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Bandiere rosse e arcobaleno

Il gay pride non è un brand, ma è un atto di ribellione contro stereotipi e pregiudizi. È un atto di lotta per la parità dei diritti di tutte e tutti, diritti civili e diritti dei lavoratori e lavoratrici.

Bandiere rosse e arcobaleno

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Giugno: il mese del Pride. E quest’anno è anche la ricorrenza dei cinquant’anni dai moti di Stonewall, la rivolta di trans e gay che segna l’avvio di una fase nuova nel movimento di liberazione LGBT. Ovunque fuori dai negozi sventolano bandiere arcobaleno. Magliette con la scritta “proud” multicolor. Aziende che sventolano l’uguaglianza per aumentare i loro incassi, trasformando in un marchio commerciale una lotta politica per i diritti di tutti.

Il gay pride non è un marchio. È un atto di rivolta, contro le strutture patriarcali della società che vedono come unico essere meritevole di tutela il maschio bianco eterosessuale.

Il gay pride è la ribellione contro stereotipi e ruoli di genere imposti. È la presa di coscienza che siamo in tanti. Omofobi, fatevi vedere adesso se avete il coraggio. Ci pestate quando siamo soli, mentre torniamo a casa da una serata in discoteca, o mentre passeggiamo mano nella mano, e adesso che siamo qui, esposte, coraggiose, orgogliose a manifestare tutte insieme quello che siamo non vi fate nemmeno vedere? Qualcuno ha il coraggio di pregare in pubblico per la riparazione dei nostri peccati. Ma non abbiamo nulla di cui pentirci. Ci siamo rivestiti degli insulti che ci avete dato, orgogliosi di essere peccatori, sodomiti, froci, culattoni, buchi, travelli, camioniste, e siamo scesi in piazza per combattere per i nostri diritti. Perché tutti e tutte siamo cittadine e cittadini.

Scendiamo in strada per rivendicare i diritti delle persone LGBT e di qualsiasi altra minoranza oppressa e offesa. Nessuna minoranza, nessun cittadino o cittadina può essere lasciata indietro, privata delle proprie libertà e dei propri diritti. Questa dovrebbe essere la battaglia della sinistra. Spesso però sui diritti civili i rosso-bruni si trovano alleati dell’estrema destra neo-fascista. Marco Rizzo, segretario del partito comunista, qualche tempo fa scrisse “Perché cresce il fascismo? Perché la sinistra ha strizzato l’occhio ai potenti dimenticando lavoro e diritti sociali. I leader sono Saviano, Asia Argento, Boldrini, Botteri ed il popolo ha odiato la ‘sinistra’. Per battere i fascisti serve la bandiera rossa, non quella arcobaleno”. Caro Marco, la bandiera arcobaleno si accompagna a quella rossa, sono sorelle non antagoniste.

La strategia argomentativa è dire che la sinistra ha smesso di fare la sinistra, ha smesso di preoccuparsi degli sfruttati, degli ultimi, dei lavoratori, e si è messa a favorire il capitale, industriali, banche e finanza. Per distrarre il suo elettorato da questo spostamento a destra, per continuare a potersi presentare come forza progressista, attenta ai problemi delle persone, ha allora intrapreso la battaglia per i diritti civili, LGBT e non.

Tutto ciò è simile anche a quanto sostiene Fusaro, che ha trovato nel rosso-brunismo il proprio mercato. Ripetuti sono i suoi interventi contro i diritti LGBT, visti come arma di distrazione di massa, come prodotto della società capitalistica, che vuole produrre una persona “degenderizzata”, priva di differenze, consumatrice in tutti i suoi aspetti, sino a quelli che riguardano anche le proprie scelte sessuali. Le sinistre hanno smesso di occuparsi del “lavoratore nazionale-popolare” lasciato preda della globalizzazione, della precarietà e della flessibilità a cui hanno poi strizzato l’occhio. Il gay pride diventa dunque una “pagliacciata postmoderna”, che dice Fusaro “serve a destabilizzare la mentalità dei popoli, a ortopedizzarla in senso post-familiare e iperedonista: per creare gli schiavi ideali, la plebe policroma del totalitarismo glamour del libero mercato”. E su Vladimir Luxuria che va in televisione per spiegare il mondo GLBT scrive “la televisione di Stato dovrebbe insegnare altro ai bambini, tra cui il valore della famiglia come cellula etica della società”. Tante parole ampollose, ma un contenuto che farebbe invidia ad una pubblicazione di Altaforte.

Sul fatto che la sinistra (o meglio una certa parte del centro-sinistra) abbia smesso di guardare ai lavoratori, agli ultimi, alle sofferenze dovute alla flessibilità e alla perdita dei diritti, e anzi l’abbia incoraggiate e favorite, non abbiamo nulla da eccepire. Sul fatto che essersi fatti portabandiera dei diritti LGBT sia stata un’operazione di red washing non abbiamo nulla da dire. Ma è il resto che ci lascia a bocca aperta: la visione che gli unici diritti “buoni” siano quelli sociali e non quelli civili.

Se la sinistra di governo ha abbandonato la battaglia per i diritti sociali a favore di quella per i diritti civili (e poi sai che diritti hanno concesso, non sono stati nemmeno capaci di far approvare una legge sul matrimonio paritario, sull’adozione, sull’eutanasia, sull’omofobia, e fermiamoci qui), i rosso-bruni propongono di lottare solo per i diritti sociali senza pensare a quelli civili. A leggere le parole di Fusaro poi verrebbe da chiedersi: i diritti sociali di chi? Chi è il lavoratore nazionale-popolare? Prima gli italiani, come Salvini? Non è questa una forma di nazional-socialismo? Interrogativi aperti.

Fusaro si spinge molto più in là, sostenendo che la “degenderizzazione” sia una strategia messa in atto dal capitalismo globalizzato per rendere i popoli confusi, fargli perdere il loro senso di identità, l’idea di famiglia, di ruolo sociale distinto tra uomo e donna, e che l’individuo così indebolito possa essere soggetto alle nuove forme di sfruttamento e schiavitù. La famiglia è la base “etica” dello Stato, sostiene, ovviamente la famiglia tradizionale: madre, padre e numerosa prole.

La strategia dei rosso-bruni è quella di tranquillizzare gli animi dei lavoratori, confusi dagli innumerevoli cambiamenti e sfiancati dal precariato, proponendogli una visione della società tradizionalista, così che almeno su quel fronte abbiano un’ancora di salvezza e di certezza.

Si trova così ad essere alleato dei fondamentalisti cattolici che parlano di “ideologia gender”, prodotto del moderno capitalismo e individualismo, dove l’affermazione della propria individualità e personalità è vista come il peggiore dei mali, in favore di una visione della società come tutto organico dove ognuno ha i propri ruoli stabiliti per natura (le donne sono mogli e ancelle, gli uomini guerrieri e lavoratori). Visione a sua volta ripresa e arricchita dai vari neo-fascismi, minacciosi guardiani verso ogni forma di diversità e differenza.

Il portato rivoluzionario della sinistra invece è proprio quello di unire sotto un’unica bandiera diritti sociali e civili.

Perché l’essere umano non è solo lavoratore, ma anche persona sociale, ha una vita biografica, degli ideali, un’individualità che ha il diritto di vedersi riconosciuta e di poter esprimere. Può sembrare disarmante e per alcuni sconvolgente vedere due gay per strada che si tengono la mano. Può sembrare la fine di un ordine naturale. Ma di naturale qui c’è solo l’omosessualità. Il desiderio di poter esprimere quello che si è e quello che si prova. Di poter essere se stessi, individui liberi, riconosciuti e soddisfatti, vivere la propria vita senza costrizioni e imposizioni di sovrastrutture concettuali, rimasugli di una visione patriarcale e maschilista del mondo.

La sinistra vuole un mondo libero. Dove i suoi cittadini siano liberi, di amare, parlare, pensare, scrivere, muoversi, migrare. Senza costrizioni né muri.

I diritti civili dunque si accompagnano a quelli sociali. Sono due facce della stessa medaglia, senza gli uni non ci possono essere gli altri. La libertà di sposarsi, di avere figli, di adottarne, di morire, di scrivere, stampare, pensare, sono nulla senza la dignità del lavoro, sono diritti vuoti perché non possono esprimersi al meglio. E la dignità del lavoro è nulla se costretta nelle gabbie di una vita che gli altri hanno scelto per noi. La dignità della persona umana deve tornare al centro delle battaglie della sinistra, sia nel suo carattere sociale che nel suo carattere civile. Dignità del lavoro e del lavoratore. Dignità del cittadino come individuo, dei suoi desideri, delle sue concezioni della vita buona e dei suoi valori. Non si devono combattere cento, mille battaglie separate. Bisogna unire i fronti, un’unica grande battaglia per la dignità di ogni persona umana. Il movimento LGBT deve lottare accanto a chi combatte per l’eutanasia, perché entrambi vogliono la stessa cosa: il riconoscimento del diritto ad autodeterminarsi per ciascuno. E chi combatte per i diritti civili deve scendere a fianco degli operai e dei migranti che si battono perché tutte e tutti siano rispettati come lavoratori ed essere umani.

Questo deve diventare il Pride. L’unione di mille battaglie, politiche e sociali. Perché non esistano oppressi e oppressori, persone di seria A e di serie B. Perché tutti i diritti sono collegati e si rafforzano l’uno con l’altro. Questo è il nostro Pride. Militanti di tutto il mondo unitevi!