NET96 Voix radicales / E02

Confisca. Delle parole, delle immagini e del tempo.

Introduzione del libro di Mairie-José Mondzain, pubblicato dalla casa editrice les liens qui libèrent nel 2017 e ancora inedito in italia.

Confisca. Delle parole, delle immagini e del tempo.

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Il desiderio di scrivere questa breve meditazione si è fatto sentire come una necessità politica e emotiva o, più precisamente, sotto forma di un affetto politico che, dopo avermi portato dalla nausea alla rabbia, cerca forse di attenuarsi per le vie della formulazione. Queste sono le vie della condivisione e della speranza di inserire qui il desiderio e le condizioni di una trasformazione. Il punto di partenza di questo desiderio di scrivere è paradossale, perché nasce dal sentimento, ogni giorno più profondo, dell’inutilità e dell’impotenza dei gesti e in particolare del gesto della scrittura.

Come scrivere e per chi scrivere? Questo sentimento si insedia in modo infido nell’esperienza quotidiana della dissoluzione dei legami, di fronte allo spettacolo o alla lettura delle cosiddette novità che, attraverso la loro dannosa ripetizione, ogni giorno di più annientano scrupolosamente la possibilità che qualcosa di nuovo accada. Il sentimento di impotenza e la paura di fronte a qualsiasi tipo di cambiamento, complici della retorica del terrore, sono all’origine dei sentieri obbligati del pensiero. Questi fanno sentire il sibilo della ripetizione continua in ciò che leggiamo e sentiamo. Ci sono due regimi ammaliatori a contendersi lo sconforto: quello che invoca la ripetizione del medesimo nel corso secolare della storia e l’altro che, al contrario, nell’invocare l’assoluta novità del paesaggio antropologico, giustifica la passività di ognuno rispetto all’ineluttabile corso delle innovazioni. Alla quotidiana e legittima protesta che denuncia l’inquinamento atmosferico e annuncia l’agonia del pianeta, si aggiunge inseparabile l’esperienza deprimente delle tensioni aggressive nello spazio pubblico. 

Lo spettacolo del potere, nella macabra esplosione della brutalità poliziesca, manifesta la sua incapacità politica, la sua indigenza intellettuale e la sua assenza di cultura. 

Gli stessi organi del potere, nella loro acquiescenza lucrativa al capitalismo selvaggio, si fanno servitori di ogni deregolamentazione, fingendo di combatterne le disfunzioni, fingendo persino di proteggerci da queste! Sembra tutto così falso, come il suono di uno strumento non accordato! Ci si può chiedere, a giusto titolo, quali siano le voci che possano farsi sentire, non per formulare qualche verità perduta o ancora inedita ma semplicemente per restituire all’uso della parola e al significato dei termini il loro potere di nesso. A essere in gioco è soprattutto questa attendibilità, senza la quale la condivisione del tempo e dello spazio perde la sua vitalità e la sua consistenza. Lungi dal volersi accordare, vale a dire dal trovarsi d’accordo nel coro di una opposizione, la consonanza consensuale degli stessi avversari diventa la maschera del mutismo e la breccia aperta alle imposture. Le divergenze nei conflitti, al contrario, apportano la loro prodigiosa fecondità alle produzioni dell’immaginazione, senza le quali non c’è vita politica. Si tratta di costruire un mondo comune nel rispetto degli irriducibili disadattamenti dei suoi membri. Questa composizione si costruisce al cuore di un paesaggio sonoro, quello delle voci e delle parole con cui designiamo le cose e nominiamo le persone, con cui condividiamo i nostri desideri e dovremmo discutere i nostri disaccordi per inventare proprio questo mondo comune. Una tale composizione si costruisce anche in un paesaggio visivo, al crocevia di sguardi e di parole che si oppongono all’onnipotenza del terrore per creare uno spazio di ospitalità. 

È in tale contesto che vorrei restituire qui al termine ‹radicalità› la sua bellezza virulenta e la sua energia politica.

 

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Oggi si sta facendo di tutto per identificare la radicalità con i gesti più criminali e con le opinioni più asservite. Eccola così ridotta a un nuovo lessico per designare esclusivamente le convinzioni dottrinali e le strategie di indottrinamento che fanno credere a loro volta che sia sufficiente deradicalizzare per estirpare ogni violenza e praticare una riconciliazione consenziente con il mondo che ha prodotto queste stesse derive. La radicalità, al contrario, fa appello al coraggio delle rotture costruttive e all’immaginazione più creativa. La confusione tra la radicalità trasformatrice e gli estremismi è il peggior veleno che l’uso delle parole inocula giorno dopo giorno nella coscienza e nei corpi. Che si prenda in considerazione l’estremismo più disperato, perfino quello suicidario, o tutti i fondamentalismi fanatici che vogliono diffondere i vapori tossici di un’esaltazione carica di odio e xenofobia, non si tratta in nessun caso di radicalità, vale a dire di libertà inventiva e generosa. Questa radicalità apre le porte dell’indeterminazione, quella dei possibili, e accoglie così tutto ciò che arriva, e soprattutto tutti quelli che arrivano, come un dono che accresce le nostre risorse e la nostra potenza di agire. 

Scrivere, fare filosofia, pensare una azione politica, condividere gesti di resistenza, costruire passo dopo passo la collaborazione delle rabbie: ecco cosa sta erodendo il flusso industriale della comunicazione audiovisiva del liberalismo, con le immagini e i discorsi. Sono gli scatti inanalizzabili e la violenza ininterrotta della cosiddetta attualità. È questo direi il contesto in cui le nostre vite sono tenute a inscrivere la singolarità delle loro traiettorie quotidiane, e non ci riescono più o temono di non riuscirci più. È a partire da questo sfondo, da cui non posso astrarmi per effetto di una qualsiasi visione nitida, che prendo, nonostante tutto, l’iniziativa di scrivere queste poche riflessioni sulla radicalità. Sono i cosiddetti programmi di deradicalizzazione che hanno ispirato e nutrito la mia resistenza a ridurre la radicalità all’unico significato di violenza, di terrorismo e di morte. Non si tratta qui di riattraversare la storia filosofica dei radicalismi teoretici, né di entrare in competizione con i noti specialisti dei diversi fanatismi monoteisti. 

Mi rifiuto di fornire consenso agli itinerari pianificati dall’ordine dominante

che indagano i regimi del terrore e impongono l’ordine della sicurezza, perché preferisco prendere in prestito le linee di fuga tracciate o semplicemente aperte dalla cartografia imprevedibile di un vagabondaggio del senso e della nebulosa dei possibili. Tenterò questo breve esercizio flâneur in cui i lettori di Benjamin sperano sempre di poter ancora avventurarsi. Credo che se ho dedicato così tanti anni alla questione dell’immagine e a quella delle immagini, è forse per difendere il principio del pensiero nonostante tutto. La questione riguarda innanzitutto la fedeltà alla parola e l’attendibilità del suo uso in un mondo dominato dal regime dello spettacolo. Spetta allo sguardo del passeggiatore abbracciare l’orizzonte più ampio, per non lasciarsi affascinare da ciò che la sovrabbondanza delle produzioni visive e sonore impone come focolare di incandescenza nell’organizzazione quotidiana del terrore e del godimento, che alla fine coincidono. È sempre una modalità della pornografia che vorrebbe guadagnare terreno e che a volte sembra riuscirci. Si tratta così di difendere la radicalità contro questa pornografia, smettendo di farne un ossimoro che dice, allo stesso tempo, la rivolta e l’asservimento. 

Vorrei affrontare in modo sensibile e comunicabile la potenza degli affetti che, mettendo in movimento i corpi che vogliono ancora combattere, assumono dei rischi, con il coraggio che esige la coscienza del pericolo. Gli avvenimenti recenti, come quelli del movimento nuit debout (notte in piedi), dicono bene nel titolo che si danno che l’evento è costituito da questo rialzarsi dei corpi che vigilano restando in piedi nel cuore della notte. Non si tratta della notte che dovrebbe essere di norma dedicata al sonno, ma quella che porta il marchio delle tenebre, quella dei nostri tempi bui. I corpi in piedi non sono insonni, ma rifiutano la posizione confortevole delle sedie tanto agognate, in cui sono insediati i poteri che si vogliono inamovibili. 

La paura di perdere il proprio posto è un’ossessione nei palazzi del potere. 

Chi è in piedi insorge contro le lettiere e gli altri palanchini mediatici in cui si vorrebbe far dormire per sempre i corpi e le coscienze, distrarli, continuando a mantenerli in un semi-sonno, di sfinimento e noia. Resistere in piedi nella notte significa immaginare un’altra luce, la luce che permette di creare nuove condizioni di gioia e condivisione. Non si tratta solo di un regime emozionale ma dell’energia del risveglio sollecitata al cuore della veglia, energia delle nostre convinzioni, di ciò che nutre la nostra capacità di azione e il nostro desiderio di efficienza. 

Lasciare che il visibile fluttui nella sua indeterminatezza, accettare di sentire il brusio dolente o gioioso delle cose, percepire le vibrazioni imprevedibili, innumerevoli e contraddittorie di tutto ciò che ci circonda e ci sostiene, è questo il programma sensitivo che può condurci alla fonte delle gioie e dei dispiaceri che sostengono le nostre azioni politiche. 

Scrivere per scongiurare le passioni tristi, ritrovando a poco a poco e attraverso frammenti il senso delle parole confiscate, quelle che un tempo aprivano le strade di questo presunto impossibile che dobbiamo sempre sostenere. 

Proprio perché le immagini e i suoni ci hanno colpito ancora prima di aver avuto accesso al linguaggio e alla visione distinta, è necessario ritornarvi e educare le condizioni di possibilità di qualsiasi creazione costituente, vale a dire una immaginazione senza la quale non può esserci vita politica e in generale neanche vita del pensiero. Questa strada che si sta aprendo vorrebbe ristabilire la potenza di una radicalità che non ha niente a che vedere con i gesti disperati e crudeli del nichilismo, né con quelli dei fanatismi di ogni sorta che oppongono da oriente a occidente i possidenti e i posseduti dei tre monoteismi, delle passioni nazionaliste affamate di legittimazione fantasmatica e di identificazione omicida. Il possesso della verità rende pazzi e i proseliti che ne fanno commercio sono degli impostori. 

Prima di spingermi oltre, tengo a precisare che la difesa della radicalità in gioco qui è esente da qualsiasi compiacenza rispetto a gesti omicidi da parte di quelli che si è soliti chiamare radicalizzati. Condivido il dispiacere di tutti davanti alle violenze dei massacri, che siano perpetrate da fanatici come da campioni della vendetta. Ma bisogna scegliere tra la legge del taglione e la posizione politica di un problema che riguarda tanto le vittime che i carnefici. Il presente lavoro sull’uso delle parole tenta di apportare un modesto contributo in nome di un mondo comune, in cui tutto è da costruire. Dico modesto perché sono cosciente della ampiezza e della difficoltà dell’orizzonte che mi conferisco e so che l’esercizio politico della filosofia urta sempre contro gli obiettivi delle donne e degli uomini sul campo, che invocano la complessità delle loro pratiche rispetto a quella che è considerata un’attività verbale e senza rischio. A questo risponderei in primo luogo che la posizione che difendo qui risulta, giustamente, dall’incontro e dall’ascolto diretto di quelle e quelli che sono direttamente interessati e designati come soggetti di radicalizzazione. In secondo luogo è chiaro che l’attività discorsiva e riflessiva su una realtà comune è precisamente da difendere e sostenere nei suoi effetti su questa stessa realtà. 

La difesa della parola e il mantenere la vigilanza negli usi della lingua sono la condizione del dibattito che permette e sostiene la vita politica. 

Lungi dall’essere un privilegio delle élites e degli intellettuali, la parola e la coscienza critica che suscita devono essere riconosciute come capacità e diritto di tutti senza eccezione. La filosofia ha il compito di ricordarlo. Comprendere non significa fare un uso privato, professionale e privilegiato del proprio giudizio, è al contrario costruire la scena in cui le condizioni necessarie per comprendersi si elaborano insieme nella comunità dei dibattiti e nelle energie di chiarimento. Costruire questa condivisione con i cosiddetti radicalizzati è un gesto d’accoglienza senza il quale nessun mondo comune è possibile, e ci sarebbe solo la guerra di tutti contro tutti. 

La giungla di calais era diventata malgrado tutti gli ostacoli uno spazio di socialità. 

Allora perché rifarsi a ciò che la supremazia occidentale ha sempre chiamato la legge della giungla per parlare di un mondo senza pietà e senza umanità? Chi osa dire che comprendere è scusare, a meno che non sia il promotore di una dittatura morale e securitaria, dominata dal panico ispirato da qualsiasi altro?

 

Traduzione di Annalisa Romani