Sottosopra / 6 min

Olimpiadi delle capriole liberali.

Alla chiusura delle pagine social di CasaPound e Forza Nuova, i liberali hanno risposto con le olimpiadi delle capriole argomentative sul fascismo degli antifascisti. Una rassegna dei migliori gesti atletici compiuti dagli atleti italiani.

Olimpiadi delle capriole liberali.

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A sorpresa oggi, 10 settembre 2019, si stanno svolgendo su tutto il territorio nazionale le olimpiadi della disciplina più amata dai liberali sin dal 2 giugno 1946: la capriola argomentativa che accusa di fascismo chi censura i fascisti. Il tema è annoso, ma promette capriole da record, omissioni su cosa sia la pratica del no platform, allusioni e imprecisioni sul fascismo degli antifascisti pasoliniano. Gli atleti in gara stanno provando a rispondere a una semplice domanda: come difendere associazioni liberticide appellandosi alla libertà?

A dare il via ai giochi sono stati i due sponsor principali, Facebook e Instagram, che ieri hanno deciso di chiudere le pagine ufficiali di CasaPound Italia, di Forza Nuova e dei loro dirigenti, sostenendo che “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram”.

Il cortocircuito logico più di moda tra i liberali è servito dal primo atleta in gara, Mattia Feltri, sostenuto dal team La Stampa.

Con il titolo del Buongiorno di oggi, il più esperto capriolista in gara non delude il bisogno di moderazione dei suoi lettori: “Fascisti che non ti aspetti”. Il riferimento è a Mark Zuckerberg e alla sua azienda. Con un sottile tono passivo-aggressivo, che rivela il senso di tradimento vissuto dagli atleti liberali verso la scelta degli amici miliardari d’oltreoceano, viene affrontato da Feltri un altro cortocircuito che sta mettendo in difficoltà gli sportivi in gara:

come difendere la libertà d’azione di ogni azienda privata e allo stesso tempo chiedere di limitare la politica aziendale di Mark?

La risposta di Feltri è troppo debole secondo i giudici di gara. Puntare tutto sulla delusione data dal non aspettarselo proprio da loro, in stile “liberali che sbagliano”, non sembra aver messo l’atleta in una buona posizione.

A peggiorare la situazione di Feltri è l’eccessivo buonsenso del commento d’esordio del suo pezzo: “Da quelle pagine [di CasaPound e Forza Nuova, ndr] sono state diffuse idee piuttosto repellenti e al limite della legalità”. Ma i giudici riconoscono nella mossa iniziale di Feltri un cerchiobottismo appropriato alla disciplina e lo risparmiano, sicuri che non verranno delusi dal resto della performance. All’improvviso il giornalista, via la cravatta, decide di sorprenderli. Piegamento del busto, testa a terra, leggera spinta posteriore e olè:

le idee delle formazioni neofasciste sono repellenti solo “secondo i canoni di una stagione tremula e liberticida”.

Esecuzione perfetta della capriola postmoderna, la “non-esistono-fatti-ma-solo-interpretazioni”. Il pubblico è in festa, ma non si accontenta. Dagli spalti, una richiesta: “Facci una Voltaire!” I tifosi chiedono in coro la famosa capriola Voltaire, vogliono che Feltri gli racconti quella volta in cui un francese voleva morire per difendere le idee che non condivideva, ignari che quella storia non sia andata proprio così.

Mattia sorride imbarazzato, prende ispirazione dal tweet del leghista Jari Colla, e propone un’evoluzione della storica capriola illuminista, alla quale si prepara con disciplina e allenamenti quotidiani da tempo: “La libertà d’opinione serve a tutelare specialmente le idee cattive, ché a tutelare quelle buone sono capaci tutti”. Qualcuno potrebbe dire che serve a tutelare minoranze vessate? Non è utile saperlo per competere ai giochi.

Ormai sicuro dell’appoggio dei suoi fan, Feltri esagera, proseguendo con una capriola amnestica, gesto atletico che implica un coraggioso atto di dimenticanza, quello della quotidiana violenza verbale e fisica operata dai neofascismi e dai loro padri nobili: “È ignota la colpa specifica di CasaPound e Forza Nuova, se non quella generica di avere ‘diffuso odio'”. Viene subito silenziato l’intervento di un disturbatore, un intruso che invade il campo e prova a criticare l’amnesia elencando le numerose aggressioni neofasciste in Italia.

Dopo rapide capriole citazioniste, in cui trovano spazio sia i tribunali di Stalin che il re sole, l’ebrezza del giornalista lo conduce all’errore. In un’ultima, memorabile, capriola, Feltri prima accusa Zuckerberg di essere “padrone dei social”, appropriandosi di un linguaggio da sindacalista landiniano qualunque (decisamente poco liberale, direi), e poi conclude con una denuncia troppo statalista per la tradizione di cui è alfiere: “Sulla legge dello Stato troneggia una legge privata, opaca e sovranazionale con cui si separano i giusti dagli ingiusti: se ne sono viste poche di robe più fasciste.”

Parole perfette per descrivere anche il comportamento di aziende multinazionali che producono auto e che sono proprietarie di quotidiani.

Il lettore medio de La Stampa, lì al bar di paese in provincia di Torino, è disorientato. I giudici sono d’accordo: prestazione buona nel complesso, ma delude la chiusura della capriola, che presenta una inaspettata riconfigurazione di linguaggi e principi della tradizione liberale.

Segue un’ospitata dell’atleta Vittorio Sgarbi, con una breve esecuzione che punta su un leitmotiv senza tempo del capriolismo liberale: la boutade.

“Facebook purtroppo non è nuova a ingiustificate forme di censura. Spero solo che l’improvviso oscuramento dei profili di CasaPound sia dovuto a problemi tecnici e non alle sue idee politiche.”

È il turno di Enrico Paoli, che grazie al team Libero può abbracciare la stessa opinione di Roberto Fiore, vertice di Forza Nuova, e puntare tutto sulla capriola complottista:

“L’opera di censura, da regime totalitario, guarda caso nel giorno dell’intervento in Aula del premier Giuseppe Conte, porta la firma dei ‘controllori’ del sito web fondato da Zuckerberg. L’oscuramento, spiegano i padroni di Facebook, non è necessariamente legato a specifici e recenti episodi ma è piuttosto frutto di un lungo processo di analisi e valutazione di quanto detto e scritto in questi mesi dalle organizzazioni e dai singoli militanti. Attuata, però, nel momento in cui è cambiato il vento. Troppo strano per essere casuale.”

Ma Paoli sa che i suoi fan si aspettano di più, una demonizzazione, meglio se verso donne. Quindi decide di concedere una capriola velatamente sessista, da intenditori, riportando le dichiarazioni delle “pasionarie rosse” Laura Boldrini e Valeria Fedeli, e accusando quest’ultima di evocare una sorta di Minculpop globale quando chiede una “normativa complessiva di prevenzione e sanzione dei linguaggi d’odio sul web”.

A rubare la scena a Libero è Il Giornale, che schiera Francesco Maria Del Vigo e un titolo che riscuote consensi: “Se il camerata Zuckerberg censura i nuovi fascisti”.

A una capriola già vista e rivista, quella dell’agibilità-elettorale-libera-tutti (“Tappare la bocca a due movimenti che si sono presentati alle elezioni […] è uno strano modo di esercitare la democrazia”), segue una capriola ben calibrata, simile a una che abbiamo già apprezzato grazie a Mattia Feltri: posto il principio intangibile del non-interventismo nei confronti delle aziende private, non sarebbe meglio intervenire?

“Facebook è una azienda privata e può fare quello che vuole, ma combattere le idee mozzando le lingue non è mai una buona idea. Non è con una censura fascista che si ferma il fascismo. E soprattutto: possiamo permettere che una delle principali infrastrutture della nostra comunicazione, anche politica, possa scegliere unilateralmente chi può avere agibilità sociale?”

Sul finire della giornata, chi ha assistito inerme a questo spettacolo potrebbe essere tentato di festeggiare per la chiusura delle pagine di CasaPound e Forza Nuova, ma sarebbe un errore. Non illudiamoci, le attività di questi individui continueranno tramite altri profili e pagine. Chi si oppone alla diffusione dell’odio che nasconde e giustifica iniquità e sfruttamento verrà ancora osteggiato e minacciato anche sui social network, nei modi subdoli che appartengono a queste persone. È già capitato anche a noi, pur con la nostra breve attività, che qualche esponente di queste formazioni seguisse, commentasse, esplicitasse la sua presenza con dei like a post che attaccano le formazioni neofasciste, come per dire “so chi sei, so cosa stai facendo”. Sono questi i metodi di una strategia più ampia nella lotta per l’egemonia culturale, il cui primo passo è sempre quello del riconoscimento: innanzitutto essere presenti, avere la possibilità di diffondere idee razziste e sessiste in ogni luogo fisico e virtuale, per normalizzare idee e azioni che normali non dovrebbero essere e per acquisire la legittimità necessaria a una futura presenza in un governo di destra. Con i Salvini e i salvinismi che vanno di moda oggi, queste formazioni neofasciste vedono la concreta possibilità di raggiungere i loro obiettivi. È cruciale non cedere un millimetro, online e offline, al cammino dell’odio. Chiudiamo quelle associazioni, non solo le loro pagine sul web.

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