Confronti / 7 min

Immagine VS parola

Con la sovrabbondanza di immagini proposte dai social media, la fotografia sta cambiando il proprio valore.

Immagine VS parola

parole di:

immagini di:

Occhi bassi, testa chinata e dita che digitano freneticamente sull’iphone, più veloce dei pensieri e forse più veloce degli eventi stessi. È questa la postura ai tempi del mondo a prova di click. Una postura orientata verso il basso, che si piega tendenzialmente in direzione della terra e che, personalmente, mi ricorda la posizione primitiva che assumevano gli ominidi: in questo eccesso di tecnologia stiamo forse regredendo? E in un universo fatto di emoticon, loghi, slogan, immagini e frasi brevi, brevissime, viene quasi da chiedere: che fine ha fatto la parola scritta?

La scrittura, è inutile dirlo, nel mondo digitale è stata marginalizzata, e al suo posto – ora vuoto –  spesso compare un’immagine. Gli incastri di parole e il susseguirsi di frasi significanti pare appartenere al passato, perché la comunicazione attuale pretende contenuti e modalità di fruizione più diretti e immediati, e per la scrittura sembra non esserci più posto. Questa è l’era del fast think e dello smart appear, in quanto per stare dietro alle esigenze espressive imposte dalla massa è necessario pensare rapidamente, utilizzare un lessico economico e accattivante, ma soprattutto mostrarsi e mostrare, perché per colmare l’assenza delle parole sono necessarie le immagini; immagini che nell’era contemporanea valgono soltanto per il banale fatto di esistere, anche se intrinsecamente, spesso, non significano nulla.

In precedenza, ossia prima dell’avvento della comunicazione digitale e dei social media, le immagini e la fotografia (vera protagonista di questa decade), avevano per la società un ruolo ben diverso da quello a cui oggi siamo abituati. La studiosa olandese José Van Dijck in Digital Photography: Communication, Identity, Memory, sostiene che 

è con l’affermarsi dei social media che la fotografia cambia il proprio valore

Da strumento atto a immortalare i momenti rilevanti della nostra esistenza e le persone familiari e amicali così da creare un archivio personale della memoria, la fotografia si è trasformata in un mezzo in cui la funzione memoriale è stata sostituita con l’esigenza bulimica di immortalare tutto, anche se stessi.

È in questo esercito di immagini che incessantemente vengono prodotte, condivise e dimenticate, che gradualmente, e neanche troppo piano, la scrittura sta esaurendo il proprio ruolo non soltanto comunicativo o sociale, ma anche e soprattutto sostanziale. La cornice culturale di questi ultimi anni appare stravolta perché, come sottolinea Franco Ferrarotti in La parola e l’immagine. Note sulla neo-idolatria del secolo XXI, del 2014, lo sviluppo di un pensiero consapevole passa attraverso un’interpretazione dei fenomeni che in molti casi richiedono l’intervento della lettura, che attualmente è una pratica in decadenza. Il sociologo ribadisce che la parola è detentrice di memoria, di idee, e per secoli è stata il mezzo principale per la diffusione del sapere. Inoltre le parole sono contemporaneamente senso e significato, in quanto se enunciate si fanno suono, voce, materia, ma anche significato perché, sempre e comunque, sono territorio in cui la conoscenza si esprime.

L’esistenza della parola è perciò necessaria.

Necessaria soprattutto all’interno di uno scenario in cui costantemente assistiamo a una atrofia della memoria e a un ripetuto bombardamento di icone che allontanano dalla formazione di un pensiero indipendente, e che sempre più appare legato alle logiche massmediali dell’apparire e al giudizio connesso.

In linea con questo punto di vista è anche Elio Ugenti che in Immagini nella rete. Ecosistemi mediali e cultura visuale, dichiara che il diffondersi di una ‹cultura› dell’immagine ha portato alla conseguente perdita di valore non solo delle parole – soprattutto di quelle scritte che sempre più sono divenute ornamento a quadri di fotogrammi iconici digitali – ma anche alle immagini stesse che non sono più lette secondo i canoni dell’artisticità o del loro significato iconografico, ma attraverso la loro capacità propagandistica.

Da questo panorama scaturisce però anche un’altra riflessione: se attualmente la fotografia esiste sostanzialmente per la necessità di mostrarsi, di fatto anche la relazione immagine/atto espressa da Philippe Dubois in L’atto fotografico, viene a cambiare di senso. Dubois sosteneva che ogni fotografia è legata intimamente con l’azione che la produce e non può esistere senza l’atto che l’ha creata, perché fotografare è prima di tutto un gesto che si svolge in un determinato contesto e che porta il fotografo a assumere una postura specifica all’immagine che vuole cogliere.

Ora tutto ciò appare mutato perché i gesti fotografici sono omologati in una serie di pose non tanto improntate sul fotografare ma sul fotografarsi.

A tale proposito si può parlare di superficialità iconografica in buona parte espressa dal successo sempre più dilagante di piattaforme quali Instagram, la quale via via è diventato un contenitore di visualità prodotte con il mero intento di influenzare i mercati commerciali e pubblicitari, trasformando così gli utenti in clienti, e in cui pure l’‹intimità› condivisa rischia di diventare merce.

E quest’era fotocentrica, conferma Ugenti, è risaltata da una tendenza all’individualismo in cui venendo a mancare il confronto e il dialogo con l’altro, emergono figure come quella del voyeur, facendo della fotografia un veicolo per determinare il proprio status sociale (si pensi per esempio ai selfie), conducendo inesorabilmente a un mutismo della parola che in questo contesto appare marginalizzata.

Non c’è da stupirsi perciò se sempre più spesso assistiamo alla chiusura di librerie, case editrici (basti pensare alla recente chiusura di Gorilla Sapiens edizioni, casa editrice alternativa romana), magazine e giornali, come Alfabeta2; mentre, al contrario, il mondo virtuale straborda di visualità a prova di like, proprio perché ‹l’esistenza›, ormai, pare essere determinata da questo costante comparire.

Cosa servono infatti le parole, quando con una semplice foto posso raggiungere un pubblico più vasto e una visibilità maggiore? Ma poi, a ben guardare, a cosa serve avere molti followers?. Perché c’è questo nevrotico e maniacale bisogno di esibirsi e raccontare attraverso il filtro di un iphone invece di usare le parole?

Forse è perché le parole richiedono un certo tempo, un pensiero, e se si analizza attentamente la maggior parte delle immagini che vengono proposte, quello che ci viene mostrato, spesso, non è altro che una esposizione di se stessi e della propria routine. La mia umile opinione è che se realmente ci fosse qualcosa da comunicare per dare importanza all’evento, abbinata a una foto, si aggiungerebbe anche un buon pensiero scritto perché, come già enunciato, la scrittura è fonte di sapere, costruttrice di sogni e traghettatrice in irrealtà immaginifiche e è per questo che non possiamo rinunciarci. 

Stando alle ricerche recenti (2017) condotte presso il Max Planck Institute for Empirical Aesthetics dal team con a capo il neuroscienziato Edward Vessel, si è scoperto che durante la lettura si attivano nel cervello (anche grazie ovviamente al contributo dell’immaginazione) aree sensoriali che fanno provare al lettore la sensazione di vedere e ascoltare le cose che legge, rendendo questo ‹passatempo› in disuso un rilevante esercizio neuronale.

Seguendo tale linea di idee vale la pena citare anche il contributo del filosofo Roberto Casati che in Contro il colonialismo digitale: Istruzioni per continuare a leggere, sottolinea la capacità della scrittura e della lettura di creare mondi paralleli in grado di ossigenarci dalla realtà.nMa Casati va ben oltre questa suggestione, ribadendo l’importanza della scrittura e della lettura, quali attività che occupano in maniera gentile il nostro tempo, aggiungendo che pure la vista dei libri in formato cartaceo esposti sulle nostre librerie riattivano memorie che riportano in superficie parte del contenuto presente in essi, facendoci perciò svolgere (come d’altronde aveva già confermato il team di Vessel) utili funzioni cerebrali.

Il pensiero di Casati però chiama in gioco un altro elemento fondamentale per l’analisi del rapporto tra immagine e parola, mi riferisco al ruolo assunto dal libro e da tutte quelle forme di comunicazione che avvengono su carta. Per lo studioso infatti il libro non è un supporto come un altro, ma proprio per il fatto di essere un oggetto fisico che occupa un determinato spazio e ha un peso in base alla quantità di parole che ha al suo interno, deve essere considerato come un oggetto tattile e materiale che, nonostante i nuovi sistemi tecnologici, deve resiste allo scorrere del tempo.

Alle parole è giusto dare un peso perché, in fondo, un peso lo hanno.

In questa contemporaneità in cui le parole sono fagocitate dalle immagini, cerchiamo dunque di riscoprirci creatori di un linguaggio che, seppur in parte modificato dalle nuove tecnologie, rimanga illuminato nelle sue forme e nei suoi contenuti, e non si perda nell’aritmia di una visualità ammiccante ma spesso vuota.