NET00 Quattro onde alle spalle del femminismo bianco / E04

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Primo dei quattro articoli "Quattro onde alle spalle del femminismo bianco" del numero zero di menelique magazine. Durante questa campagna elettorale avremmo voluto sentire parlare di postcolonialismo, per riconoscere i nostri privilegi storici, e di femminismo, per dare un nome alla nostra subalternità

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In questa campagna elettorale vorrei sentire più spesso due parole: femminismo e postcolonialismo. Non “politiche per la parità di genere”, ma femminismo; non “crisi europea dei migranti”, ma postcolonialismo.

Tuttavia, se mi chiedessi come si conciliano il femminismo e il postcolonialismo, devo ammettere che avrei non poche difficoltà e che risponderei diversamente in diversi momenti della mia vita. Femminismo e postcolonialismo: sono le due anime di pensiero, lotta e analisi del mondo in cui iscrivo buona parte della mia formazione politica e in base alle quali definisco il mio percorso di studio e di militanza. In queste settimane estenuanti di confronti elettorali, i politici si sono occupati di parlare del cosa, di programmi, di promesse, di argomenti più o meno solidi e di alleanze, ma non basta. Oggi sono giunta alla conclusione che la profonda connessione tra quelle due anime è qualcosa di urgente tanto quanto il cosa, e cioè è il continuo, instancabile e faticoso esercizio di chiedersi: chi sta parlando? A partire da quale storia?

Quel che intendo con queste domande apparentemente banali è che non basta più la sola attenzione alle pratiche discorsive che tutti i vari post-qualcosa ci hanno insegnato a prendere drammaticamente sul serio, ma che ancora troppo spesso viene meno in momenti di intenso dibattito pubblico, come durante questa campagna elettorale. La mera considerazione delle pratiche discorsive infatti si scontra con la necessità di incarnare i soggetti del discorso stesso, ossia di considerare importante il chi parla tanto quanto il cosa viene detto.

Non voglio dare spazio a chi ha parlato abbastanza, quindi mi concentrerò su chi è stato escluso dal discorso

Non voglio dare spazio a chi ha parlato abbastanza, quindi mi concentrerò su chi è stato escluso dal discorso, ma prima è importante notare come questo approccio che incarna parole e discorsi ha delle dimensioni materialissime che si dispiegano nel tempo e nello spazio.

Il tempo, ovvero la Storia. Quale Storia si carica sulle spalle chi sta parlando? Quali variabili e quali lotte la hanno resa soggetto della possibilità di raccontarsi? E quali egemonie, storicamente, la avevano esclusa dall’accesso a questa narrazione di sé che ci rende presenti al mondo?

Lo spazio, ovvero quella politicissima questione di chi e come si disegnano le mappe, si impongono le geografie, si tracciano frontiere e confini. Mi riferisco al nostro posto e a quello degli “altri”, il lugar de fala, che è il luogo fisico da cui parliamo e al tempo stesso è molto più di questo. L’ho imparato da Gramsci, mi riferisco a quel materialismo geografico che veicola nelle mappe i rapporti di forza. Rapporti che portano molto spesso i nomi di punti cardinali e che in fondo, ma anche in superficie, esistono e hanno senso solo perché relazionali.

In quanto donna bianca con cittadinanza europea, il postcolonialismo mi ha insegnato a riconoscere i miei privilegi storici senza viverli come una colpa morale o una offesa al mio personale pedigree di attivista. Lo dice Stuart Hall, “Le identità culturali provengono da qualche parte, sono il risultato di storie. Le identità sono nomi che diamo ai modi diversi in cui ci posizioniamo e veniamo posizionati dalle narrazioni del passato.”

Il femminismo mi ha mostrato l’importanza della mia vulnerabilità e mi ha insegnato la forza di chiamare con il proprio nome le mie subalternità.

In quanto precaria, straniera, oggetto sessualizzato e desessualizzato a seconda delle convenienze del contesto, vittima di molestie e violenze, come tutte noi, eternamente non abbastanza e al tempo stesso “troppo” intelligente, figura materna e responsabile, sorella, compagna, figlia e nipote, terrona quanto basta per poter essere esotizzata, (ma non troppo, sia mai il mio accento mi rendesse meno credibile!), in quanto tutto questo e molto altro, il femminismo mi ha mostrato l’importanza della mia vulnerabilità e mi ha insegnato la forza di chiamare con il proprio nome le mie subalternità.

In questa indissolubile contraddizione e in questa necessità di infilarci nell’intersezione tra soggetto e assoggettamento, per molte di noi il postcolonialismo ha investito le nostre vite nella forma della fascinazione per i testi delle femministe nere degli USA, delle lotte delle donne indigene del Messico o delle combattenti curde. Nei movimenti femministi delle ultime generazioni abbiamo compreso l’importanza di imparare dalle esperienze di altre donne e di donne “altre”.

Nel femminismo ci sono ancora delle ferite non ricucite

Eppure, diceva una mia splendida amica durante l’organizzazione dell’8M, nel femminismo ci sono ancora delle ferite non ricucite. Questa frase si agita nella mia testa da molto tempo e mi ha fatto pensare a una espressione molto diffusa nel pensiero postcoloniale, che è quella di “ferita coloniale”: questa ferita indica la permanenza del colonialismo nelle relazioni di potere odierne, relazioni materiali, culturali, di genere, razziali e politiche, ma evoca anche una eredità coloniale incarnata nella dimensione corporea. Can the subaltern speak? è il testo più conosciuto della intersezione tra femminismo e postcolonialismo.

Il colonialismo può essere sintetizzato nella formula “uomini bianchi che salvano donne nere da uomini neri”

Qui Gayatry Spivak ci dice che il colonialismo può essere sintetizzato nella formula “uomini bianchi che salvano donne nere da uomini neri”. In questa espressione, la studiosa indiana esprime bene la relazione storica tra potere coloniale e uso strumentale del femminismo bianco, una relazione che si riproduce in una immensa quantità di processi storici e che vediamo tristemente ancora esemplificata dal modo in cui l’Europa costruisce e conferma l’ossessiva islamofobia intorno ai corpi delle donne musulmane.

Ci sono ferite coloniali nella difficoltà di includere nel femminismo le violenze sui corpi delle donne

E ancora, vediamo ferite coloniali nella razzializzazione del lavoro di cura, esternalizzato a seconda dei luoghi del mondo a donne nere, indigene, est europee; nella frequente invisibilità delle lotte di donne periferiche che non si sentono rappresentate nelle categorie del femminismo bianco; ci sono ferite coloniali nella difficoltà di includere nel femminismo le violenze sui corpi delle donne Romaní, su cui i fascismi contemporanei europei costruiscono una significativa egemonia. Donne che incarnano sul proprio corpo queste contraddizioni, donne che in vari modi rappresentano o si sentono rappresentate come “le periferie” dei movimenti europei. Ascolterò queste donne nelle prossime pagine, e mi racconteranno in prima persona il modo in cui hanno vissuto l’esperienza della ferita coloniale nelle proprie lotte. Non tutto quello che leggiamo è semplice da accettare, ma uno dei modi migliori per curare le nostre ferite è entrare nel meraviglioso processo di ascoltare le donne in lotta. Tutte.

Il femminismo della quarta onda è capace di parlare a tante e con tante, di raccontare la violenza e il silenziamento, di dare voce alla precarietà e alla vulnerabilità

A partire dalle contraddittorie e confuse identità che animano la mia presenza al mondo, accolgo con entusiasmo la convinzione che finalmente il movimento femminista abbia abbastanza forza da non dover più temere di affrontare le sue contraddizioni. Il femminismo della quarta onda è capace di parlare a tante e con tante, di raccontare la violenza e il silenziamento, di dare voce alla precarietà e alla vulnerabilità, di dare soprattutto un senso politico alle nostre vite migranti e a permetterci di costruire in ogni posto del mondo “una piccola casetta” fatta di alleanze tra donne diverse, di lotte in molte lingue e di molte lingue in lotta. Forse, se guardiamo nel fondo di questo femminismo, capiremo che sarà finalmente in rado di affrontare la pesante necessità della decolonizzazione delle nostre vite. È un percorso ancora in atto, può spaventarci, mi spaventa, ma lascia al tempo stesso una grande energia, infonde la forza delle nuove alleanze che ancora non abbiamo stretto.

Come il femminismo ci ha insegnato a abbracciare e celebrare i nostri corpi imperfetti, così sta facendo con i corpi imperfetti dei gruppi sociali che ci formano e che da noi sono formati. Guardo la frase di Franz Fanon che campeggia su questa parete, sopra al mio letto. “Oggi noi crediamo nella possibilitá dell’amore: per questo ci sforziamo di individuarne tutte le storture, tutte le imperfezioni”. Che il femminismo sia questo amore imperfetto e possibile, questo amore per il possibile.