NET00 Lavori prometeici e realismo domestico. Helen Hester / E05

Femminismi postmoderni e folk politics

La prima parte dell'articolo di Helen Hester, promethean labors and domestic realism.

Femminismi postmoderni e folk politics

parole di:

Un eccesso di modestia ha caratterizzato le agende femministe degli ultimi decenni. Carol A. Stabile è tra quante si sono mostrate critiche rispetto all’assenza di un pensiero sistemico nei femminismi postmoderni, rilevando una “crescente enfasi sulla frammentazione e su politiche single-issue”¹. Stabile respinge questo tipo di pensiero che, “evitando con fermezza ‘la totalità’, bestia nera della teoria critica contemporanea […], ignora o rigetta un’analisi strutturale del capitalismo”². Le differenze di entità e portata tra ciò che si sta contrastando e le strategie attuate per contrastarlo generano un senso d’impotenza.

Da un lato, afferma Stabile, i teorici sociali postmoderni “accettano la natura sistemica del capitalismo, resa visibile nel suo consolidamento di potere e nella sua espansione globale […]. Il potere del capitalismo come sistema viene quindi nominato e identificato come una totalità”; d’altro canto, questi stessi teorici “celebrano forme locali, frammentate o parziali di conoscenza come le uniche forme di conoscenza esperibile” e criticano ogni forma di pensiero speculativo d’insieme per le sue tendenze o applicazioni potenzialmente oppressive³. Anche Nancy Fraser ha affrontato tale apparente “restrizione della visione emancipatoria alla fin de siècle“, collegandola a “un significativo slittamento nell’immaginario femminista” durante gli anni ottanta e novanta – cioè l’allontanarsi dal tentativo di ricostruire una politica economica (redistribuzione) e l’orientarsi verso uno sforzo di trasformazione della cultura (riconoscimento)⁴.

Le eredità di questo tipo di teorizzazione politica – eredità che qualcuno potrebbe descrivere come “folk political” – sono sentite ancora oggi e continuano a modellare quelli che vengono percepiti come orizzonti di possibilità dei progetti progressisti⁵. Spesso preziosi, necessari e efficaci di per sé, questi progetti sono tuttavia insufficienti in quanto fini a se stessi. Nella misura in cui vengono concettualizzati separatamente dal contesto di altre azioni, che operano in tanti modi diversi e su vari livelli, non possono servire come base idonea a qualunque politica che miri a opporsi agli immaginari della destra o a lottare contro il progetto di egemonia espansiva del capitalismo neoliberista. È per tale ragione che il lavoro di Nick Srnicek e di Alex Williams si colloca in una posizione in qualche modo scettica circa la frammentazione e le politiche single-issue, mostrando come problemi quali “lo sfruttamento globale, il cambiamento climatico planetario, l’aumento del surplus di popolazione e le ripetute crisi del capitalismo siano astratti nell’apparenza, complessi nella struttura e non localizzati”⁶. Di conseguenza, una politica basata sull’idea che “ciò che è locale è etico, ciò che è semplice è migliore, ciò che è biologico è salutare, la stabilità è oppressiva e il progresso è concluso” non è sempre l’arma migliore per cercare di lottare con le complesse condizioni tecnomaterialiste del mondo attuale⁷.

Sulla politica progressista aleggia una specie di persistente ansia da astrazione, un’ansia che infesta un certo femminismo di sinistra contemporaneo che ancora non vuole o non può rivalutare criticamente le tendenze che Stabile ha identificato negli anni novanta. 

Eppure, di recente, un rinnovato interesse verso politiche emancipatorie ambiziose e orientate al futuro ha iniziato a farsi sentire davvero nelle frange della sinistra e a guadagnare forza e supporto popolare in maniera più ampia. Forse l’esempio più notevole di questa tendenza all’interno degli ambienti di teorizzazione politica di orientamento filosofico è stato l’accelerazionismo, con i suoi appelli a costruire  “un’infrastruttura intellettuale” capace di “creare una nuova ideologia, nuovi modelli economici e sociali e una visione del bene in grado di rimpiazzare e sorpassare gli ideali svuotati che oggi governano il nostro mondo”⁹. Queste idee, cosiddette “prometeiche”, hanno generato un interesse notevole, forse perché riflettono e nello stesso tempo contribuiscono al cambiamento di tenore del discorso degli attivisti. Tale aggettivo, curiosamente, è emerso in qualche misura in opposizione al peggiorativo “folk political”, agendo come un’abbreviazione per una serie di valori e prospettive molto differenti. In un recente lavoro critico, Alexander Galloway suggerisce che il “prometeismo” potrebbe essere definito come “tecnologia che permette agli umani di oltrepassare i limiti naturali”¹º. Peter Wolfendale, dal canto suo, lo vede come una “politica di intervento” – cosa che parte dall’idea persistente che nulla possa essere esonerato a priori dalla messa in atto di un processo re/visionario¹¹.

Anche il femminismo contemporaneo sta cogliendo questo nuovo spirito. Progetti nascenti come lo xenofemminismo, per esempio, stanno cercando di elaborare una politica di genere aperta alla tecnologia e controegemonica adatta a un’era di globalità, complessità e alienazione

e come tali cercano di mostrare impegno nello sviluppo di approcci all’oppressione più sistemici (reminiscenze di quelle prometeiche “prospettive di vittoria” che avevano caratterizzato l’attivismo femminista della seconda ondata)¹². Ma l’attributo “prometeico” è sempre adeguato quando si riferisce a questi femminismi emergenti? Quali sono le connotazioni di questa designazione e quali tipi di idee privilegia o sembra si lasci sfuggire? Partendo da una discussione sulla nozione di politica prometeica elaborata sia da Ray Brassier che da Alberto Toscano e analizzando criticamente i suoi legami con il genere e con il lavoro, questo saggio esaminerà alcune delle barriere artificiali alla partecipazione e al coinvolgimento nel progetto prometeico, in particolare per ciò che riguarda le esigenze apparentemente conflittuali della riproduzione sociale. Ciò a sua volta porterà a riflettere su alcuni dei dibattiti storici intorno al lavoro di cura e al lavoro riproduttivo nati all’interno del femminismo, nonché a un’analisi delle sfaccettature dei dibattiti che incoraggiano un ripensamento della riproduzione sociale.

Lo scopo di questo saggio è suggerire una riconsiderazione del domestico non solo come oggetto di ambizione prometeica ma anche come spazio da cui lanciare progetti politici emancipatori. Mentre la prima parte prende in esame ciò che il femminismo potrebbe guadagnare dal cogliere il prometeismo, la seconda si spinge nell’investire il prometeismo stesso del compito di imparare dal femminismo.

Dare un genere a Prometeo: rischio e politiche collettive. Leggi qui il secondo episodio di Lavori prometeici e realismo domestico.

 

Pubblicato originariamente su: E-Flux Architecture, Artificial Labor, 2017

Tradotto da Silvia De Marco e Andrea Raviolo

 

¹Carol A. Stabile, Feminism and the Technological Fix, Manchester University Press, Manchester 1994, p. 12.

² Ivi, p. 13

³ Ivi, p. 147

Nancy Fraser, The Fortunes of Feminism: From Women’s Liberation to Identity Politics to Anti-Capitalism,Verso Books, London 2013, p. 9; trad. it. Fortune del femminismo, Ombre corte edizioni, Verona 2014

Nick Srnicek e Alex Williams usano il sostantivo “folk politics” e l’aggettivo “folk political” per descrivere una forma di senso comune che non ha connessioni con i meccanismi del potere contemporaneo, e una politica di sinistra che “comporta la feticizzazione degli spazi locali, dell’intervento estemporaneo, del gesto transitorio e di vari tipi di particolarismo”. Vedi Nick Srnicek e Alex Williams, Inventing the future, Verso, Londra 2015, p.3; trad. it. Inventare il futuro, Nero editions, Roma 2018.

⁶ Qui sto pensando in particolar modo alla parziale rinascita di una sinistra in larga misura socialista, inclusi Podemos in Spagna, il Partito laburista di Corbyn nel Regno Unito, la candidatura di Mélenchon alle recenti elezioni presidenziali francesi e la sorprendente popolarità di Sanders negli Stati Uniti. 

⁷ Alex Williams e Nick Srnicek, #Accelerate: Manifesto for an Accelerationist Politics, in #Accelerate: The Accelerationist Reader, a cura di Robin Mackay e Armen Avanessian, Urbanomic, Falmouth 2014, p.359; trad. it. Manifesto accelerazionista, Laterza, Roma-Bari 2018.

⁸ Alexander R. Galloway, Brometheanism, Culture and Communication (2017)

⁹ Peter Wolfendale, Prometheanism and Rationalism,  Academia.edu (2016)

¹º Vedi Laboria Cuboniks, Xenofeminism: A Politics of Alienation, in Dea Ex Machina, a cura di Armen Avanessian e Helen Hester, Merve, Berlino 2015;  il manifesto dello xenofemminismo è disponibile in italiano e in altre lingue alla pagina http://www.laboriacuboniks.net/ (tradotto in italiano grazie al prezioso lavoro del collettivo LesBitches).