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Il cuore oscuro del neoliberismo

Perché Salvini a Pontida ha citato Margaret Thatcher? I Trump e i Salvini forse ci stanno svelando il cuore antidemocratico del neoliberismo, che ha origine in Friedrich von Hayek.

Il cuore oscuro del neoliberismo

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Oriana Fallaci e Giovanni Paolo II. Ma soprattutto Margaret Thatcher, la “lady di ferro”. Sono questi i tre nomi di maggior significato simbolico-politico che popolano il pantheon di Salvini. Nomi pronunciati durante l’annuale ritrovo leghista di Pontida, un raduno segnato dal tentativo di metabolizzare la sconfitta del blitz d’agosto, che ha relegato la Lega all’opposizione. Nomi che incarnano alcuni nodi identitari del leghismo.

La storia ormai trentennale del leghismo è quella di un movimento che ha saputo cambiare pelle adattandosi alle contingenze dalla fase politica del momento. È passato dall’autonomismo nordista all’indipendentismo padano al governismo con Berlusconi, senza dimenticare i blocchi di potere economico-sociale, ormai ventennali, nelle regioni Veneto e Lombardia. Una capacità di mutare che l’ha portata a trasformarsi nel principale soggetto nazionalista del paese, uscendo dalla crisi di credibilità dell’ultima parte della fase bossiana e relegando nell’irrilevanza gli altri soggetti della destra nazionalista. Davanti a questa capacità mimetica, nella Lega alcuni temi di fondo sono sempre rimasti costitutivi. I nomi di Oriana Fallaci, di Giovanni Paolo II e di Margaret Thatcher non sono stati pronunciati a caso. Il nome di Fallaci si collega alla lotta contro la presunta islamizzazione dell’europa, quello del papa polacco mobilita l’immaginario catto-conservatore sulla “famiglia naturale” e sul “gender”. 

E il riferimento a Margaret Thatcher? 

Alcuni si sono sorpresi, perché se i riferimenti a Fallaci e a Giovanni Paolo II risultano immediati, quello alla lady di ferro è apparentemente meno leggibile. In realtà ciò che rappresenta quel nome percorre tutta la storia trentennale della Lega, unendo in un filo di continuità l’autonomismo degli anni ottanta del primo Bossi al sovranismo nazionalista etnico di Salvini, che attualizza l’esperienza del movimento völkisch. Con questo termine, popolare durante la repubblica di weimar e il terzo reich, in particolare nell’ambito della cosiddetta rivoluzione conservatrice, si intende un’ideologia politica dove l’elemento nazionale, quello popolare e quello razziale si compenetrano con forza. Volgere il termine völkisch, difficilmente traducibile, in populista sarebbe un comportamento fuorviante

La Lega, un partito nato nel pieno del riflusso degli anni ottanta, nel ritorno edonistico al privato, nasce e rimane un partito neoliberista. 

La Lega autonomista degli anni ottanta, con la sua retorica contro lo stato e la burocrazia, contro i meridionali assistiti da uno stato sociale e fiscale rapace di risorse create dagli imprenditori del nord, ricalcava, in modo sicuramente grezzo ma efficace, le principali tesi degli intellettuali neoliberisti. La forza di questo immaginario è tale che sarebbe inconcepibile dismetterlo in quanto verrebbe a mancare un pilastro costitutivo della stessa Lega (da qui la centralità nella narrazione politica salviniana della flat tax). Non dobbiamo quindi essere sorpresi se un politico nazionalista come Salvini, che chiede “pieni poteri”, che disprezza il diritto internazionale, le regole costituzionali e la stessa democrazia, inserisca la Thatcher nel suo pantheon politico. È la sua storia e il suo presente, nonostante la finzione del “comunista padano”.

Si potrebbe obiettare, come fanno alcuni liberali, che quello leghista è un neoliberismo corrotto, in quanto si accompagna, per esempio, all’etno-nazionalismo, al razzismo e al sessismo. Queste sono forme reattive e virulente di autoritarismo nate come reazione alla perdita della presunta purezza razziale e culturale della nazione messa in crisi, per esempio, dalle politiche progressiste di estensione della norma matrimoniale a gay e lesbiche e dai flussi migratori che stanno investendo l’europa. 

Quello di Salvini (e di tutta la galassia nazionalista) sarebbe quindi una forma degenerata di neoliberismo nazionalista autoritario? Ma dobbiamo chiederci: questo è davvero un’innesto corruttivo? 

Non siamo forse davanti all’intima natura del neoliberismo stesso, una natura uscita allo scoperto grazie a leader politici privi di inibizioni e pudori?

Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo andare alle origini stesse del neoliberismo come ideologia e come pratica politica. Significa ritornare indietro fino a Margaret Thatcher e al suo maestro intellettuale: Friedrich von HayekLa stessa lady di ferro, durante i suoi anni di governo, ha avuto un rapporto complesso e ambiguo con la democrazia. Lo ha dimostrato con la sua azione politica tutta contro la classe operaia britannica, vittima di “una guerra di classe al contrario” che ne ha espropriato risorse a favore dei più ricchi. 

Una guerra di classe dei ricchi contro i poveri che poi si è imposta a livello globale. 

Una guerra di classe violenta che rafforza la domanda sulla natura del neoliberismo. Questa ideologia pervasiva e apparentemente senza alternative è mai stata compatibile con la democrazia stessa? Stando a una storiella raccontata da molti, nel 1975, durante una delle sue prime riunioni come leader dei conservatori britannici, Thatcher, spazientita da un collega che illustrava i valori base della tradizione conservatrice aprì la sua borsetta, prese un libro e lo lanciò sul tavolo dicendo: “Questo è tutto quello in cui crediamo”. 

Quel libro era  La società libera di Friedrich von Hayek. 

Che sia un evento realmente accaduto o meno, questa storia è simbolica: da qui ha avvio la (contro)rivoluzione neoliberista, dalla produzione ideologica di un gruppo di intellettuali e economisti che vede in Hayek stesso uno dei principali e carismatici ispiratori.

La società libera, pubblicato nel 1960, rappresenta la conclusione di un percorso intellettuale radicalmente anti-democratico che prende avvio con la pubblicazione di La via della schiavitù nel 1944. In questo lavoro, Hayek afferma che qualsiasi pianificazione economica decisa da qualsiasi governo, democratico o meno, conduce inevitabilmente al totalitarismo. Attraverso questa tesi, le politiche del new deal e il graduale sviluppo del welfare state inglese diventano nemici da combattere in quanto anticipatori di un collettivismo affine a nazismo e stalinismo. Prendendo di mira quella che sarebbe diventata la socialdemocrazia di stampo keynesiano, questa tesi diventerà politicamente appetibile per chi si sentiva minacciato nei propri interessi dalle politiche distributive a favore dei più deboli: i ricchi. Supportato da una schiera di think tank finanziati per sostenere la nascente ideologia neoliberista, le idee di von Hayek negli anni si trasformano radicalizzandosi. In La società libera, von Hayek rigetta le idee di libertà politica, di diritti universali, di uguaglianza tra gli essere umani, di ridistribuzione delle ricchezze, di conservazione ambientale. 

Sono solo le libertà del ricco a essere assolute, mentre la democrazia non è un valore ultimo o assoluto, specie se limita le possibilità dei ricchi.

La libertà, per Hayek e per i suoi discepoli, si riassume nella libertà economica che si realizza evitando che la maggioranza possa davvero scegliere la direzione che la politica e la società devono imboccare. Il neoliberismo in quanto ideologia è in grado di egemonizzare lo spazio pubblico e culturale grazie alla sua capacità mimetica e intrusiva. Questa capacità di penetrazione è tale che grazie alla crisi della socialdemocrazia keynesiana e alla fine del socialismo reale è riuscita a invadere gli spazi di ogni possibile alternativa al neoliberismo. Abbandonando il peso morto Keynes, la socialdemocrazia progressista non è riuscita a costruire una narrazione, un’immaginario e una cultura politica e economica concorrente. La terza via degli anni novanta, andando oltre la destra e la sinistra, per citare Giddens, il “neoliberismo progressista” di Blair e Clinton, rappresentano una resa senza condizioni all’ideologia neoliberista. 

There is not alternative, diceva sprezzante Margaret Thachter. 

Non solo ma la socialdemocrazia progressista, in questo modo, ha una responsabilità nella stessa radicalizzazione del neoliberismo: smettendo di incarnare una forza (per quanto moderata) di giustizia sociale, la sinistra soffre una completa implosione del proprio immaginario (e è a partire da questo che si può costruire un’alternativa). È la mancanza di alternative, una mancanza visibile nel fallimento della presidenza Obama e nelle rigidità europee nei confronti della Grecia, a aver fatto uscire allo scoperto le peggiori pulsioni autoritarie del neoliberismo. Quello tra neoliberismo e socialdemocrazia progressista è stato un patto faustiano, all’apparenza vincente, ma a conti fatti mortale. Ha svuotato il progressismo di legittimità e di credibilità. Ne è rimasto un guscio vuoto, tutt’al più una macchina di potere per un pezzo di élite.

È in questo contesto che entra in scena Donald Trump.

Non citato a Pontida ma ben presente nel pantheon leghista, è apparso a molti come la rottura reazionaria contro l’élite neoliberale. Dopo aver eliminato alle primarie tutti i candidati dell’establishment repubblicano, sovente non meno estremisti, riesce a sconfiggere a sorpresa Hillary Clinton, colei che Nancy Fraser definisce la quintessenza del “neoliberismo progressista”. La domanda da porsi è: Trump è davvero, come molti hanno creduto, il campione populista, in versione reazionaria, contro le élite? La risposta è negativa e è lo stesso von Hayek a aiutarci a mettere in dubbio questa lettura. In American Psycho, romanzo simbolo sul nascente immaginario valoriale del neoliberismo, Trump è l’idolo del protagonista, lo yuppie sociopatico Patrick Baterman. Entrambi rappresentano i valori distopici dell’edonismo reaganiano. Donald Trump in realtà non è “l’uomo fatto da sé”, ma è un ereditiere che si è autoproclamato creatore di ricchezza. Può sembrare sorprendente ma questo tipo di persone non sono disprezzate da von Hayek:

Hayek ritiene che la ricchezza ereditata sia socialmente più utile di quella guadagnata. 

Questi “ricchi oziosi”, gli “indipendenti”, possono dedicarsi a influenzare non solo l’economia, ma anche i campi del pensiero, dell’opinione e della politica. Donald Trump è la perfetta incarnazione dell’indipendente: beneficiario di una ricchezza ereditata, esente dai vincoli della morale comune, può seguire le sue grevi inclinazioni e aprire la strade inedite nella politica, nella cultura di massa e nell’economia. Durante la campagna elettorale, Trump è riuscito a costruire una narrazione populista-reazionaria: una combinazione di una politica di riconoscimento iper-reazionaria combinata con una politica di redistribuzione apparentemente populista. Una politica redistributiva prontamente abbandonata una volta arrivato alla Casa Bianca, ma che è servita a convincere fasce di classe media e di classe operaia bianca che si è sentita dimenticata dalle élite politiche repubblicane e democratiche.

Donald Trump è il Reagan degli  incel

cioè di coloro che si sentono, a torto o a ragione, accantonati da quel segmento di élite che si riconosce nel “progressismo neoliberale”. Ne ha incanalato la rabbia e usato la frustrazione al grido di “Make America Great Again”. Lo slogan, tra l’altro, rubato proprio a Reagan. Trump ha scorto un’opportunità nella crisi di quella parte dell’élite neoliberista “progressista”. Quest’ultima, illusa di poter imbrigliare le pulsioni autoritarie del neoliberismo attraverso una tecnocrazia finanziaria attenta ai diritti civili individuali, non è riuscita a rispondere alla sua stessa crisi di legittimità. Trump ha compreso che rispolverando l’etno-nazionalismo, il suprematismo razziale e il sessismo, poteva sostituirsi a quella élite delegittimata e allo stesso tempo salvare il nucleo essenziale del neoliberismo stesso.

Salvini, come Trump, ha scorto una forte crisi di legittimità delle élite e ha reso manifesto, senza nessun pudore, il cuore anti-democratico del neoliberismo 

celato dall’ipocrisia tecnocratica delle élite “progressiste”. Un cuore anti-democratico che è stato sempre presente. Trump e Salvini hanno scoperchiato una finzione: che il cuore oscuro del neoliberismo è l’autoritarismo e come tale non è compatibile con la democrazia. Hayek, durante una visita a uno dei suoi massimi allievi, il generale Pinochet, disse di preferire “la dittatura liberale a un governo democratico senza liberismo”. Hayek e soci, su questo, non si sono mai nascosti.

Dobbiamo capire che ciò che sta distruggendo democrazia, riducendo la possibilità di risolvere i problemi globali che ci affliggono, a partire dal collasso climatico, è questa violenta ideologia delle élite chiamata neoliberismo.

 

Photo credit: quixotic54 on Visual Hunt / CC BY-NC-ND