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La pragmatica dei corpi

L'europa ha atteso che il Mediterraneo diventasse un'enorme fossa comune per mettere in discussione Dublino. Ma il fenomeno migratorio continua ad essere pensato come esclusivamente eccezionale. Una volta arrivati qui, i migranti vengono poi classificati, suddivisi, etichettati, affinché si integrino nella società del maschio bianco, distruggendo ogni pluralità e differenza.

La pragmatica dei corpi

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Nel 2011, 63 migranti persero la vita dopo essere stati lasciati a bordo di una barca per quattordici giorni, nella zona di sorveglianza marittima della NATO al largo della tunisia. Nonostante i ripetuti segnali radio che confermavano la loro posizione e le interazioni avute con un elicottero e una nave militari, nulla fu fatto per portarli in salvo. Il caso divenne famoso con il nome di left-to-die-boat.  

Le operazioni del progetto forensic oceanographic, che portarono alla ricostruzione del caso, mostrarono le evidenti tracce lasciate dalla barca: un mare parallelo di segni, onde elettromagnetiche, impulsi radar e immagini satellitari perfettamente utilizzabili dagli operatori di salvataggio, che scelsero tuttavia di non intervenire. Il gruppo di ricerca forense condannò con fermezza l’uso strumentale del mare che era stato fatto per governare le vite di quei migranti. Ocean Viking, Sea Watch, Open Arms: tutto ha avuto inizio con questo caso, lucido esempio di un geo-potere, così come l’ha definito Elisabeth Grosz. Secondo Grosz, l’uso tecnico del mare è da definirsi un geo-potere, un insieme di forze appartenenti al non-umano che vengono controllate a livello geopolitico e istituzionale per governare corpi e vite. Un’ecologia devota all’amministrazione e all’esproprio dei corpi, in nome di una natura coprodotta dal capitale.  

L’amministrazione dei soggetti migranti viene oggi ufficializzata per decreto, nonostante sia possibile riscontrare un’immediata analogia con il caso del 2011: anche il Decreto Sicurezza Bis implica una non-azione, un’omissione di soccorso che ancora oggi rende l’europa, con un’avanguardia tutta italiana, fortezza impenetrabile, e il Mediterraneo un canale esclusivamente commerciale. Oppure, come direbbe Carl Schmitt, uno spazio di nessuno: “un mare senza carattere”, oggi colpevole di passività. E di passività continua a macchiarsi anche il nuovo esecutivo. Se il 24 settembre il “cambiamento” ha permesso lo sbarco in Sicilia dei 182 migranti a bordo della Ocean Viking, la mattina del 7 ottobre 13 donne hanno perso la vita a poche miglia da Lampedusa, mentre 8 bambini sono dati per dispersi. è lo stesso Di Maio a confermare che l’autorizzazione concessa da Luciana Lamorgese non rappresenta alcun cambio con la politica del governo precedente. Una differenza si nota già nel passaggio Minniti-Salvini: 140.000 sbarchi in meno con il ministro del PD, solo 30.000 in meno con il leghista. Non è cambiato invece il numero dei morti: 1168 nel periodo Minniti, 1369 nel periodo Salvini.

È la conseguenza di una thanatopolitica che ci ha insegnato a vivere la morte, a lungo impensabile in occidente, oggi accettata e snobbata dalle istituzioni, diventata anzi propaganda. 

La vita del migrante spaventa più della sua stessa morte.

 

Rosi Braidotti, in un recente intervento, ha ricordato la triste affinità che esiste tra il disconoscimento della scienza moderna verso le teorie dell’antropocene (l’era geologica in cui l’uomo è il maggiore responsabile dei cambiamenti climatici e geologici) e la squalifica istituzionale della migrazione. 

Di cambiamento climatico si parla solo ora che ci troviamo di fronte alla catastrofe, e di possibili soluzioni al problema dell’immigrazione si parla solo dopo che il Mediterraneo è diventato una enorme fossa comune. L’europa ha finalmente accettato di mettere in discussione le convenzioni di Dublino (l’ultima risale al 2013), promettendo redistribuzione di migranti e solidarietà ai paesi che accolgono. Sarebbe meglio dire però che dal recente incontro di Malta, l’obiettivo di francia, germania e italia è stato quello di bilanciare l’asimmetria di responsabilità tra i paesi di arrivo, mantenendo una clausola di salvaguardia che prevede la sospensione del patto qualora il numero delle persone da ricollocare dovesse aumentare sostanzialmente.

La migrazione rimane dunque  concessa solo in casi ponderati e prestabiliti, quando i corpi seguono una traiettoria ben definita.

Osserviamo meglio il binomio ecologia-migrazione: non dal punto di vista causa-effetto, ma per comprendere meglio la narrativa moderna costruita intorno a questi fenomeni.

Nel campo del pensiero ecologico, per usare le parole del filosofo Didier Debaise, i moderni hanno pensato un’idea di “natura” con lo scopo di abitarla. È stata pensata da una filosofia essenzialmente operativa per essere controllata, quantificata, colonizzata. Questa “pragmatica della terra” permea i pensieri altrui e omogeneizza le differenze in una esperienza unica e totalizzante. Linearità e progresso emergono come i motivi fondamentali di questa cosmologia, comune denominatore della pluralità di dimensioni in divenire dentro la natura.

Dallo studio della materia, estendiamo questo ragionamento allo studio dei corpi. Quale sarebbe la nostra percezione di natura se invece di pensarla attraverso la teoria moderna, la immaginassimo come un sistema di dipendenze, ovvero di entità connesse l’una all’altra? Decostruire la dottrina moderna offre infatti uno sguardo critico sugli agenti che formano tale sistema: come la terra è stata colonizzata, essi stessi sono governati da una pragmatica dei corpi che detta legge su cosa possono e non possono fare. 

La concezione moderna di natura, secondo il matematico inglese Alfred North Whitehead, si sviluppa infatti sul rifiuto della molteplicità di tempi, realtà, pratiche e abilità. Essa identifica la possibilità di essere individuabile come una caratteristica fondamentale dei corpi. La materia, in senso scientifico, esiste nello spazio del qui e nel tempo dell’ora. È facilmente riconducibile a un momento e a una posizione, può occupare solo un punto nella geografia, è statica. Questa pratica di individuazione del soggetto squalifica l’Altro, rendendolo alieno, scomponendolo in diversi registri di identificazione: il corpo psichico, il corpo sociale, quello biologico.

Per Isabelle Stengers, la creazione di gerarchie sulla base di qualità fisico-matematiche e “l’estrazione” delle qualità secondarie dai corpi ha trasformato il 21º secolo in un cimitero di pratiche e conoscenze collettive. Il barbarismo della modernità si è esteso al futuro, condannando quella stessa molteplicità che dobbiamo impegnarci a difendere: disfarsi della modernità come filosofia operativa, della sua visione pragmatica della natura che mira de facto alla colonizzazione dei corpi (della materia) e del tessuto che li unisce.

 

Se il mondo è una successione di configurazioni continue di materia, è perché siamo ossessionati dal voler conoscere le qualità superficiali di un corpo: colore, forma, mobilità. Provenienza.  Una conclusione che possiamo trarre dall’invenzione della natura come cosmologia moderna è infatti nella costante classificazione dei corpi, nella continua qualifica dei corpi in base a ciò che è squisitamente tangibile, tanto nel quotidiano quanto nelle pratiche istituzionali. Si tratta di un utilitarismo di default, che secondo Donna Haraway è derivato dall’invenzione moderna di un corpo artificiale in antitesi a un presunto corpo naturale. 

Un colonialismo socio-ambientale che mescola natura e cultura a proprio piacimento.

Pensiamo a un soggetto che migra: il corpo, la materia, è vessata dall’ossessione dell’ispezione istituzionale. Non è un caso che la prima, fondamentale domanda che l’istituzione rivolge a chi migra sia da dove vieni? Implicitamente, ci chiediamo se il soggetto migrante abbia il diritto di migrare, se sia “localizzabile”, se sia utile o meno. Questa è una pragmatica dei corpi che abbiamo ereditato e che ha normalizzato i fenomeni migratori come processi esclusivamente eccezionali. Ad oggi, la migrazione, lo spostamento dei corpi è considerato un fenomeno certamente eccezionale: crisi ecologiche e economiche hanno reso la pratica della migrazione un fenomeno critico, ma che è da considerarsi tanto eccezionale quanto il tentativo di governarlo. 

Il mio migrante è il migrante inutile 

risponde il giornalista Domenico Quirico in un’intervista. A noi non deve interessarci la sua integrazione riuscita nella società: basti pensare al tanto deprecato migrante economico. Il suo corpo non deve rispondere alla richiesta di staticità che gli si impone. Né alla richiesta di aderire alla nostra temporalità, né condividere la nostra idea di società, ha commentato Sara Farris, se le nostre politiche di inclusione civica occidentali mirano esattamente alla distruzione di quelle pluralità e differenze descritte da Stengers.

In europa, nuove retoriche di integrazione sono state prodotte in nome di valori comuni europei con l’obiettivo di istruire donne musulmane migranti in tema di diritti civili. In particolare, promuovendo “l’uguaglianza di genere” dentro il nucleo familiare migrante, considerato locus della misoginia per eccellenza e in contrapposizione alla naturale uguaglianza di genere delle famiglie europee. In francia, l’Alto Consiglio per l’Integrazione ha considerato “l’applicazione della legge della propria nazionalità in materia di status personale e accordi bilaterali” come il problema più pressante in termini di limitazione dei diritti delle donne.  In olanda, il ministro per l’integrazione Rita Verdonk (detta Rita di Ferro, del partito nazionalista olandese) fu tra i principali promotori di un’integrazione volta a difendere le politiche progressiste olandesi riguardo i diritti delle donne contro i valori considerati obsoleti e sessisti delle famiglie migranti.

Non è un caso che anche per la sinistra (o presunta tale) di partito, il potenziale umano del migrante abbia un valore sociale binario. Positivo se il migrante si integra, negativo se non lo fa.

Sarebbe tuttavia più corretto dire che il potenziale umano del migrante si realizza solamente in senso negativo: non quando i corpi vengono inghiottiti dal mare e risputati a riva, non quando marciscono sulle spiagge o torturati nelle carceri libiche, ma solo quando il corpo che migra si materializza sui nostri radar. La co-dipendenza di organismi umani e non-umani si scontra con la liminalità sociale del migrante, che è declassato a non-umano, poiché le sue qualità “secondarie” non sono materialmente utili, cumulabili, assimilabili: se lo sono, è perché per essere capitalizzate devono essere distrutte.

Per concludere il parallelismo tra ecologia e migrazione, secondo Braidotti il catastrofismo creato intorno a queste due crisi non porta alcun beneficio al dibattito. Serve anzi a rinforzare un dominio patriarcale intellettuale, un disastro prodotto del maschio bianco urbano di cui ora dobbiamo addirittura sorbirci il lamento: così come la natura è stata colonizzata a beneficio di moderni conquistadores, corpi e pratiche continuano a essere amministrate in termini utilitaristici. Una totale passività verso di esse ci ha imposto l’accettazione acritica della morte e della distruzione come fenomeni “dovuti” nell’era dell’antropocene. Non ci hanno insegnato invece, come direbbe Gilles Deleuze, a considerare la promessa di un mondo differente contenuto nello sguardo dell’Altro. La catastrofe è una soluzione troppo semplice.