante che Carla Panico, con un suo pezzo sul Femminismo Bianco, ci ha aiutato a considerare: è importante iniziare a considerare l’importanza del chi, oltre a quella del cosa. Non è certo la piccola editoria che deve rinunciare al Salone. Non sono i piccoli editori a fare lavaggio rosso con la loro presenza, non sono loro a vestirsi indebitamente da partigiani. Se avessero rinunciato infatti avrebbero rischiato di pagare le pesanti penali previste dai contratti già firmati. Se Eleuthera o Nero avessero scelto di abbandonare la manifestazione, non avrebbero adottato la giusta prassi del No Platform, ma quella del martirio. Avrebbero dovuto affrontare probabilmente la chiusura delle loro attività editoriali, che invece sono preziose per sopravvivere nel deserto intellettuale in cui viviamo. Non è questo che ci serve.

Foto: https://www.salonelibro.it/