NET00 Lavori prometeici e realismo domestico. Helen Hester / E03

Un luogo prometeico?

La terza parte dell'articolo di Helen Hester, promethean labors and domestic realism, pubblicato su e-flux architecture, artificial labor, 2017.

Un luogo prometeico?

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È forse comprensibile che negli appelli del ventunesimo secolo per una politica prometeica appaiano pochissimi aspetti della riproduzione sociale. Dopotutto esistono numerose barriere al concepire ambiti quali il lavoro di cura e il lavoro domestico come elementi positivi in un progetto controegemonico, e le stesse femministe sono state storicamente in disaccordo sul ruolo del lavoro riproduttivo, mediato indirettamente dal mercato, all’interno del processo di un cambiamento radicale e emancipatorio.

Secondo Angela Y. Davis per esempio, che scrive all’inizio degli anni ottanta, l’aggiustamento tattico che ha più probabilità di contribuire a rovesciare l’oppressione di genere implica il portare fuori di casa e al lavoro il maggior numero possibile di donne. Davis sostiene che il lavoro domestico è “invisibile, ripetitivo, estenuante, improduttivo, non creativo” e che “né le donne né gli uomini dovrebbero sprecare ore preziose delle loro vite in un lavoro che non è stimolante né proficuo”¹. La sua analisi suggerisce che un tale lavoro sia limitato e limitante, e che spetti alle femministe “incitare le donne a ‘uscire di casa’ per cercare un lavoro fuori – o almeno a partecipare a una campagna di massa per dare lavori dignitosi alle donne”².

Parte della motivazione dietro l’enfasi di Davis sul posto di lavoro sta nel tentativo di contrastare l’atomizzazione e la privatizzazione di solito associate alle abitazioni domestiche. Come Ellen Lupton ha sostenuto nella sua storia delle donne e del design dei macchinari, lo sviluppo degli elettrodomestici e delle tecnologie per la casa nella metà del ventesimo secolo “ha affermato il ruolo delle donne come consumatrici di prodotti individuali piuttosto che di servizi centrali condivisi”, promuovendo oltretutto quelle forme di segregazione che sono state facilitate dai complessi abitativi suburbani dispersi sul territorio nel dopoguerra”³. Nell’analisi di Davis il lavoro è cruciale per superare la privatizzazione, far crescere una coscienza di classe sessuale e sviluppare politiche collettive. Il lavoro salariato può essere noioso o brutale ma, a differenza della vita domestica isolata, promuove la connessione:

“sul lavoro, le donne possono unirsi alle loro sorelle – come anche ai loro fratelli – per sfidare i capitalisti sul terreno della produzione”. 

Questo atteggiamento verso il lavoro ci può anche dire qualcosa in più sull’opinione di Davis riguardo al reddito universale di base (UBI). La sua posizione diverge marcatamente dal precedente punto di vista di Firestone (un’altra femminista interessata all’organizzazione domestica), benché entrambe siano d’accordo sull’importanza dell’UBI come rivendicazione transitoria. Per Firestone, il cui lavoro sull’automazione industriale e sul comunismo cibernetico è largamente considerato tanto seminale quanto controverso, l’introduzione di efficienti tecnologie lavorative avrà implicazioni di ampia portata quando si sarà esteso alle culture del lavoro basate sulle differenze di genere. All’improvviso afferma che “stiamo parlando di più di un’equa integrazione nella forza lavoro; stiamo parlando dell’obsolescenza della stessa forza lavoro attraverso la cibernetica, la radicale ricostruzione dell’economia per fare in modo che “il lavoro”, ossia il lavoro obbligatorio, in particolare l’alienante lavoro “salariato”, non sia più necessario”⁵. Questa transizione verso l’incremento dell’automazione, suggerisce Firestone, dovrebbe essere supportata da un UBI che permetterà alle persone di mantenersi in una residuale economia monetaria senza dover ricorrere al lavoro retribuito. 

Mentre La dialettica dei sessi, di Firestone, descrive l’UBI come un mezzo di sussistenza in un’economia monetaria agli sgoccioli, in grado di far vivere le persone senza l’obbligo di un lavoro salariato, Davis lo vede fondamentalmente come un mezzo per portare le donne (in particolare le madri) dentro la forza lavoro, e quindi fuori dall’ambiente domestico. Notando come, riguardo al welfare, le donne “abbiano raramente richiesto compensi per la gestione della casa”, Davis afferma che

non “salario al lavoro domestico” ma piuttosto “un reddito annuale garantito per tutti” è lo slogan che esprime al meglio l’immediata alternativa al sistema di welfare disumanizzante che le donne hanno proposto con maggiore frequenza. Ciò che  loro vogliono nel lungo periodo, comunque, è un impiego e servizi pubblici per l’infanzia accessibili⁶. Il reddito di base annuale garantito, perciò, funziona come un’indennità di disoccupazione in attesa della creazione di un maggior numero di impieghi con stipendi adeguati, in aggiunta a sistemi sovvenzionati di assistenza all’infanzia.

Questo modello vede l’UBI come una misura temporanea per ogni donna, in grado di facilitare il processo di ricerca di lavori adatti⁷. Inoltre, quindi, si assiste qui a un allontanamento dalla casa per andare a considerare il tradizionale luogo di lavoro remunerato lo spazio privilegiato per un attivismo socialista “prometeico” e un’analisi strutturale sistemica. 

Se stiamo però cercando di riesaminare le possibilità di riproduzione sociale, allo scopo di creare una concezione più egualitaria di cosa una politica prometeica contemporanea potrebbe significare, allora dobbiamo muoverci oltre tale prerogativa degli spazi convenzionali del lavoro retribuito.

Dobbiamo senza dubbio rivolgere la nostra attenzione alle opportunità legate alla collettiva riorganizzazione e re-immaginazione dello spazio domestico.

Contro il realismo domestico. Leggi qui il quarto episodio di Lavori prometeici e realismo domestico.

 

Pubblicato originariamente su: E-Flux Architecture, Artificial Labor, 2017

Tradotto da Silvia De Marco e Andrea Raviolo

 

¹Angela Y. Davis, Women, Race and Class, Vintage Books, New York 1983, p. 222; trad. it Bianche e nere, Editori riuniti, Roma 1985 (riedito da Edizioni Alegre, Roma 2018, con il titolo originale Donne, razza e classe

² Ivi, p. 240

³ Ellen Lupton, Mechanical Brides: Women and Machines for Home to Office, Princeton Architectural Press, New York 1993, p.15

⁴ [N.d.T.] L’espressione “sex-class” richiama quella utilizzata da Shulamith Firestone per indicare l’esistenza di un’oppressione di classe basata sul sesso, cioè su un sistema che vede le donne come classe occupare un posto inferiore rispetto alla classe degli uomini e che, sempre secondo Firestone, sarebbe alla base di tutto il sistema di oppressioni della nostra società. Firestone sottolinea che “La divisione in classi sessuali è così profonda da risultare invisibile” e “che la naturale differenza riproduttiva tra i sessi ha condotto direttamente alla prima divisione del lavoro basata sul sesso, il che è all’origine di tutte le ulteriori divisioni in classi economiche e culturali e probabilmente anche alla radice di tutte le classi”. Vedi Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex: The Case for Feminist Revolution, Farrar, Straus and Giroux, New York 2003; trad. it. La dialettica dei sessi. Autoritarismo maschile e società tardo-capitalistica, Guaraldi editore, Rimini 1971. Mentre Shulamith Firestone crede che “il sistema di classe sessuale” preceda tutte le altre forme di oppressione, Angela Davis fa riferimento a Engels per spiegare quando le differenze sessuali sono diventate differenze di classe: “Come scrive Friedrich Engels nel suo classico L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, la disparità dei sessi come la conosciamo oggi non esisteva prima dell’avvento della proprietà privata.  Nelle prime epoche della storia umana la divisione sessuale del lavoro nel sistema di produzione economica era complementare e non gerarchica”. Vedi Angela Y. Davis, Women, Race and Class, cit.

⁵ Shulamith Firestone, The Dialectic of Sex, cit., p. 194 (ed. americana)

Angela Y. Davis, Women, Race and Class, cit., p. 237 (ed. americana)

Questa visione è leggermente diversa dalle idee di femministe come quelle coinvolte nelle campagne “Salario al lavoro domestico” degli anni settanta e che consideravano ‘la battaglia delle madri in welfare, guidate dalle donne afroamericane ispirate dal Movimento per i diritti civili’, battaglia per un reddito annuale garantito, esattamente come una richiesta di stipendi – stipendi dovuti “dallo stato per il lavoro del crescere i propri figli”. Vedi Silvia Federici, Introduction in Revolution at Point Zero: Housework, Reproduction, and Feminist Struggle, PM Press, Oakland 2012, p. 7; trad. it. Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, Ombre corte, Verona 2014.  Come Antonella Corsani sottolinea argutamente, tuttavia, quei modelli in cui l’UBI è presentato solo come una forma di salario possono essere poco ambiziosi in quanto rimangono “iscritti in una logica  di ‘riconoscimento’ monetario della produttività della vita per e nel capitale”. In altre parole, queste donne ipotizzano “un limite allo sfruttamento capitalista ma non prendono in considerazione altri cambiamenti”. Vedi Antonella Corsani, Beyond the Myth of Woman: The Becoming-Transfeminist of (Post-)Marxism, SubStance 36 n.1, 2007, p. 127.