NET00 Dispacci da Riace / E03

Mimmo Lucano

Chi è Cosimo u zoppu, la persona che ha insegnato la lotta politica a Mimmo Lucano?

Mimmo Lucano

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Mimmo Lucano è a Caulonia Marina, dove sconta il suo esilio. Ci incontriamo in un “bar con una grande vetrata, dove c’è la rotonda per Riace”. L’ho cercato, decifrando le sue frettolose indicazioni, finché mi si è schiantato di fronte, nella sua statura media, nel suo aspetto comune, nel suo atteggiamento modesto, in quel volto stanco. Il sindaco calabrese più famoso di tutti i tempi sfoglia nervoso un giornale, il suo telefono continua a squillare e io, mortificata, non vorrei privarlo della poca pazienza che gli è rimasta. Cosa pretendere ancora da lui? Detto, si è detto tanto, ma nessuna delle acute riflessioni confezionate ha tamponato la mia insofferenza. Prendo coraggio.

Sindaco, l’esperienza di Riace aveva restituito dignità a tanti, soprattutto ai calabresi. La Calabria è stata finalmente raccontata non più come terra da cui scappare, ma come terra d’approdo. Non ‘ndrangheta, ma modello ammirato in tutto il mondo. Siamo stati percepiti come il popolo capace di rigenerazione e accoglienza. Si è fatto presto a distruggere tutto questo, quasi a volerci avvertire, qualora avessimo iniziato a crederci: è tutto inutile, non cambierà mai niente.

“La Calabria ha conosciuto una continua criminalizzazione delle persone che hanno voluto farsi carico delle istanze degli ultimi. Quello che è successo a Riace conta numerosi precedenti. Per fare solo un esempio, possiamo citare la Repubblica Rossa di Caulonia, dove si volle seguire una legge che non era solo quella dei potenti, ma un modello che rendesse giustizia a chi non aveva nulla, alle persone povere.
Dar vita a una comunità che restituisca dignità agli immigrati, ma anche alla popolazione riacese, è stata la mia occasione da sindaco di Riace per la mia comunità, ma lo sarebbe stata per la Calabria tutta, che è una terra di ultimi.

Ci dividono, ci denigrano, e non ne veniamo a capo

Tutti i tentativi fatti in Calabria per uscire dalla povertà e guadagnarsi il proprio riscatto sembrano destinati a non aver successo, a dover inesorabilmente soccombere. Ci dividono, ci denigrano, e non ne veniamo a capo”.

Non solo tutti i tentativi sono stroncati sul nascere, ma la narrazione dell’intera storia calabrese dipende da conservatori che hanno fatto dei comunisti indistintamente briganti, dei ribelli malavitosi, dei sindaci furbetti di paese o incapaci, dei politici tutti truffatori. Amministrazioni comunali democraticamente elette sono state sciolte con troppa facilità, retate sensazionali e pubblicamente celebrate che poi si sono rivelate dei flop, popolazione carceraria eccessiva: questo è il contesto in cui tocca analizzare la situazione della Calabria e le accuse rivolte a Mimmo Lucano. Azionata la macchina mediatica delle accuse, è stato fin troppo facile etichettare l’esperienza “Riace” come un caso di cattiva amministrazione (al pari di tante altre). Il pregiudizio secolare subito dai calabresi ha investito violentemente questa esperienza di rinascita, mentre la cronaca giudiziaria oscurava e metteva in dubbio la spontaneità del sistema di accoglienza.

Credi che sia ancora possibile realizzare una società più giusta?
“Se non ci credessi più la mia vita non avrebbe senso. Sono sempre stato convinto che non stiamo al mondo solo per un’opportunità individuale: c’è qualcosa di più, di più profondo e di più alto, che riguarda anche la collettività. Nella mia esperienza da sindaco a Riace ho trovato l’occasione per rendere realtà il sogno proletario, perché i rifugiati sono gli ultimi, sono i disperati del mondo. La comunità riacese ha spontaneamente condiviso il dolore e i bisogni di questa gente: insieme siamo diventati protagonisti del nostro territorio. Per una volta la sinistra è andata, per così dire, al potere. Durante la nostra amministrazione ha governato l’idea dell’uguaglianza. Non dobbiamo subire chi è più in alto gerarchicamente: partiamo tutti dalla stessa posizione umana di uguaglianza. Non ho fatto il sindaco per essere il primo, tant’è che gli impiegati stessi mi trattavano come ultimo.

Avevo sempre visto il potere con sospetto, ma ho potuto utilizzare la posizione di sindaco per cercare di costruire una società dell’uguaglianza

Questo era uno dei conflitti etici che ho dovuto risolvere: avevo sempre visto il potere con sospetto, ma ho potuto utilizzare la posizione di sindaco per cercare di costruire una società dell’uguaglianza. È per questo che non ho voluto candidarmi al Parlamento europeo, eppure me lo hanno chiesto in tanti. Preferisco candidarmi al Consiglio comunale di Riace, dare il mio contributo, di nuovo, ripartendo da zero. Chiaramente non posso essere solo e non lo sono. Ci deve essere sempre qualcuno con cui costruire, se poi questo qualcuno diventano molti, meglio ancora.”

Mimmo non è una novità per il Sud, è figlio della storia del meridione. È necessario conoscere la storia delle lotte per la terra, delll’eccidio di Melissa, dei rapporti tra la ‘ndrangheta e lo Stato, dell’evoluzione di questo fenomeno criminale.

È necessario cancellare la vergogna e il senso di subalternità che i meridionali si portano addosso

È necessario cancellare la vergogna e il senso di subalternità che i meridionali si portano addosso, insieme all’accusa di essere loro stessi il problema, perché inetti o delinquenti. Narrazione che stronca ogni tentativo di rinnovamento e che muove la popolazione altrove.

“Ho imparato che quell’utopia che cercavo disperatamente negli anni delle lotte politiche esisteva in Calabria, nelle persone che non hanno pregiudizi, e anzi hanno la fierezza di incontrare l’altro, anche nella povertà, nel non avere nulla, nella generosità e nell’umiltà. Essere nella Calabria poco contaminata dal consumismo e essere parte della sinistra libertaria è la storia di Riace, che adesso vive un momento di sconfitta. Quel processo, nato in maniera spontanea dopo uno sbarco, aveva significato per i paesi delle cosiddette aree interne un’idea di sviluppo ecosostenibile, legata alle dinamiche del territorio, alla sua dimensione, in cui si sperimentava il turismo solidale, dove fiorivano le botteghe di artigianato etnico, dove funzionava la fattoria didattica, che adesso è blindata. C’è un’area a Riace che chiamiamo “Parco delle montagne”, dove è stato fatto un lavoro di recupero urbano con terrazzamenti e muri a secco. Si è organizzata la raccolta delle acque, perseguendo la riqualificazione di un luogo frequentato dalle portatrici d’acqua e impiegando gli asini autoctoni. Ebbene, a questo parco hanno appena messo i sigilli, perché pare mancassero i certificati di agibilità nei ricoveri degli asini. Mi chiedo e vi chiedo: qual è il ruolo dello stato? Quello di blindare i territori, quello di penalizzarli? Quello di sciogliere i consigli comunali, così da interrompere il ciclo della democrazia? Perché le autorità non indagano sulla gestione della sanità e dell’ospedale di Locri, piuttosto che accanirsi instancabilmente su Riace?

Quel processo collettivo, fatto di progetti gestiti, ma anche dalle attività collaterali che si sviluppavano intorno, è stato distrutto a tavolino. Dopo due anni di intercettazioni su di me hanno accertato che non ho mai preso un euro, ma ciò non è bastato a evitare che ci togliessero tutto.”

A un certo punto, nel dibattito politico italiano due personaggi calabresi hanno dominato protagonisti: uno sei tu, l’altro è Minniti. Cos’è successo?

“Non conosco Minniti, proveniamo da storie completamente diverse. È sempre stato un uomo di partito, e ha impiegato man mano ruoli molto importanti. Inevitabilmente, da quando è diventato Ministro degli Interni ci ho avuto a che fare. È un uomo della nostra terra, perciò mi sarei aspettato un sussulto di orgoglio per Riace. Ma Minniti non ha fatto altro che affossare i consigli comunali, salvo poi dire, per propaganda politica, che stava con Riace, ma questo non è vero.

Minniti ha aperto la strada a un governo che fa della disumanità la sua ragione di essere

È Minniti che sull’immigrazione ha aperto la strada a un governo che fa della disumanità la sua ragione di essere. Continuo a fare dichiarazioni che sarebbe egoisticamente più utile non fare, soprattutto adesso. Ma nelle occasioni in cui incontro la gente, sento l’obbligo di non dire “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”: queste parole non devono servire. Dobbiamo essere liberi di parlare per costruire società più giuste, in cui ci sia verità. Ho sfidato un pensiero che non dovevo permettermi di toccare. Forse sono stato incosciente, ma dovevo provarci. Adesso so cosa significa l’applicazione e l’accanimento della legge non legata a un’idea di giustizia sociale. La legge, per essere giusta, deve perseguire l’idea dell’uguaglianza.
Però ora vorrei parlarti di un altro calabrese, un ciabattino di Riace. Non dico che si debba procedere come lui, perché oggi ci sono altri mezzi e non è necessario seguire il suo esempio, ma questa persona mi ha aiutato molto a comprendere la realtà.
Lo chiamavamo Cosimo u zoppu, perché una malattia lo aveva colpito nell’infanzia e lo aveva reso invalido per la vita. Ha fatto quasi vent’anni di carcere. Era figlio di un calzolaio che confezionava gli stivali per l’equitazione. Era veramente un maestro. Chiaramente, quelli che potevano permettersi questi stivali, i suoi clienti, erano benestanti. Cosimo non poteva sopportare che i poveri camminassero scalzi. Questa storia lo ha infastidito al punto che, quando il padre smise di lavorare perché invecchiato, decise di diventare un “fuorilegge”. Continuò a lavorare in bottega e decise di non si farsi pagare dal popolo, però, dovendo campare, cominciò a rubare e a fare carcere. Cosimo andava in galera con spirito di solidarietà. Voleva condividere il dolore e capire cosa può significare l’esperienza di essere rinchiuso presso i centri di detenzione. Lo faceva per umanità, per condividere non solo i suoi averi, ma tutto ciò che poteva dare. Cosimo era zoppo, perciò immaginate il momento in cui carabinieri lo arrestavano tenendolo per le braccia e lo portavano in caserma: è una scena che ho ancora in mente.

Cosimo u zoppu rubò il furgone della Galbani per condividere il bottino con i barboni alla Stazione Centrale

La notte di Natale di tanti anni fa, a Milano Cosimo u zoppu rubò il furgone della Galbani per condividere il bottino con i barboni alla Stazione Centrale. Succedeva che si recasse a Messina, radunasse gli studenti universitari riacesi e offrisse loro la cena al ristorante. Era così che impiegava i soldi che riusciva a procurarsi. Non sopportava i detentori di ricchezze smodate e considerava una missione essere solidale al popolo, soprattutto a quello carcerario.
Nel mio immaginario lui era il sogno proletario di libertà”.

La storia di Riace e di Mimmo Lucano è iscritta in un processo globale che in Calabria si svela con grande crudeltà: la continua espulsione dei poveri dal mondo del benessere. Chi si aspetta che Mimmo Lucano abbia congegnato un meccanismo complesso, che abbia predisposto un piano articolato per portare un piccolo borgo condannato all’estinzione a diventare simbolo di rigenerazione, chi si aspetta da lui manuali e ricette sbaglia. Mimmo è perseguitato politicamente perché ha dimostrato che una società nuova è possibile e la sua realizzazione è alla nostra portata. Ha mostrato al mondo che la dimensione della piccola comunità può convivere con una dimensione multietnica, senza che vi sia alcun pericolo di sopraffazione. La popolazione riacese era tornata a crescere, in controtendenza rispetto all’impetuoso spopolamento della Calabria. Le scuole erano tornate a popolarsi di bambini, in una Riace in cui non nasceva più nessuno. Mimmo ha sbugiardato secoli di menzogne, rubando la scena ai professionisti dell’antimafia: ha mostrato ai giovani che la ‘ndrangheta non è l’unica dimensione possibile in Calabria. Tutto ciò è davvero difficile da perdonare.