I robot ti ruberanno il lavoro?

Milioni di lavoratori rischiano di perdere il loro stipendio a causa della progressiva automazione di molti settori produttivi. I robot ci ruberanno il lavoro? Lo speriamo.

I robot ti ruberanno il lavoro?

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Negli scorsi mesi, diversi studi ci hanno avvertito riguardo una imminente apocalisse lavorativa. Il più famoso tra questi – una ricerca condotta a Oxford – riporta che fino al 47% dei lavori negli stati uniti sono a alto rischio di automazione nei prossimi due decenni. La metodologia su cui questo studio si basa – valutare i possibili sviluppi tecnologici e confrontarli con le mansioni solitamente impiegate sul lavoro – è stata riprodotta da allora per diversi altri paesi. Uno studio ha scoperto che il 54% dei lavori europei sono facilmente automatizzabili, mentre il capo economista della banca di inghilterra ha dichiarato che il 45% delle professioni nel regno unito sono a rischio. Non si tratta di un problema dei soli paesi ricchi: le economie a basso reddito rischiano di essere colpite altrettanto duramente dal fenomeno dell’automazione. I lavori di routine, che richiedono poche competenze tecniche e con un salario basso, sono stati esternalizzati dai ricchi paesi capitalisti a economie più povere, e anche questi lavori sono altamente a rischio automazione. Una ricerca di Citi spiega che in india 69% di professioni sono a rischio, in cina 77%, mentre in etiopia l’85%. Sembrerebbe che siamo di fronte a un’estinzione di massa del lavoro. 

NULLA DI NUOVO?

Per molti economisti non c’è nulla di cui preoccuparsi. Se guardiamo alla storia della tecnologia e al mercato del lavoro, le esperienze passate sembrano suggerire che l’automazione non ha mai causato disoccupazione di massa. L’automazione ha sempre cambiato il mercato del lavoro. In effetti una delle caratteristiche primarie della modalità di produzione capitalista è stata la rivoluzione dei mezzi di produzione – ridefinire il processo lavorativo e organizzarlo in modo da generare valore nella maniera più efficiente possibile. La meccanizzazione dell’agricoltura ne è un primo esempio, come nell’uso della sgranatrice di cotone e dell’invenzione del filatoio multiplo. Con il fordismo la linea di assemblaggio ha trasformato la complessa occupazione manifatturiera in una serie di compiti efficienti e semplici. E con l’era della produzione snella (lean production) abbiamo visto l’amministrazione computerizzata di lunghe catene di produzione trasformare il processo produttivo in un sistema pesantemente automatizzato. In ogni caso, niente disoccupazione di massa. Abbiamo notato invece la scomparsa di alcuni lavori, mentre altri ne venivano creati per rimpiazzare non solo quelli persi ma anche per permettere la crescita della popolazione. Gli unici momenti storici in cui assistiamo a una disoccupazione massiccia sono quelli che subiscono le conseguenze di fattori ciclici, come durante la grande depressione, piuttosto che di tendenze secolari di disoccupazione dovute dall’automazione. Sulla base di queste considerazioni, molti economisti credono che il futuro del lavoro subirà lo stesso destino che ha subito in passato: alcuni impieghi scompariranno, mentre altri verranno creati per rimpiazzarli. 

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Nella maniera tipica degli economisti, queste intuizioni non tengono conto del contesto sociale dei precedenti periodi storici. Il capitalismo non avrà certo comportato un massiccio aumento della disoccupazione, ma questo non è un risultato necessariamente vero. Piuttosto, la disoccupazione dipendeva da circostanze uniche di momenti precedenti, che oggi sembrano mancare. Nei primi momenti dell’automazione ci fu uno sforzo maggiore dei movimenti operai nella richiesta della riduzione della settimana lavorativa. Questo progetto ebbe successo e portò a una riduzione da 60 ore lavorative settimanali, all’inizio del secolo, fino a 40 ore durante gli anni ‘30, per poi sfiorare le 30 ore lavorative. In un contesto del genere non fu una sorpresa che Keynes profetizzò un futuro in cui tutti avrebbero lavorato solo 15 ore a settimana. Osservava semplicemente gli sviluppi del lavoro di allora. Con una mole di lavoro ridotta per ogni persona, il lavoro rimanente si sarebbe distribuito in maniera più omogenea. L’impatto della tecnologia all’epoca fu dunque pesantemente smorzato da una riduzione del 33% percento del lavoro di ognuno.  

Oggi, al contrario, non abbiamo movimenti che spingono per ridurre la settimana lavorativa, mentre gli effetti dell’automazione sembrano essere molto più seri. Si può dire lo stesso del secondo dopoguerra. Con la maggior parte delle economie occidentali lasciate in rovina e il massiccio intervento statunitense per la rivitalizzazione delle stesse, il dopoguerra ha visto picchi incredibili di crescita economica. Con l’aggiunta di politiche per la piena occupazione, il dopoguerra ha vissuto inoltre alti livelli di crescita lavorativa e un accordo tra sindacati e capitale per mantenere un sufficiente numero di buoni lavori. Questo portò a una generosa crescita degli stipendi e, di conseguenza, a una grande crescita della domanda aggregata, fino a stimolare l’economia e a continuare a creare lavoro. Inoltre, questo era il periodo in cui circa il 50% della potenziale forza lavoro era costretta dentro le mura domestiche. 

In queste circostanze eccezionali, non è una sorpresa che il capitalismo sia stato capace di creare abbastanza lavori nonostante l’automazione continuasse a trasformarsi per adattarsi al processo lavorativo. Oggi abbiamo una lenta crescita economica, nessun impegno verso la piena occupazione (anche se abbiamo invece politiche di welfare più severe), una crescita dei salari stagnante, e un maggior afflusso di donne nella forza lavoro. Il contesto per un’ondata di automazione è drasticamente diverso da come fu possibile in passato.

In maniera simile, le tecnologie che oggi vengono sviluppate e che saranno potenzialmente inserite nel processo del lavoro sono significativamente differenti dalle tecnologie del passato. Laddove le prime forme di automazione hanno impattato ciò che gli economisti chiamano ‹lavori di routine› (ovvero che possono essere eseguiti in una serie di passaggi chiari), le tecnologie di oggi cominciano a impattare lavori non routinari. La differenza è tra un lavoro in catena di montaggio e il guidare una macchina nell’atmosfera caotica dell’ambiente urbano moderno. Le ricerche di alcuni economisti come David Autor e Maarten Goos mostrano che il declino di lavori di routine negli ultimi 40 anni ha giocato un ruolo fondamentale nella polarizzazione del lavoro e nell’aumento delle diseguaglianze. Con la scomparsa di questi impieghi, che difficilmente rivedremo, i prossimi sviluppi dell’automazione incideranno sulla restante sfera del lavoro umano. Un’intera gamma di lavori a salario basso sono ora potenzialmente automatizzabili, sia che riguardino il lavoro fisico che quello intellettuale. 

Considerata la probabilità con cui le nuove tecnologie incideranno sul mercato del lavoro, con un impatto maggiore rispetto alle prime ondate di automazione, cosa succederà? I robot ti ruberanno il lavoro? Mentre da un lato del dibattito alcuni ci avvertono dell’imminente apocalisse e altri sbadigliano per la ripetitività di questa storia, entrambi sembrano non considerare la politica economica dell’automazione – in particolare del ruolo del lavoro. Messa semplicemente, se il movimento sindacale è forte, è probabile che avremo più automazione; al contrario, se il movimento è debole, ne avremo di meno.

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I LAVORATORI RISPONDONO

Nel primo caso, un forte movimento operaio è in grado di spingere per salari sempre più alti (in particolare relativamente a una stagnazione della crescita produttiva a livello globale), ma il crescente costo del lavoro significa che le macchine diverranno relativamente economiche in confronto. Possiamo già vedere alcuni sviluppi in cina, dove i salari reali si sono impennati per più di 10 anni, rendendo di conseguenza la manodopera cinese sempre più economica. Il risultato è che la cina è diventata il più grande investitore di robot industriali a livello mondiale, e numerose compagnie – di cui la Foxconn è la più famosa – hanno confermato le loro intenzioni di virare verso stabilimenti sempre più automatizzati. Questo è l’archetipo di un mondo altamente automatizzato, ma in modo che sia possibile da ottenere in un sistema capitalistico c’è bisogno che il potere del lavoro sia forte, dato che i costi relativi di macchine e lavoro sono fattori chiave per gli investitori. Cosa accadrebbe allora sotto queste circostanze? Disoccupazione di massa mentre i robot ci rubano il lavoro? La risposta più semplice è no. Piuttosto che una decimazione di massa degli impieghi, la maggior parte dei lavoratori che vedrà il loro lavoro completamente automatizzato si vedrà spostata in nuovi settori.

Nelle economie capitaliste avanzate questo è ciò che è accaduto negli ultimi quaranta anni, mentre i lavoratori si spostavano da lavori di routine a altri mestieri non routinari. Come abbiamo visto in precedenza, la prossima ondata di automazione sembra essere differente, così come saranno differenti i suoi effetti sul mercato del lavoro. Alcuni settori riceveranno senz’altro duri colpi da questo scenario, come vendita e trasporti. Nel regno unito, ci sono al momento tre milioni di lavoratori nel settore vendite al dettaglio e le stime del british retail consortium indicano che potrebbero diminuire fino a un milione nei prossimi dieci anni. Negli stati uniti lavorano 3.4 milioni di cassieri, il cui lavoro potrebbe essere del tutto automatizzato. Il settore dei trasporti è altrettanto grande, con 3.7 milioni di autotrasportatori negli stati uniti e il cui lavoro potrebbe essere via via sempre più automatizzato se veicoli autopilotati verranno ammessi sulle strade pubbliche. Molti in questi settori perderanno il lavoro se questo tipo di automazione prende piede. 

E dove andranno? La storia che la silicon valley ama ripetere è che tutti diventeranno programmatori freelance e sviluppatori di software e che tutti dovremmo imparare a programmare per avere successo nel loro futuro utopico. Sfortunatamente, non sembrano aver tenuto conto dei fatti, troppo presi dalla loro stessa pubblicità. Negli USA, l’1.8% di tutti i lavori richiede conoscenze di programmazione. Questo tasso è comparabile a quello del settore agricolo, che crea circa l’1.5% di tutti i lavori americani, e al settore manifatturiero, che dà lavoro all’8.1% di americani in questo paese deindustrializzato. 

Forse la programmazione crescerà? I dati qui sembrano migliori. Il bureau of labor statistics prevede che dal 2024 i lavori che richiedono conoscenze di programmazione saranno responsabili di appena il 2.2% dei lavori disponibili. Se osserviamo il settore informatico per intero, stando a Citi, ci si aspetta che possa assorbire meno del tre per cento di tutti i lavori. 

E per quanto riguarda le persone necessarie alla manutenzione dei robot? Assisteremo a un incremento massiccio di lavori in questo campo? Al momento, i tecnici dei robot e gli ingegneri occupano una porzione minore dell 0.1 per cento nel mercato del lavoro, che dal 2024 diminuirà ulteriormente. Non vedremo dunque un aumento di posti di lavoro per la manutenzione dei robot, né di programmatori, nonostante i tentativi della silicon valley di ricostruire il mondo a sua immagine e somiglianza. 

Ciò sembra continuare la lunga tendenza di nuove industrie poco efficienti a creare lavoro. Siamo tutti a conoscenza di quanti pochi impiegati lavorassero per instagram e whatsapp prima che fossero venduti a facebook per alcuni miliardi. Ma i bassi livelli di impiego sono un problema molto diffuso in questo settore. Una ricerca condotta a oxford ha scoperto che negli stati uniti, solo lo 0.5% della forza lavoro si è spostata nelle nuove industrie (come i siti di streaming, di web-design e di e-commerce) durante i 2000. Il futuro del lavoro non assomiglia a un gruppo di programmatori o di youtubers. 

In realtà, i settori lavorativi che crescono più velocemente non riguardano professioni che richiedono alti livelli di istruzione. Credere che diverremo tutti lavoratori altamente competenti e ben pagati è una semplice mistificazione ideologica. Il settore che cresce più velocemente, con distacco, è il settore dell’assistenza sanitaria. Negli USA, il BSL prevede infatti che questo settore creerà circa 3.8 milioni di lavoro tra il 2014 e il 2024. Ciò incrementerà il suo tasso di impiego dal 12 al 13.6 percento, rendendolo il settore con più impiegati a livello nazionale. Il lavoro di ‹assistente sanitario› e di ‹operatore sanitario› contribuiscono da soli a creare 2.3 milioni di posti di lavoro, ovvero il 25% dei nuovi lavori che ci si aspetta verranno creati. Ci sono due ragioni principali per cui questo settore può essere considerato un enorme magnete per i lavoratori cacciati da altri settori. In primo luogo, i dati demografici delle economie a alto reddito puntano verso una popolazione che invecchia in maniera significativa. Meno nascite ma vite più lunghe (di solito con disturbi cronici piuttosto che con malattie infettive) spingeranno progressivamente le nostre società a prendersi cura degli anziani, forzando sempre di più a cercare lavoro nell’assistenza sociale e sanitaria. E tuttavia, questo settore non è propenso all’automazione; rimane anzi uno degli ultimi bastioni di competenze umane come la creatività, la conoscenza del sociale e la flessibilità. Ciò significa che è improbabile che la domanda di lavoro in questo settore tenderà a diminuire, soprattutto se la produttività rimane bassa, le competenze rimangono squisitamente umane, e la demografia tende a farlo crescere. 

In ultimo, sotto l’influenza di un forte movimento operaio, sarà possibile vedere i salari aumentare, cosa che permetterà all’automazione di avanzare velocemente in alcuni settori, ma i lavoratori saranno forzati a competere per un lavoro con stipendio basso nel settore sanitario. Il risultato è la continua eliminazione di lavori a stipendio medio e la sempre maggiore polarizzazione del mercato del lavoro man mano che i lavoratori vengono spinti nei settori con salari più bassi. Per giunta, la generazione altamente scolarizzata a cui erano stati promessi lavori sicuri e ben pagati si vede ora forzata a cercare lavori meno qualificati, con una minore pressione sui salari, generando ciò che Robert Brenner ha definito ‹l’armata di riserva degli impiegati›. 

I LAVORATORI INDIETREGGIANO

Cosa succede invece se il movimento operaio rimane debole? Ci si prospetta davanti uno scenario completamente diverso. Si finisce, in questo caso, con salari stagnanti, e con un costo del lavoro relativamente più economico se comparato agli investimenti in nuove attrezzature. Le conseguenze di tutto ciò sono bassi livelli di investimento nelle imprese e, di conseguenza, bassi livelli di crescita produttiva. Venendo a mancare ogni ragione economica per investire nell’automazione, le imprese non riescono ad aumentare la produttività del processo del lavoro. In maniera forse inaspettata, con questo scenario dovremmo aspettarci alti livelli di impiego con le imprese che tentano di massimizzare l’uso di lavoro a basso costo piuttosto che investendo in nuove tecnologie. 

Questo è molto di più che uno scenario possibile, perché descrive esattamente la situazione attuale del regno unito. Dalla crisi del 2008, i salari reali sono rimasti stagnanti o sono addirittura crollati. I guadagni medi settimanali hanno ripreso a crescere dal 2014, ma nonostante siano passati otto anni non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi. Ciò significa che le imprese sono state incentivate a assumere manodopera più economica anziché investire in macchinari, e i piccoli investimenti del regno unito sembrano dimostrarlo. Fin dalla crisi, il regno unito ha vissuto lunghi periodi di declino relativi agli investimenti nelle imprese, di cui il più recente è stato un crollo allo 0.4% tra il primo quadrimestre del 2015 e quello del 2016. Il risultato di bassi livelli di investimenti è virtualmente un livello di crescita zero della produttività: dal 2008 al 2015, la crescita della produzione per ogni lavoratore si è fermata in media allo 0.1% annuo. Circa tutta la recente crescita registrata nel regno unito è stata dovuta dall’aumento di corpi nella macchina economica del paese anziché dall’aumento dell’efficienza dell’economia stessa. E se comparata alla relativamente lenta produttività mondiale, il regno unito risulta comunque in difficoltà.

Con i salari bassi, pochi investimenti e scarsa produttività, le compagnie non hanno smesso invece di assumere. I livelli di impiego nel regno unito hanno sfiorato livelli record, pari al 74.2% nel maggio del 2016. Di conseguenza, la disoccupazione rimane bassa al 5.1%, specialmente se comparata con i vicini europei che hanno di media doppiato quella percentuale. In maniera forse sorprendente, un ambiente con un movimento operaio debole sembra portare, in questo contesto, a alti livelli di impiego.

Ma qual è la qualità di questi lavori? Abbiamo visto come i salari sono rimasti stagnanti, e che due terzi della creazione netta di lavori dal 2008 è data da lavoratori autonomi. Vi è stato anche un aumento di lavori con contratti a zero ore (in cui non vengono garantite ore lavorative al lavoratore). Si stima che fino al 5% della forza lavoro sia in questa situazione, con oltre 1.7 milioni di contratti a zero ore. Anche l’impiego a tempo pieno è in calo: i livelli pre-crisi di impiego full-time del 65%, come percentuale relativa a tutti i lavori, sono calati al 63% e non sembrano intenzionati a muoversi anche se l’economia è in (lenta) ripresa. La percentuale di lavoratori part-time involontari – ovvero coloro che preferirebbero un lavoro a tempo pieno che non riescono a trovare – è più che raddoppiata dopo la crisi, e ha a malapena ripreso a stabilizzarsi da allora. Ciò è simile a quello che accade con gli impiegati a tempo determinato involontari: la percentuale totale è aumentata dal 25 al 40% durante la crisi, per riprendersi solo parzialmente fino al 35% che osserviamo oggi. Esiste infatti un vasto numero di lavoratori che preferirebbe un impiego a tempo pieno o duraturo e che non riesce a trovarne uno. Il mercato del lavoro nel regno unito sta diventando sempre più precario e con stipendi sempre più bassi; o come direbbero i tories, più competitivo e flessibile. Questo è il futuro che ci si prospetta davanti, ci verrebbe da dire, con un movimento sindacale non sufficientemente forte: bassi livelli di automazione, forse, ma a spese dei salari (e domanda aggregata), dei lavori a tempo indeterminato e a tempo pieno. Forse non avremo un futuro completamente automatizzato, ma l’alternativa sembra ugualmente problematica. 

Queste sono le due possibilità per il futuro del lavoro: da una parte, un mondo altamente automatizzato dove i lavoratori vengono estromessi da lavori non routinari a salario basso, per essere reinseriti in lavori di cura a salario ancora più basso. Dall’altra parte, un mondo in cui gli umani battono i robot, ma solo grazie a stipendi bassi e lavoro ancora più precario. In ogni caso, abbiamo bisogno di costruire un sistema sociale che possa permettere alle persone di sopravvivere e prosperare nel bel mezzo di questi cambiamenti così significativi. Abbiamo bisogno di esplorare idee come quelle di un reddito di base universale, dobbiamo portare avanti gli investimenti in un’automazione che possa eliminare i lavori peggiori delle nostre società, e dobbiamo ripristinare il desiderio iniziale dei movimenti del lavoro per una riduzione della settimana lavorativa.

Dobbiamo rivendicare il diritto di essere pigri, che non è la richiesta di essere pigri o il credere nella naturale pigrizia dell’umanità, ma piuttosto il rifiuto del dominio del padrone, del manager, del capitalista. I robot ci ruberanno il lavoro? Possiamo solo sperare di sì.

Traduzione di Tommaso Grossi

Grazie a Joris Leverink e a ROAR Magazine. Originariamente pubblicato su ROAR Magazine #2