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Decolonizzare e rinnovare il femminismo

Estratto dalla conclusione di féminismes islamiques di Zahra Ali. Questo testo verrà presto ripubblicato in francia con una nuova edizione arricchita di ulteriori contributi, tra cui il pezzo inedito che traduciamo in anteprima su menelique. Féminismes islamiques è stato originariamente pubblicato nel 2012 da la fabrique éditions, che ringraziamo.

Decolonizzare e rinnovare il femminismo

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I lavori di Edward Said sull’orientalismo sono di un’attualità e di uno spessore innegabili. Ci hanno mostrato il modo in cui l’immagine di un oriente arcaico e oscurantista sia stata costruita come contraltare negativo, con il fine di creare l’immagine di un occidente progressista, moderno e egualitario. Una simile rappresentazione dell’oriente ha permesso di giustificare la dominazione coloniale e di presentarla come una civilizzazione. Said ha descritto come il tema dell’oppressione della donna musulmana, soprattutto attraverso la questione del velo, sia stato il cavallo di battaglia di questo presunto compito civilizzatore. Frantz Fanon ha affrontato con il titolo la battaglia del velo la posta in gioco dietro lo svelamento delle donne algerine durante la dominazione coloniale francese. Il velo delle donne è divenuto il simbolo per eccellenza della natura retrograda della società algerina e la colonizzazione è stata presentata come una missione civilizzatrice che prima di tutto si prefiggeva, attraverso gli svelamenti, la liberazione delle donne, vittime del patriarcato arabo-musulmano. Vennero ampiamente diffuse le cerimonie di svelamento sulla pubblica piazza di algeri, la più celebre fu quella del 13 maggio 1958, e vennero presentate come la prova della fondatezza della presenza francese.

L’argomento dell’emancipazione e della liberazione delle donne è stato quindi centrale durante la colonizzazione,

e questo femminismo coloniale ha fornito la giustificazione alla pretesa di civilizzare il mondo musulmano. Le condizioni della battaglia del velo descritta da Said e da Fanon, risuonano in modo sorprendente nel modo in cui è posta oggi la questione del velo e, più in generale, quella della donna nell’islam. I lavori di Leila Ahmed spiegano con estrema chiarezza come i termini delle controversie attuali sull’islam e la tematica delle donne islamiche siano un’eredità del discorso coloniale sul mondo musulmano del XIX secolo. Ahmed ci dice che il modo in cui il velo è definito, ridefinito, contestato e rivendicato oggi, anche dalle/dagli stesse/i musulmane/i, è legato alla sua designazione nel discorso coloniale in quanto simbolo della natura oppressiva, patriarcale e oscurantista dell’islam. Così, nell’egitto della fine del XIX secolo, mentre il velo era portato dalla quasi totalità delle donne ebree, cristiane o musulmane solo quello portato dalle musulmane fu designato dai britannici, di cui Lord Cromer fu uno dei rappresentanti, come simbolo dell’oppressione delle donne e dell’arcaismo dell’islam. Da allora i discorsi e le pratiche riguardo al velo e allo svelamento verranno elaborate a partire da questa designazione stigmatizzante.

Così il velo è stato portato dalle algerine anche come segno di resistenza alla colonizzazione francese,

e più tardi dalle donne islamiche per esprimere il rifiuto del modello occidentale e la difesa di una modernità alternativa o ancora oggi, in francia, da donne re-islamizzate che protestano contro l’ingiunzione integrazionista.

La pregnanza di questi discorsi che strumentalizzano il femminismo a fini coloniali e imperialisti è sorprendente nel periodo successivo all’11 settembre. In questo momento il tema della liberazione delle donne è stato ampiamente investito dall’amministrazione Bush per giustificare le sue guerre imperialiste in afghanistan e in iraq. La celebre formula di Gayatri Spivak, “white men are saving brown women from brown men”, risuona ancora in tutta la sua giustezza, soprattutto perché spesso riguarda uomini che si scoprono femministi quando si tratta del sessismo degli altri. Non è casuale allora il fatto che Lord Cromer d’egitto, che faceva appello allo svelamento delle musulmane, fu presidente e fondatore dell’organizzazione lega maschile contro il suffragio femminile (National League for Opposing Woman Suffrage).

Così come non è casuale che nel 2004 in francia un’assemblea nazionale costituita quasi dal 90% di uomini abbia votato una legge contro il velo islamico, presentandola come una legge di difesa dei diritti delle donne.

Contro questa strumentalizzazione del femminismo a fini razzisti e nonostante il peso storico del pensiero sottinteso al trattamento politico e mediatico della questione delle donne musulmane oggi, sono poche le voci che si fanno sentire per denunciare questa logica e prenderne le distanze, soprattutto all’interno delle differenti correnti del movimento femminista.

In francia in questi ultimi anni le polemiche sul velo, l’insieme delle leggi, delle circolari e dei dibattiti parlamentari che hanno riguardato il porto del niqab nei luoghi pubblici, dalle babysitter fino alle madri che accompagnano i figli a scuola,  testimoniano di una liberazione del discorso islamofobo. Queste misure di carattere razzista e sessista contro le donne e le ragazze, sempre sotto il manto della laicità e del femminismo, non solo non sono state denunciate dal movimento femminista, ma hanno trovato, tra i suoi membri, militanti pronte a garantire a queste disposizioni una cauzione femminista.

Nacira Guénif-Souilamas ha mostrato come il movimento femminista francese abbia fatto propria la retorica repubblicana e abbia costruito il suo discorso a partire dallo spauracchio della ragazza col velo e del ragazzo arabo che rappresentano ormai i suoi principali nemici.

Una parte del movimento femminista in francia ha scelto di designare l’altro musulmano come portatore di tutti i mali: machismo, sessismo, arcaismo, fondamentalismo, squalificando così il senso dell’impegno femminista, appoggiando implicitamente una logica che considera la società di origini francesi nel suo insieme come naturalmente egualitaria e relegando in secondo piano le vere questioni femministe. Scegliendo di appoggiare la logica islamofoba, scegliendo di stigmatizzare il porto del velo e di designare la cultura e la religione musulmana come portatrici di sessismo,

molte femministe sono cadute nello stesso essenzialismo e nella stessa dominazione che hanno contribuito a decostruire e a denunciare.

Questo continuum del femminismo coloniale è stato analizzato a lungo, così come a lungo è stato analizzato il modo in cui le donne e le femministe occidentali hanno costruito la loro identità in opposizione alla donna del sud. È lo stesso procedimento mostrato dalle femministe nere americane, in base al quale l’identità femminile bianca americana è stata definita in opposizione alla donna nera, specialmente con il mito del matriarcato nero.

La donna del sud è quindi descritta come povera, non istruita, prigioniera del suo statuto di vittima, ridotta allo spazio familiare e domestico, religiosa e tradizionale mentre la donna occidentale sarebbe l’esatto contrario: istruita, moderna, capace di gestire il suo corpo, libera e indipendente.

Durante il caso Dominique Strauss-Kahn, vi è stata una bella solidarietà di classe e di razza nei confronti dell’ex capo del FMI. Lo scandalo che lo ha coinvolto è stato accompagnato da un silenzio pudico della classe politica francese, compreso un gran numero di figure femministe. Alcuni si sono spinti fino a minimizzare l’accusa di violenza sessuale assimilandola a un puritanesimo americano, lontano dalla tradizionale seduzione alla francese: “DSK è solo un seduttore… non c’è niente di male in questo!” Così il sessismo, lo stupro, la violenza vengono sempre dagli altri, dai “giovani delle banlieue”, la classe borghese “di origine” francese è sicuramente lontana da tutto questo. Questa vicenda ha svelato l’interdipendenza delle questioni di genere e delle questioni sociali e razziali e ha mostrato la pertinenza dell’analisi e della lotta in termini d’interazioni. Le questioni sociali e razziali non possono essere isolate dalle questioni di genere. Come hanno mostrato le pioniere del blacks féminism attraverso la celebre formula, “all the women are white, all the blacks are men”, il modo di sessualizzare un corpo è anche un modo di razzializzarlo e il femminismo non può fare a meno d’integrare nella sua analisi e nella sua rimessa in discussione della dominazione patriarcale altre forme di dominazione, senza le quali può farsi portatore di razzismo.

Quest’attenzione alle altre forme di dominazione, che possono manifestarsi tra le donne e che ha per effetto la relativizzazione dell’universalità del gruppo donne, non indebolisce affatto il femminismo, tranne se lo si intende in modo omogeneo. L’unità del femminismo e la sua non-omogeneizzazione è senz’altro possibile e il riconoscimento delle linee di demarcazione e di divisione può avere l’effetto di rafforzarlo.

La costruzione di coalizioni tra i femminismi è possibile e immaginabile solo nel riconoscimento delle differenze e delle divergenze che separano i femminismi tra di loro, compresa la conflittualità inerente a qualsiasi coalizione.

Le differenze che separano i femminismi musulmani dagli altri femminismi non sono in sé degli ostacoli alla lotta comune su questioni imprescindibili, che fondano l’impegno per i diritti delle donne. Al contrario è il loro non riconoscimento che può impedire qualsiasi azione comune. Le coalizioni sono possibili a condizione che gli impegni e le priorità di alcune/i non vengano imposti alle/agli altre/i e laddove vi sia un reale riconoscimento della pluralità delle pratiche di lotta per i diritti delle donne.

In francia le musulmane femministe non operano gerarchie tra, da un lato lottare contro la dominazione maschile e promuovere letture dell’islam in accordo alle loro convinzioni femministe, e dall’altro lottare contro il razzismo, l’islamofobia che stigmatizza loro e i loro fratelli rinviandoli a quest’altro, arcaico e oscurantista. Quest’interconnessione di antisessismo e di antirazzismo non attiene a una scelta. È una postura rispetto a una doppia oppressione. Partendo da qui, le musulmane si riappropriano del femminismo, lo ridefiniscono, lo arricchiscono e contribuiscono in questo modo al suo rinnovamento.

Questa nuova militanza, per la diversità delle sue componenti (sociali, religiose, generazionali, di percorsi militanti…), permette in realtà di decolonizzare il femminismo, di porlo al cuore dei dibattiti sulle ineguaglianze sociali, razziali e di genere.

Sono tutte questioni che riuniscono le donne e sono al centro della loro vita quotidiana, si tratta di questioni femministe fondamentali come la violenza sessuale, la violenza domestica, la molestia sessuale, la disuguaglianza dei salari, la disuguaglianza nella ripartizione dei compiti domestici. Questioni femministe fondamentali come il sessismo del mondo pubblicitario e delle rappresentazioni normative che infantilizzano le donne, la mercificazione del loro corpo. E ancora l’immagine degradante della donna nel mondo della moda, che influenza i nostri modi di vestire, di coprirci e rimette in questione i nostri modi di consumare. La profondità di questi problemi mostra quanto sia urgente rinnovare il femminismo, un femminismo senza frontiere che integri le questioni sociali e razziali e la sua critica del dominio maschile. Riconoscendo la pluralità dei diversi modi di essere femministe e la legittimità dei discorsi femministi alternativi che si articolano e prendono forma in altri registri di riferimento, che possono essere religiosi e derivati da altre eredità e tradizioni politiche, le femministe potrebbero diventare più forti.

Traduzione di Annalisa Romani

Estratto da féminismes islamiques (la fabrique éditions)

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