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Liberarsi dai fantasmi dell’oppressione. Il ricordo di Toni Morrison

Il ricordo di Toni Morrison, che scriveva: "Una volta che si è liberi si deve liberare qualcun altro", non si interrompa allora la lotta per la liberazione dai fantasmi dell'oppressione e dalle discriminazioni.

Liberarsi dai fantasmi dell’oppressione. Il ricordo di Toni Morrison

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Uno spettro, scriveva Jacques Derrida, implica un’eredità. Un’eredità implica un lutto. Seguendo questa lettura, non c’è spettro più evidente di quello che dà il nome al più famoso romanzo di Toni Morrison, Amatissima. La figlia della protagonista Sethe, uccisa dalla madre che preferisce saperla morta piuttosto che ridotta in schiavitù, porta su di sé il dolore dei “sessanta milioni e più” (è l’epigrafe del romanzo) di africani ammazzati dall’economia di piantagione. È l’incarnazione del rancore tramandato di generazione in generazione, il simbolo di un’eredità di sangue che sopravvive nel sangue.

Tutta l’opera di Toni Morrison interroga la dimensione del peso dell’eredità e della lotta per liberarsi dagli spettri del passato. Ora che ci ha lasciato, il nostro compito è conservare e perpetuare la sua voce per riconquistare il presente.

“Una volta che si è liberi”, scriveva, “si deve liberare qualcun altro. Se hai potere, devi dare potere a qualcun altro”. La dimensione performativa del sapere e del linguaggio messa al servizio della giustizia.

Giustizia sociale e giustizia etnica, perché, anche da figlia dell’universalismo degli scrittori modernisti, Morrison ha sempre ribadito la propria appartenenza a uno specifico gruppo etnico ed intellettuale: “Dal mio punto di vista esistono solo i neri. Quando dico ‘persone’, è a loro che mi riferisco”.

Morrison si è scagliata contro la menzogna della supposta color-blindness della democrazia statunitense, che dietro alla logora retorica puritana dell’opportunità e dell’uguaglianza nasconde da sempre un’anima ferocemente razzista che si concretizza in barriere per contenere, occultare, schiacciare. In un’epoca in cui sedicenti intellettuali francamente imbarazzanti come Jordan Peterson cercano in tutti i modi di spingere il dibattito identitario e culturale al di fuori delle categorie di oppresso e oppressore, liquidando con sufficienza le ingiustizie sistemiche e intersezionali del liberismo americano, Toni Morrison ribadisce l’esistenza della cultura all’interno del dominio necessariamente politicizzato dei rapporti di potere tra etnie e classi sociali. Una dimensione questa che può sopravvivere nell’eterno presente del tardo capitalismo solo attraverso l’indagine e il recupero lucido della storia, l’accettazione e la rielaborazione dell’eredità e del lutto che porta con sé. 

È ciò che è chiamato a fare Macon “Milkman” Dead in Canto di Salomone, un’Odissea afroamericana nella quale il viaggio è uno scavo nel passato per recuperare la storia di famiglia al fine di uscire dall’abulia del presente e tornare a volare. “Se vuoi volare” dice l’amico Guitar al protagonista “devi rinunciare a tutta la roba che ti appesantisce”. E alleggerirsi vuol dire raccontare, perché (sono sempre parole di Morrison) morire potrebbe essere il senso della vita, ma il linguaggio ne è la misura,

se l’esistenza trova forse significato nella morte, la parola resta l’unica cosa in grado di darle misura e peso, e quindi valore e concretezza. Riscatto.

“La narrazione è un atto radicale, ci crea nel momento stesso in cui viene creata”, dirà alla cerimonia di consegna del Nobel, “solo il linguaggio ci protegge dalla spaventosità delle cose senza nome”.

Le parole sono cose che possono costruire o distruggere, strumenti fondamentali di lotta e emancipazione che conducono fuori dalle trappole dell’utopia neoliberale, falsamente disinteressata alle etnie e alle classi sociali nel dominio della mercificazione totale dell’esistenza che gli afroamericani hanno vissuto con particolare spietatezza.

“Ogni paradiso”, afferma l’autrice, “è determinato da chi non c’è, dalle persone che non possono entrare”.

We Serve Whites Only, tipico cartello dell’epoca della segregazione idealmente posto all’ingresso del giardino del sogno americano, un Eden costruito sui corpi dei non ammessi che l’opera di Toni Morrison nomina ed elegge a protagonisti, reinserendoli di forza nel discorso politico e identitario statunitense. 

Il potere di definire, da Adamo in avanti, è anche il potere di incasellare e sottomettere

e Morrison dimostra una comprensione raffinata di questo processo quando re-inscrive i rapporti tra oppressori ed oppressi nello squilibrio tra chi definisce e chi è definito: “il dibattito sulla political correctness in realtà riguarda la facoltà di poter definire. Coloro che definiscono vogliono il potere di nominare, e quelli che sono definiti stanno togliendo ai primi questo potere”. Finalmente.

Dalla periferia-ghetto dell’alterità non-nominata o mis-nominata, Toni Morrison ha ricostruito l’edificio delle lettere statunitensi, rendendo questo margine il centro della sua poetica e della sua politica, facendo di un muro un orizzonte. “Ho scritto il mio primo libro perché volevo leggerlo”, diceva, “pensai che quel libro, su quello specifico argomento – le bambine nere più vulnerabili, meno raccontate, meno prese sul serio – non era mai esistito in letteratura. Nessuno aveva scritto di loro se non come comparse. Dato che non riuscivo a trovare un libro del genere, ho pensato ‘Beh, lo scriverò io e poi lo leggerò’. È stato l’impulso a leggere che mi ha portato alla scrittura”. Il riferimento è a L’occhio più azzurro, storia di una bambina afroamericana che sogna di poter avere gli occhi azzurri, marchio di autenticità dell’élite WASP, ed essere finalmente considerata bella come lo stereotipo middle class rappresentato dai libri di Dick e Jane, famosa serie di libri per ragazzi che viene utilizzata come amaro contrappunto alle tragiche vicissitudini della famiglia disfunzionale del romanzo.

Ancora una volta, il desiderio di volgere un’eredità invalidante in un esempio, un appiglio dal quale risalire. I romanzi che Morrison ha scritto in quasi cinquant’anni di carriera sono pietre sulle quali saltare per oltrepassare il fiume verso la libertà, come gli schiavi in fuga dal Sud diretti in Ohio, stato libero oltre la linea Mason-Dixon e luogo natio della scrittrice. “Raggiungere un luogo dove puoi amare tutto quello che scegli di amare – non aver bisogno di un permesso per desiderare –  beh, QUELLA sì che era libertà”, dice Paul D in Amatissima, ambientato a Cincinnati, appena al di là del fiume che per un afroamericano segnava troppo spesso il confine tra vita e morte, o tra libertà e schiavitù, che è la stessa cosa.

Scrivere come atto di giustizia, scrivere come atto di testimonianza, scrivere una tradizione contro la tradizione per parlare ai fantasmi e dei fantasmi della storia americana.

È sempre Jacques Derrida ad affermare che “nessuna etica, nessuna politica [e nessuna letteratura, aggiungo] sembra possibile e pensabile e giusta senza riconoscere al suo principio il rispetto per quegli altri che non sono più o per quegli altri che non ci sono ancora, siano già morti o non ancora nati”. E la scrittura di Toni Morrison è stata senza dubbio un ponte, una tavola Ouija che ha legato passato e presente nel nome della giustizia, utilizzando il lutto e il dolore di un’eredità annichilente come forza creativa e trasmettendo quella stessa voce violenta e affettuosa allo stesso tempo ad autori contemporanei come Colson Whitehead e Jesmyn Ward, probabilmente gli scrittori afroamericani più importanti del momento, figli ed eredi dell’insegnamento di Morrison. Opere come Canta, spirito, canta e I ragazzi della Nickel proseguono laddove Amatissima, Jazz o Paradiso si erano fermati, scavando nella storia per illuminare il presente piuttosto che consegnarlo alla malinconia senza fine di un lutto impossibile da raccontare. 

Baby Suggs, altro monumentale personaggio creato dalla scrittrice, avrebbe riassunto così: “è della carne che vi parlo qui. Carne che ha bisogno di essere amata. Piedi che hanno bisogno di riposare e di ballare, schiene che hanno bisogno di sostegni, spalle che hanno bisogno di braccia, di braccia forti, ve lo dico io. E statemi a sentire, oh cari miei, statemi a sentire, laggiù non amano il vostro collo bello dritto e senza cappio. Perciò amate il vostro collo, metteteci una mano sopra, carezzatelo e tenetelo dritto”.