NET00 Dispacci da Riace / E01

La Repubblica Rossa di Caulonia. Un assalto al cielo

Caulonia 1945. Il popolo si ribella ai soprusi. La ricerca dell’uguaglianza e della libertà viene repressa come un qualsiasi fenomeno criminale, e in seguito condannata all'oblio.

La Repubblica Rossa di Caulonia. Un assalto al cielo

Ci sono fatti irrisolti della nostra storia di cui è necessario ripristinare la verità, per capire il potere delle destre e i pericolosi argomenti di cui si servono. Uno di questi si è consumato nei giorni in cui le città del nord Italia venivano liberate a opera dei partigiani, ma ben più a Sud, a pochi chilometri da Riace: la Repubblica Rossa di Caulonia veniva barbaramente repressa. Si è trattato di un assalto al cielo, tentativo esasperato di mille contadini e braccianti calabresi di emanciparsi dalla propria situazione di subalternità.
Disperati, poi consegnati alla storia come mafiosi.

In perfetta continuità con i fatti che andiamo a raccontare, Salvini ha recentemente rinnegato la celebrazione della Liberazione, usando come argomento proprio l’impegno (ma quale?) nella lotta alla mafia. Non è possibile reagire con un “me ne frego di Salvini”: la posta in gioco non è certo la festa dei nonni che sta a cuore a Di Maio.

La scorsa primavera i documenti relativi alla Repubblica, custoditi dalla Prefettura, sono stati finalmente resi pubblici (forse per negligenza) e depositati presso gli archivi di Stato di Reggio Calabria.

È maturato il tempo di riscattare la memoria di questa storia, non certo per assolvere tutti, ma per riconoscere le trappole del potere.

Nella Calabria del 1945 non pareva essere avvenuta alcuna liberazione, tutto era uguale a prima: lo stesso ufficiale delle imposte, lo stesso comandante dei carabinieri, lo stesso podestà, che però ora tornava a chiamarsi sindaco. L’ordine sociale, ancora sostanzialmente feudale, affamava i contadini. I privilegi dei proprietari terrieri avevano resistito al fascismo e al suo crollo, bloccando il progresso in nome dei diritti proprietari, mai guadagnati col sudore del lavoro, ma con la fortuna della nascita. Il popolo aveva perso i propri ragazzi, partiti e morti in una guerra che non sentivano vicina, di cui non capivano il motivo. Esausto per la guerra, era malnutrito e malato, le vite erano misere, la mortalità elevatissima.

A Caulonia, a causa di un impasse in cui era incorsa la classe dirigente in uscita, gli Alleati intervennero perché fosse nominato sindaco l’antifascista Pasquale Cavallaro, maestro elementare,  avendo riconosciuto in quest’uomo la persona più vicina al popolo. La classe dirigente in uscita non vide di buon occhio questa nomina, di cui riteneva di dover decidere la sorte. Si raccontò dell’uomo come di un criminale: egli in effetti era stato in carcere, perché aveva disertato la guerra del 15-18, e certamente nel periodo trascorso in prigione entrò in contatto con qualche “maffioso”, come molti comunisti oppositori del fascismo. Si tentò di fare terra bruciata attorno a Cavallaro, ostacolando l’insediamento della sua giunta. Poi, per l’intero anno del suo mandato, un accanimento giudiziario senza precedenti interessò i componenti dell’amministrazione comunale comunista.

Il 6 marzo 1945 fu proclamata la Repubblica Rossa di Caulonia. La scintilla che portò allo scoppio della rivolta fu l’arresto del figlio del Sindaco Cavallaro, ennesimo atto di guerra contro l’amministrazione e il popolo contadino vessato. Furono occupate le stazioni del telegrafo e la caserma dei Carbinieri. La bandiera rossa sventolava sul campanile della città e Cavallaro fu nominato presidente di quel tentativo di riscossa e di uguaglianza. La Repubblica Rossa di Caulonia durò solo quattro giorni. Poi la dissoluzione, gli arresti, il revisionismo storico, l’oblio.

La Repubblica fu rubricata come un fatto delinquenziale, ma la verità è che i protagonisti della rivoluzione furono gli straccioni, che venivano dalle campagne, senza scarpe: erano i pecorai, braccianti, contadini, mulattieri, caprai, reduci di guerra, ex servi, artigiani, ed è in questa straordinaria partecipazione che si rinviene la grandezza (e la pericolosità!) della Repubblica.

Criminalizzare la rivolta fu l’alibi per giustificare l’intervento massiccio delle forze dell’ordine

Criminalizzare la rivolta fu l’alibi per giustificare l’intervento massiccio delle forze dell’ordine, a sostegno dell’ordine costituito offeso (carabinieri, magistratura, monarchia, chiesa). Il Generale Brunetti chiese l’impiego di mille uomini, carrarmati e cannoni per annientare questi “straccioni”. I rivoltosi non abbozzarono alcuna forma di resistenza, grazie all’intermediazione di Musolino (esponente del PCI), passività che probabilmente salvò molte vite, -ma scontarono sulla propria pelle una punizione esemplare indirizzata a chiunque (e ovunque) avesse soltanto in mente di provarci di nuovo.

Furono fermate circa 1000 persone, quasi 400 furono arrestate. Dopo essere stati catturati, gli straccioni furono costretti a passare in mezzo a due ali di “picchiatori”, un centinaio di persone che avevano la licenza di malmenarli. Incatenati l’uno con l’altro, i rivoltosi venivano portati all’ex macello di Caulonia, inondato d’acqua in modo che non si potessero sedere. Lì rimasero rimanevano rinchiusi fino al trasferimento al carcere di Locri, che avveniva su camion scoperti in cui stavano a testa china, per manifestare vergogna. Tra i rivoltosi, un centinaio furono trattenuti in carcere per ben due anni prima ancora di essere processati.

Alcuni morirono nei giorni a seguire, perché non sopravvissero ai pestaggi. Qualcuno invece non ebbe neppure il tempo di accorgersene, come Michele Pachì, vittima di uno scambio di persona. I carabinieri cercavano Ferdinando Fantò, componente del tribunale del popolo, ma fallirono il loro colpo da cecchini. Uccisero al suo posto un contadino, padre di quattro figli minorenni, che neppure aveva partecipato alla rivolta. L’omicidio rimase, ovviamente, impunito.

Allora come oggi, l’unica risposta della classe dirigente fu la repressione. Si disse che la Repubblica era stato un fatto di mafia: si condannò un intero popolo affamato -e non gli autori dei fatti di reato di cui si era accertata la verità.
Non si intervenne per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo, né per abbozzare un’altra qualsiasi risposta di civiltà. La classe politica di sinistra aveva denunciato le barbarie commesse contro i contadini insorti, anche in occasione delle successive occupazioni delle terre. Poi, però, anche questa cedette alla narrazione egemonica e si chinò, subalterna, per sopravvivere ai meccanismi della politica nazionale. Probabilmente, se il PCI avesse fatto pesare di più questa spinta di emancipazione che veniva dal sud, questo sarebbe entrato con più forza nella storia.

Simili risposte muscolari si sono impiegate costantemente in Calabria. Basti pensare all’uso smodato della legge sullo scioglimento dei comuni, allo sproporzionato impiego di forze dell’ordine nelle operazioni di “giustizia”: dal sequestro dei documenti del comune di Riace, allo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando (presso la quale non era in atto alcuna rivolta!). Salvini insiste retoricamente sulla lotta alla mafia nel Mezzogiorno e ciò rappresenta il secolare disimpegno della classe politica nell’affrontare i problemi del sottosviluppo, della povertà e della generale depressione in cui versa il Sud Italia.

il sottoproletaiato del Sud ora è dormiente, ma i fuochi torneranno ad incendiare.

Gli ultimi hanno la necessità dell’incendio

Gli ultimi hanno la necessità dell’incendio. Non certo a causa della loro etnia (o come direbbe qualcuno della loro inclinazione razziale), ma per struttura della società: per un fatto sociale di organizzazione, o meglio di mancanza di posti di lavoro.  Cosa succederà allora dipenderà dalla capacità della sinistra di essere la sinistra del popolo. Se non troverà la sponda della sinistra e dei sindacati, il popolo continuerà a plaudire Salvini, che promette la sua riscossa, additando come nemico chi sta ancora più in basso nella piramide sociale, e che è percepito come un concorrente nella lotta per il pane. Questo è successo a San Luca, a Rosarno, a San Ferdinando, ad Afragola.

Tutto è possibile. Nei momenti più impensabili può scoppiare la rivolta.

Tu da che parte stai?