Tactical Briefing

David Graeber è il principale promotore di #Occupywallstreet e siede accanto alle massime figure della storia dell’anarchismo, come Bakunin, Malatesta e Goodman. Hope in Common è stato pubblicato su Adbusters #82 con il titolo Tactical Briefing. Le influenze del pensiero di Mark Fisher sono evidenti. La versione completa di questo saggio è sul numero zero di menelique magazine (traduzione di Tommaso Grossi).

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Abbiamo raggiunto una impasse.

Il capitalismo che abbiamo imparato a conoscere sta lentamente cadendo a pezzi. Ma mentre le istituzioni della finanza vacillano e crollano, non sembra esserci una chiara alternativa. La resistenza organizzata è frammentata e incoerente; i movimenti di giustizia sociale sono solo un’ombra del passato. Vi è motivo di credere che, in una generazione o quasi, il capitalismo non esisterà più: per la semplice ragione che è impossibile mantenere un motore di crescita perpetua e infinita in un pianeta finito. Messi di fronte a questa prospettiva, la reazione impulsiva (anche quella dei “progressisti”) è spesso, per paura, quella di tenersi stretto il capitalismo, semplicemente perché non riescono a immaginare un’alternativa che non sia peggiore.

La prima domanda che dovremmo porci è:

Come è potuto accadere? Per gli esseri umani è normale essere incapaci anche solo di immaginare come sarebbe un mondo migliore?

La disperazione non è naturale. Ha bisogno di essere prodotta. Se davvero vogliamo capire questa situazione, dobbiamo iniziare col capire che gli ultimi trent’anni hanno visto la costruzione di un vasto apparato burocratico per la creazione e la conservazione della disperazione. Una specie di macchina gigantesca che è progettata innanzitutto per distruggere ogni idea di possibile alternativa futura. Alle sue fondamenta, una vera e propria ossessione, quella dei potenti, di impedire ai movimenti sociali di germogliare, fiorire e proporre alternative. Che quelli che si battono contro il potere non possano, in nessuna circostanza, credere di poterlo sconfiggere. La manutenzione di tale apparato richiede un esteso numero di corpi di polizia, soldati e celle; diversi sistemi di sicurezza privata, eserciti; macchine di propaganda di ogni immaginabile forma e varietà, molti dei quali non attaccano l’avversario frontalmente, ma producono anzi un intenso e penetrante clima di paura, di conformità sciovinista, e una semplice ma costante angoscia capace di rendere ogni pensiero di cambiamento una pigra fantasia. La manutenzione di tale macchina sembra addirittura più importante, per gli esponenti del “libero mercato”, della stessa manutenzione di un’economia di mercato sostenibile.

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Se la storia dei movimenti per la giustizia sociale ci insegna qualcosa, è che non appena sembri esserci un senso d’apertura, una speranza, cominciamo troppo presto a fantasticare. È quello che è successo effettivamente a fine anni Novanta, quando sembrava, anche solo per un momento, che potessimo fare progressi verso la pace nel mondo. Negli Stati Uniti degli ultimi cinquant’anni, ogni volta in cui sembra ci sia una possibilità di fare passi avanti verso una pace sociale, accade sempre la stessa cosa: l’emersione di un movimento sociale radicale e dedicato ai principi della azione diretta e della democrazia partecipativa, che mira a rivoluzionare il senso stesso della vita politica. A fine anni Cinquanta, le manifestazioni per i diritti civili; a fine Settanta, il movimento anti-nucleare. Questa volta è successo su scala globale, con i movimenti per la giustizia sociale che hanno fronteggiato il capitalismo a viso aperto. Questi movimenti riescono a essere straordinariamente efficaci. Pochi capiscono che una delle ragioni principali per cui il nostro movimento nasceva e moriva in modo così rapido era che aveva raggiunto i suoi obiettivi davvero velocemente. Nessuno di noi sperava, mentre eravamo occupati a organizzare le proteste a Seattle nel 1999 o al meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington DC nel 2000, che nell’arco di tre o quattro anni, il WTO (World Trade Organization) sarebbe collassato, che le ideologie del libero mercato sarebbero state completamente discreditate, che ogni nuovo patto di mercato ci avessero imposto - dal MIA al patto per le Libere Aree di Mercato d’America - sarebbe stato sconfitto, la Banca Mondiale disinnescata, il potere del FMI su più di metà della popolazione mondiale finalmente distrutto. E questo è esattamente quanto successo. Il destino del FMI, poi, è stato particolarmente sorprendente. Un tempo terrore del ‘Sud del Mondo’, il FMI è ridotto oggi a un guscio in frantumi, pubblicamente insultato e screditato, umiliato nel dover vendere le sue riserve d’oro alla disperata ricerca di nuove missioni globali.

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Nulla spaventa i padroni del mondo, e in particolare gli Stati Uniti, quanto il pericolo concreto di una democrazia popolare.

Ogni volta che un movimento genuinamente democratico comincia a emergere - nello specifico, uno di quelli basati sui principi della disobbedienza civile e l’azione diretta - la reazione è sempre la stessa. Prima il governo si prodiga in concessioni (va bene, avete diritto al voto; ok, niente nucleare), dopodiché comincia a pianificare tensioni all’estero. Quel movimento è quindi forzato a trasformarsi in un movimento anti-guerra: il quale, spesso e volentieri, è molto meno organizzato su base democratica. E infatti il movimento per i diritti civili fu seguito dal Vietnam; quello contro il nucleare da guerre di proxy a El Salvador e in Nicaragua; il movimento per la giustizia globale dalla “Guerra al Terrore”.

A distanza di anni, riusciamo a intravedere il motivo di quella “guerra”: lo spasmodico e ovviamente inevitabile sforzo di un potere in declino alle prese con la bizzarra trasformazione dei suoi apparati burocratici, delle sue macchine da guerra e del suo capitalismo speculativo e finanziario in un permanente malessere globale. Se questa putrida architettura è collassata bruscamente sul finire del 2008, è dovuto almeno in parte allo sforzo compiuto da un movimento, che inebriato dai suoi stessi successi e purgato dalla repressione post 9/11, sembrava essere sparito dalla scena. 

Chiaramente, così non è stato.

Ci troviamo di fronte a un’altra resurrezione di massa dell’immaginario collettivo. Non dovrebbe essere così difficile. Gli elementi ci sono tutti. Il problema è che le nostre sensazioni sono state annodate da decenni di implacabile propaganda, e non riusciamo a vederli. Pensiamo allora al termine “comunismo”. Raramente, un termine è stato così pesantemente infangato. Il pensiero comune, che accettiamo più o meno istintivamente, è che comunismo significa un’economia di stato, e che ciò sia utopico poiché la storia ci ha spiegato come questo sistema semplicemente “non funziona”. Il capitalismo, invece, per quanto sgradevole, sembra l’unica opzione possibile. Ma in realtà il comunismo ha un significato diverso, ovvero ogni situazione in cui degli individui agiscono in base ai principi di “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, che in effetti è il modo in cui agiamo quando lavoriamo insieme. Se due persone stanno aggiustando un tubo e una chiede “passami la chiave inglese”, l’altra non risponde “cosa ci guadagno io in cambio?” (se effettivamente quel tubo lo vogliono aggiustare). E questo accade anche se i due sono impiegati di Bechtel o Citigroup. Loro applicano gli stessi principi del comunismo poiché è l’unica cosa che funziona davvero. È lo stesso motivo per cui intere città o Paesi, in seguito a disastri ambientali o crisi economiche, si affidano a rudimentali forme di comunismo (potremmo dire, in queste circostanze, che mercati e catene di comando gerarchico sono un lusso che questi Paesi non possono permettersi). Più creatività è richiesta, più queste persone devono improvvisare un determinato ruolo, e più egualitaria è la forma di comunismo che ne risulta: motivo per cui anche degli ingegneri informatici che votano i repubblicani tendono a formare piccoli gruppi di discussione democratica se devono trovare idee per un nuovo software. È solo quando un lavoro diventa standardizzato e noioso, come nelle catene di montaggio, che risulta più facile imporre forme di comunismo più autoritarie, addirittura fasciste. Ma il punto è che perfino le compagnie private sono organizzate al loro interno secondo i principi comunisti.

Il comunismo allora è già qui.

La domanda è come democratizzarlo. Il capitalismo, di contro, è solo un tentativo di amministrazione del comunismo, e è sempre più chiaro quanto ciò sia piuttosto disastroso. Abbiamo bisogno di pensare a una migliore gestione del comunismo: possibilmente, una forma che non ci spinga sistematicamente a scannarci.

Questo dovrebbe farci capire facilmente quanto i capitalisti non vedano l’ora di ingrassare l’apparato della disperazione con queste straordinarie risorse. Il capitalismo non è solo una fallimentare gestione del comunismo; ha inoltre una ben nota predisposizione a mandare tutto in frantumi. Ogni volta che lo fa, coloro che traggono profitto da questa desolazione devono convincere tutti gli altri (specialmente i tecnici, i dottori, gli insegnanti, i geometri e i periti assicurativi) che non c’è altra scelta se non quella di accettare doverosamente di incollare di nuovo i pezzi e far tornare tutto come prima. Questo nonostante il fatto che molti di coloro che finiscono per fare il lavoro di ricostruzione non amano questo sistema, e che hanno anzi il vago sospetto che forse un sistema più equo e meno stupido sia possibile, magari più simile alle esperienze di comunismo che vivono nel quotidiano. 

Questo perché, come ha mostrato la Grande Depressione, l’esistenza di ogni semi-plausibile alternativa - perfino una timida come quella sovietica negli anni Trenta - può trasformare una fase calante in una crisi politica apparentemente irrisolvibile. 

Quelli che vogliono sovvertire il sistema avranno ormai imparato, da lezioni amare, che non possiamo riporre le nostre speranze in uno Stato.

A maggior ragione, l’ultimo decennio ha visto lo sviluppo di migliaia di diverse associazioni di volontariato reciproco, molte delle quali non sono neanche apparse nei radar dei media internazionali. Si tratta di piccole cooperative e associazioni, che si estendono fino a enormi forme sperimentali di anticapitalismo, vasti arcipelaghi di fabbriche occupate in Paraguay o Argentina, piantagioni di tè e allevamenti ittici auto-organizzati in India, istituti autonome in Korea, intere comunità insorte in Chiapas e in Bolivia, associazioni di contadini senza terre, squatters urbani, alleanze di quartiere che sbucano da tutte le parti non appena il potere statale sembra guardare temporaneamente altrove. Magari non sono mossi da alcuna ideologia, e molti non sono neanche consapevoli dell’esistenza degli altri, ma tutti questi esperimenti sono senz’altro spinti dal desiderio comune di spezzare la logica del capitale. E molti cominciano a organizzarsi tra loro. Le “economie di solidarietà” esistono ormai in ogni continente, almeno in ottanta paesi differenti. Siamo al punto in cui riusciamo a percepire i contorni di come queste economie possano unirsi su scala globale, creando nuove forme di comuni planetarie per dare forma a una genuina e ribelle civilizzazione.

Queste alternative visibili spazzano via il senso dell’inevitabilità, allontanano l’idea che il sistema deve, necessariamente, essere rozzamente riassemblato sempre nella stessa forma: ecco il perché dell’imperativo di una governance globale che punta a sradicare queste alternative, o quando non è possibile, a silenziarle, per assicurarsi che nessuno ne venga a conoscenza. Avere la consapevolezza di tutto ciò ci permette di osservare sotto una nuova luce quello che già stiamo facendo.

Siamo già tutti comunisti mentre collaboriamo a un progetto comune, siamo tutti anarchici quando proviamo a risolvere un problema senza ricorrere a polizia o avvocati, o siamo rivoluzionari quando ci impegniamo in qualcosa di genuinamente nuovo.

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