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London calling? Boris Johnson e le manifestazioni made in UK.

Siamo stati a newcastle durante uno dei rally contro Boris Johnson e il suo colpo di stato very british. Queste piazze, in cui bandiere europee si mischiano a quelle con falce e martello, possono trasformare un movimento civile in uno sociale?

London calling? Boris Johnson e le manifestazioni made in UK.

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“Mi piacerebbe vedere la regina rifiutare la richiesta di Boris Johnson: scommetto che un sacco di brexiters sono anche radicalmente monarchici. La contraddizione li manderebbe al manicomio.”

Me l’ha detto un importante professore universitario alla soglia della pensione, qualche giorno fa, quando gli scenari erano ancora tutti aperti. Poi l’accelerazione, la regina ha accettato. Non che sia una sorpresa: non suonerebbe bene affidarci a vecchi parassiti fossili di un’altra epoca per preservare il dibattito parlamentare e la rappresentanza degli inglesi.

La mossa di BoJo è spericolata, sebbene legale: rinvio dell’apertura delle camere a metà ottobre così da limitare lo spazio di manovra delle opposizioni parlamentari per evitare l’uscita dall’unione europea senza un accordo, prima dell’incontro a bruxelles del 17 e 18 ottobre. Come in una partita di poker, tentare di spaventare l’avversario (che si abbia le carte giuste o meno) e convincerlo a lasciare la mano può essere una mossa eccellente. O un gigantesco buco nell’acqua, come si è rivelato ieri, 3 settembre 2019, giorno in cui l’azzardo si è tramutato in una sonora sconfitta a westminster, con l’approvazione di una mozione che costringerà Johnson a evitare l’uscita dall’unione europea senza accordo, e a chiedere un rinvio a gennaio della data prevista per la brexit. Anche se la prossima contromossa di BoJo è quella di pretendere elezioni anticipate al 14 ottobre (per avere una maggioranza solida e poter andare a bruxelles con spalle più larghe), quello di ieri resta un pesante schiaffo ricevuto non solo da parte dell’opposizione laburista, ma anche da qualcuno dei suoi.

La scelta di Johnson ha però ottenuto l’effetto immediato di svegliare una parte della popolazione inglese rassegnata e piuttosto sonnecchiante, che ha visto nella sua richiesta di rinvio dell’apertura delle camere un colpo di stato molto british. Una serie di manifestazioni su scala nazionale è stata lanciata con l’hashtag #stopthecoup, tentando addirittura di superare la drammatica frattura tra leavers e remainers che attraversa la società britannica da anni a causa della brexit, in nome della difesa della democrazia inglese (che in realtà, secondo Aaron Bastani, tale non è). 

Voglio capire se da queste piazze può nascere un moto di critica sociale, oltre che civile, quindi decido di partecipare al rally organizzato nella città in cui mi sono trasferito dall’italia ormai anni fa, newcastle. Sabato 31 agosto 2019, arrivo al presidio di fronte al Grey’s monument e mi accorgo che la piazza è sicuramente più gremita di come l’abbia vista durante gli eventi dei vari spezzoni della sinistra sindacale, antirazzista, extraparlamentare, e perfino più di quella del labour party. Non posso fare a meno di notare che tutta la piazza è caustica esplicitamente e direttamente con BoJo: battute e giochi di parole, come 

“The worst BJ ever”

Una serie di attacchi diretti che rivelano una certa personalizzazione del problema. Il primo cartello che vedo mi sorprende: “Chiudete eton, non il parlamento”. 

Eton non è una semplice scuola, e non è solo la scuola che fu frequentata da Boris Johnson. È la macchina da guerra fondata da Enrico IV, la scuola tutta al maschile dei vincenti, dei goliardi, dei panciotti bianchi. Tecnicamente una charity per motivi fiscali, eton continua a essere un nome chiacchierato, tanto per la lunga lista di tories e reali che ci hanno studiato, quanto per i danni che ha fatto. Negli ultimi 300 anni, l’isola felix è stata amministrata per la durata di circa un secolo da alcuni dei bimbi prodigio usciti da eton, come BoJo e Jacob Rees-Mogg, o da istituti simili, per esempio Charterhouse, vedi Jeremy Hunt. Le rette si aggirano intorno ai 40.000 pound all’anno, ma a loro non piace essere chiamati ricchi. Il termine corretto in UK è successful. O al limite self-made. Diciamoci la verità, il regno unito ha un serio problema con l’educazione secondaria pubblica, ma i college privati non sono da meno: il mito della mobilità sociale, tanto caro alla classe dirigente inglese, a eton non ci è mai entrato.

Fosse solo questo il problema di eton. Nel 2011, dopo l’assassinio di Mark Duggan da parte della polizia londinese e la conseguente serie di sommosse conosciute come london riot, il direttorio di eton, ispirato da quegli stessi fatti, scelse come traccia per un test di ammissione (con tanto di borsa di studio) un tema in cui il candidato, nei panni di un leader del paese durante un discorso alla nazione, 

aveva il compito di difendere la polizia per aver ucciso 25 manifestanti in seguito alla morte di un bobby durante uno scontro.

“L’anno è il 2040. Sono scoppiate rivolte per le strade di Londra dopo che la Gran Bretagna ha esaurito le riserve di petrolio a causa di una crisi in Medio Oriente. I manifestanti hanno attaccato edifici pubblici. Alcuni poliziotti sono morti. Di conseguenza, il Governo ha schierato l’esercito per frenare le proteste. Dopo due giorni le proteste sono state fermate, ma venticinque manifestanti sono stati uccisi dall’esercito. Sei il primo ministro. Componi un discorso che sarà trasmesso alla nazione in cui spieghi perché utilizzare l’esercito contro i manifestanti violenti era l’unica opzione possibile e l’unica che fosse sia necessaria che moralmente giusta”

Nei mesi scorsi questa vecchia e orribile storia è stata ripescata e ha ridato verve a un discorso che si spegne e si accende in concomitanza di palesi pratiche di malgoverno. Perché è questo ciò che ti insegnano a pensare a eton. Ti insegnano che se sei uomo e hai accesso alla migliore istruzione privata, prima o poi ti troverai in una posizione di potere e dovrai fare i conti con delle scelte difficili. Ma tutto per il bene del paese, che va regolato e amministrato anche a costo di uccidere 25 manifestanti. O di scimmiottare le minoranze. E gli omosessuali. O di sciogliere le camere per accelerare l’uscita dall’europa alle tue condizioni. La traccia del tema venne motivata dal rettore come un semplice “esercizio intellettuale”, una sorta di adattamento da Il Principe di Machiavelli all’amministrazione politica contemporanea. Il tema del giorno di #stopthecoup è chiedersi invece perché BoJo abbia il potere che ha. E anche eton.

La piazza in cui mi trovo e i manifestanti che sono al mio fianco sono molto diversi da quelli dei london riots del 2011. All’epoca, i collettivi e le assemblee antirazziste avevano puntato il dito contro le violenze endemiche del paese, sottolineando la delicata intersezione tra povertà, crimine e minoranze. Il guardian, con un articolo di Paul Lewis, l’aveva riconosciuta e trovava poco sorprendente che le rivolte di tottenham, una delle zone più povere del paese, fossero scaturite in assalti e furti a negozi e centri commerciali. È vero, pochi videro la rabbia sociale delle periferie sfociare in attacchi contro capitalismo e polizia, e molti si indignarono per i furti scaturiti dalla confusione dei riots, bollandoli come “mindless violence, ma quello fu un momento in cui la portata di quegli eventi superò i motivi che li avevano inizialmente causati per toccare i nervi scoperti di una società sostanzialmente iniqua e razzista. La piazza in cui mi trovo ha lo stesso potenziale?

A ben guardare la sua storia e il suo tessuto sociale, l’odierna newcastle presenta tutti gli elementi che potrebbero trasformarla nella tottenham del 2011. Newcastle upon tyne è una città pienamente post-industriale: gloriosa e ricca in epoche ormai estinte, appartiene a quel nordest dove la Thatcher ha messo in campo forse la più violenta delle sue prove di forza, contro i minatori della vicina county durham. Area operaia, trasformata in maniera sostanziale dall’università, sia sul piano produttivo che culturale. Ci si aspettava una netta vittoria progressista per il remain, che invece prevalse di pochissimo (50,7%). A durham prevalse il leave (57,5%) e in tutta la regione del tyneside la situazione fu la stessa, con picchi fino al 62% per l’uscita dall’unione europea. Quanto sia cambiata la situazione dal 2016 è difficile a dirsi.

Ma questa piazza è variegata, non ci sono solo coloro che vogliono rimanere in UE o lasciarla: c’è anche chi spera in un moto di critica al capitalismo. Il colpo d’occhio è curioso: bandiere europee sventolano a contrasto con bandiere anarchiche rosse-nere, una rossa con falce e martello, una di Antifaschistische Aktion, uno stendardo con il volto di Jo Cox, fino a richiami ai valori tradizionali inglesi e persino a Churchill. 

Un magma, più che un movimento. 

In inglese, si chiamano red flags sia le bandiere socialiste che i segnali di pericolo in una certa situazione. Cerco entrambi i significati in questa piazza e nelle immagini che si presentano ai miei occhi.

A valanga, cartelli per difendere la democrazia, o che stigmatizzano il rischio di una dittatura in arrivo, o la ferita per la costituzione. Nessun richiamo alla chiusura del parlamento di re Carlo I nel 1629, un periodo ricordato come “gli undici anni della Tirannia”; nessuna allusione a come sia finita quella storia. Tema che invece era seguito dai rappresentanti delle constituencies in parlamento, i quali stavano paventando di riunire un parlamento alternativo o di rimanere seduti al loro posto, non permettendo proroga della house of commons

Insomma, piazza poco conflittuale, per essere gentili, e senza grosse discontinuità rispetto a tutte le altre manifestazioni a cui ho partecipato negli ultimi anni in questa zona dell’inghilterra. Non c’è sicuramente quella vibrante aria di movimentismo, nonostante l’unica studentessa a intervenire dal microfono disposto per il presidio provi a ravvivare un po’ la situazione. Nessuna parola d’ordine anticapitalista, ma un rilancio alla manifestazione in programma per il 20 settembre (Friday Strike For Future). Quello che colpisce, in realtà, è proprio questo punto: la studentessa è l’unica a rilanciare su una data di mobilitazione futura.

Nel resto degli interventi, un po’ di retorica, qualche tentativo di aizzare la folla, qualche battuta e varie note sull’austerity, l’unico tema di politica economica a essere invocato con regolarità. Neanche un appuntamento, neanche una data. Ma l’austerity non è certo il tema meglio accolto dal pubblico, che sembra molto preoccupato per le questioni ambientali. Oltre alla studentessa, infatti, vari interventi stanno insistendo sulla “green industrial revolution”. Tra questi, anche Jamie Driscoll, sindaco di north of tyne proveniente dall’ala sinistra del partito laburista e supportato anche da altre aree della sinistra, tra cui Momentum

D’altra parte, la trafila di interventi non assomiglia nemmeno un po’ a quella di un’assemblea notav in val di susa, ma piuttosto a quella di un teatro brancaccio, o forse ancora più moderata. 

Si tratta perlopiù di forze guidate dal labour locale, con degli interventi istituzionali di autorità locali, verdi e alcuni sindacalisti. Nonostante le posizioni chiare prese dal labour in merito a un secondo referendum, tra i manifestanti tiene la narrazione che Corbyn sia un leaver e non sia una guida affidabile per chi voglia contrastare l’uscita dall’unione europea. Questa posizione ha portato molti consensi in occasione delle ultime europee a verdi e liberaldemocratici. Gli ultimi sono rimasti fedeli alla loro posizione di non condividere iniziative con i laburisti e si sono limitati a venire a fare foto e interviste alla fine del rally, senza parlare dal palco.

Insomma, è finalmente chiaro: non si tratta di una piazza di movimento, ma di una manifestazione di scopo, single-issue. 

Ma la partecipazione spontanea c’è. Ha un’omogeneità di classe? Improbabile. Alcuni temi, tra cui spicca la difesa dell’NHS, il sistema sanitario nazionale, appare come un punto centrale: lo fu durante la campagna e lo sarà sicuramente in caso di una catastrofica uscita senza accordo con l’UE, che spingerebbe il regno unito tra le braccia ruvide e poco confortevoli degli stati uniti, che sembrano intenzionati a sfruttare la frattura del blocco europeo al massimo delle loro possibilità. 

Sono le 12.30 (spaccate), al microfono ci dicono: “Mentre ci disperdiamo, perché il nostro tempo è esaurito e la polizia si sta agitando, Johnny ci canterà un brano”. Tutta la scena mi ha preso come un calcio in faccia, perché la polizia (ai miei occhi di ratto italiano emigrato, di un wop qualsiasi) sembra davvero tranquilla, ai lati della piazza, senza interferire. In fondo in inghilterra solo i bobbies presidiano le manifestazioni, salvo pericoli estremi, e generalmente non ti ritrovi davanti a energumeni con gli occhi spiritati pronti a attaccare le zecche.

Il sapore amaro che sento non arriva dal cornettaccio precotto di starbucks, né dal caffè limaccioso. Arriva tutto dalla disillusione, che quella piazza, quel movimento, a prescindere da come vogliamo raccontarlo su twitter, era un raduno di individui preoccupati per questioni civili di tenuta del sistema. Non ci sono stati rilanci su date, ma nemmeno su temi radicali, tranne l’evidente tentative di dare alla giornata uno spessore sociale che buona parte della piazza non percepiva. Non è sufficiente (anche se necessario) attaccare le politiche di austerity per trasformare una piazza civica e liberale in un’esplosiva miscela rivoltosa. Alcuni spazi ci sono, ma contribuire a dirigere questa folla, in cui la working class è solo marginalmente presente, sembra un’impresa ancora più velleitaria che tentare di determinare i gilets jaunes senza sciogliersi nel movimento. In questi giorni non c’è nessun movimento diffuso in tutto il regno unito. Ci sono città in agitazione, con le loro reti locali, e i soggetti locali che tentano di parlarsi. Ma non bisogna fare l’errore di farsi confondere da londra e dalla forma radicale che la protesta sta avendo nella capitale (disobbedienza civile, manifestazioni giornaliere): il regno unito non è londra, e londra non rappresenta la societá inglese periferica. Se c’è qualche spazio di manovra in questa fase, bisogna porsi questo obiettivo: superare la partecipazione individuale, tutta liberale, e permettere alla piazza di soggettivarsi anche autonomamente, ma soprattutto di confrontarsi tra aree geografiche diverse. Ma questo passaggio potrebbe risultare più difficile del previsto. Con buona pace dei Clash, London isn’t calling to the faraway towns.

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