NET03 Lezioni perdute, #3 / E03

Femminismo anticarcerario. Amicizia, stupro, comunità.

Cosa succede quando a essere accusato di stupro è un amico? E cosa succede quando una comunità politica decide di rifiutare l'intervento poliziesco e del sistema di giustizia patriarcale e di prendersi in carico un percorso di riparazione con la sopravvivente? Questa è una testimonianza dall'interno dei movimenti sociali di una metropoli europea, basato sulla pratica di un femminismo anticarcerario e sul ricorso alla giustizia trasformativa.

Femminismo anticarcerario. Amicizia, stupro, comunità.

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Attivista. Agitatore culturale. Alleato femminista.

Questa è una serie di parole con cui avresti potuto definire, fino a due anni fa, uno dei miei migliori amici.

Poi, d’improvviso, è successo qualcosa. È iniziato tutto con un giro di voci, una serie di frammenti confusi. Gli elementi sono pochi: una notte di festa, abuso di sostanze, uno stato di incoscienza, un epilogo fumoso. Una donna che una settimana dopo si rivolge al collettivo del quartiere e dice: ‹Uno dei vostri ha fatto il coglione con me›.

Abusatore. Sciovinista. Manipolatore. Stupratore.

Sono le parole che da quel momento in poi gli sono state urlate, sussurrate, pensate e dette contro, dietro e davanti.

La richiesta della donna, nel frattempo, era stata più complessa di un insulto: ‹Uno dei vostri ha fatto il coglione con me, ma non voglio una denuncia pubblica, voglio che lui ci rifletta su, che si lavori la sua merda›. 

Davanti a una scelta differente, ci sarebbe un’altra storia da raccontare, ma lei era stata molto chiara: non si sarebbe rivolta alle forze dell’ordine e pretendeva un’azione collettiva davanti a un abuso.

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Il mio amico (lo chiameremo B.) è stato una guida nei miei primi tempi in una città nuova, fu grazie a lui che ottenni un permesso per lavorare. Ma diceva che, comunque, faticavo troppo, mi inseriva in ambienti alternativi per ampliare un po’ l’orizzonte, si assicurava che avessi accesso a tutto ciò che per un motivo o l’altro mi era precluso, poi mi chiamava a qualsiasi ora per raccontarmi del suo amore ben poco corrisposto con la ex che non riusciva a dimenticare, e delle continue storie occasionali.

Lo fece anche in quei giorni, tra il ronzio di quelle voci che ancora non mi avevano raggiunta: ‹Solo es una historia de poliamor mal llevado› (È solo una storia di poliamore praticato male). 

Mi raccontava di una burrasca in corso, poi mi rassicurava e non capivo perché. Ficcava nel discorso riferimenti a un rapporto consenziente, parlava di coppie aperte e gelosie incrociate. Minimizzava, mi sistemava in quel nido di amici, insolitamente pochi, che erano diventati il suo cuscinetto col mondo esterno. E io mi accontentavo. Lavoravo davvero tanto, non avevo tempo, o ero assuefatta ai suoi racconti, non lo so: sono rimasta alla sua storia senza fare domande, fino a quando è stato possibile rimanere lì, accucciata nel nido. Fino a quando la verità ottusa è diventata obsoleta, e si è trasformata in un lavoro profondo da iniziare. 

Il collettivo interpellato, dopo un momento di riflessione, si preparò a ciò che era previsto: l’attivazione di un protocollo in caso di abuso sessuale all’interno del loro ambiente, che era quello di un centro sociale, fortemente implicato e radicato nelle lotte locali e non. 

Furono innanzitutto ascoltate le due versioni, che non vennero mai divulgate, e si decise di dare priorità a ciò che la donna aveva espresso, alle sue richieste.

Si creò un gruppo di appoggio per lei e anche uno per il mio amico. La sopravvivente, l’abusatore e l’intera comunità avrebbero seguito un percorso di riparazione. Sarebbero stati assistiti nel pratico e nell’emotivo, ci sarebbero stati spazi e momenti di confronto con frequenza variabile e poi una condivisione di tutti i passaggi e le valutazioni dei progressi. Per loro era la prima volta, ma avrebbero seguito l’esempio di altri collettivi in città.

Venne chiamato gruppo di appoggio anche quello per B.. L’idea era che avesse bisogno di aiuto per capire l’abuso perpetrato, e per quanto difficile e complicato, anche di uno spazio per esprimersi nelle migliori condizioni possibili. In assenza di questo, non era plausibile aspettarsi l’acquisizione di una consapevolezza, o un qualsiasi cambiamento. 

I due gruppi non erano in comunicazione diretta: le energie dovevano essere impiegate nei percorsi che, intanto, proseguivano paralleli. Delle relazioni tra i gruppi si sarebbero occupate delle <persone ponte>, il cui compito era anche quello di contattare tutte le realtà e le amicizie nei cerchi prossimi e avviare anche con loro un processo partecipativo, meno stringente, ma fondamentale allo stesso modo. Nonostante la non richiesta di un’esclusione, la donna si volle risparmiare incontri casuali con il suo abusatore. Allora, in maniera puntuale, il suo gruppo comunicava all’altro le iniziative a cui lei avrebbe partecipato.

Venne anche il nostro turno, del collettivo con cui condividevamo un progetto da circa un paio d’anni. Il primo incontro fu uno choc. Ci fu raccontata una situazione molto differente da quella che conoscevamo, ci fu detto che, in ogni caso, nessuno ci avrebbe chiesto di prendere posizioni nette, che qualsiasi scelta avremmo fatto rispetto al rapporto da mantenere con B., sarebbe stata scevra da giudizi.

(Che opinione avrei dovuto avere, che posizione prendere? Che cosa significava vero e cosa significava falso? Lo choc durò qualche giorno.) 

Ci chiedevamo come stesse la donna, cosa stesse pensando, e persino dove avesse trovato tutto quel coraggio. Il dubbio si insinuava dappertutto. Un’amicizia (in certi momenti più un voto che resisteva alla differenza totale di attitudini e caratteri: lui sempre esuberante, io riservata, già dura a fidarmi), prese improvvisamente la forma di una enorme balla che mi si piantava davanti, solida quanto immateriale, e non lasciava via di scampo. Lo realizzai all’improvviso. Tuttavia, per affrontare quella situazione, mi era necessario non cedere alla tentazione di fare tutto a pezzi, con tagli netti. Appena era possibile, cercavo di pensare.

L’immagine sociale di un abusatore è sempre quella di una persona orribile. Una persona alienata o alienabile, fuori dalle cerchie politiche o di affetti, meglio ancora se straniero. 

Il mio amico, come in molti casi in ambienti militanti, era esposto, conosciuto e amato da chiunque, con la capacità di realizzare ambiziose visioni, connettere realtà molto diverse, un’anima dal carisma unico, con responsabilità collettive e personali considerevoli. 

(Allo stesso tempo certe sue attrazioni e dipendenze erano incombenti e si manifestavano come fiamme che bruciavano tutto intorno. Noi più intimi tenevamo spesso insieme i due lati con la colla di una scusa: ‹genio e sregolatezza›.)

Fu lui a farmi conoscere una città di estesa meraviglia, di grandi movimenti e contrasti, a cui si aggiunse in quel periodo un senso di apprensione totale. Le difficoltà nella mia storia di emigrazione, come partire quasi senza nessun contatto, si rivelarono una fortuna quando finii per conoscere soltanto persone locali, questo mi permise uno sguardo forse più diretto.

Le iniziative politiche e di ozio nei vari quartieri erano continue e mi sembravano tutte bellissime. Quando ero in giro con il mio amico e sempre tanta altra gente, godevo del loro entusiasmo. Mi spiegavano tutto, ad esempio la decisione di istituire dei Punt Lila, punti viola, riferimenti ben visibili nelle piazze, durante ogni tipo di festa, da quelle del vicinato più trasversali alla più alternativa, occupati da persone formate a ricevere qualunque persona esposta a un’aggressione, una violenza o un abuso in strada e accompagnarla nella scelta sul da farsi. Stavo vivendo in un luogo in cui tutto era fervido e si muoveva veloce.

In quel periodo iniziai a capire qualcosa di giustizia trasformativa, e per la prima volta le vedevo applicarsi nel pratico. Lessi e ascoltai le posizioni di gente come Laura Macaya Andrés, attivista anarcofemminista, esperta in violenza di genere e autrice di ‹Esposas nefastas y otras aberraciones. El dispositivo jurìdico como red de construcciòn de femininidad›, seppi che collaborava con le istituzioni locali nella scrittura dei protocolli contro la violenza di genere e appresi di un approccio antipunitivo del femminismo. Ne riconoscevo certo qualche richiamo nelle lotte contro il carcere, nei movimenti abolizionisti neri da Angela Davis in poi, ma qui si parlava di una corrente del femminismo determinata a fare i conti con la violenza del sistema giudiziario e securitario. Riassumendo, viviamo in una società che fomenta la cultura del castigo, che si concentra soltanto sulla responsabilità individuale, mentre abbandona a se stessa la collettività che produce il clima in cui avvengono le aggressioni, gli stupri, le violenze di ogni tipo. Non solo: li giustifica e incoraggia. Ciò che chiamiamo crimini nella società non sono altro che l’espressione della cultura di una comunità. Se il sessismo è sistemico, la responsabilità di uno stupro è altrettanto collettiva e non solo individuale, a partire dalle microaggressioni fino alle violenze più palesi.

Il femminismo antipunitivo, anticarcerario o critico con il concetto di pena, contesta ciò che definisce una ‹cultura del castigo›.

È molto più approfondito in paesi latinoamericani (dove la criminologia con prospettiva di genere fornisce numerosi contributi), in collettivi e movimenti femministi neri, indigeni, di persone migranti o minoranze etniche o tra le sex worker, mentre altrove, tra la classe media e alta, in molti casi nel femminismo mainstream, ma anche in molti altri ambienti politici progressisti, è un approccio tabù o non si è ancora trovato spazio per questo orizzonte. È più marcata, secondo l’autrice, l’influenza di quel femminismo che, in un modo o nell’altro, dà priorità alle strategie penali, quando non alla richiesta di una persecuzione poliziesca degli aggressori, all’applicazione di punizioni per combattere le discriminazioni che ricevono le donne o le persone dissidenti sessuali e di genere. 

Spesso per la mancanza di possibilità, per la crudeltà delle circostanze, per la non agibilità sociale e politica di guardare alla radice e valutare le implicazioni. Eppure dare una soluzione alla violenza attraverso la prigione o la repressione è, in molti casi, una sconfitta, e parafrasando ancora Laura Macaya Andrés: se vogliamo essere un movimento emancipatore e trasformativo della società, questo non possiamo permettercelo. 

Per il femminismo antipunitivo la sicurezza individuale è profondamente connessa alla salute collettiva.

Insomma, la necessità di affrontare le aggressioni sessuali in ambienti di movimento prescindendo dalla giustizia penale e i suoi punti di partenza teorici, in questa situazione, contaminavano addirittura le istituzioni. Non che le istituzioni (come anche le imprese o le università), non fossero state chiamate a farlo: ad esempio le direttive europee prevedono azioni contro le molestie sui luoghi di lavoro, ma la ricezione da parte degli Stati è sempre timida o tecnica e sterile. Me lo spiega Sara Cagliero, dottoressa presso la Facoltà di Pedagogia all’Università Rovira i Virgili di Tarragona, con cui ho avuto la possibilità di confrontarmi anche sul concetto di donna/vittima, tanto caro al sistema penale. Sara lavora all’analisi di protocolli contro la violenza e gli abusi nelle università e mi racconta di quanto sia difficile renderli efficaci senza una volontà politica di fondo, che esiste più spesso nelle comunità dal basso.

Nel 2016 a Pamplona durante le feste di San Fermin, una donna venne stuprata da un gruppo di uomini. Il caso scosse tutto lo stato spagnolo, i movimenti femministi portarono migliaia di donne per le strade. Uno dei punti critici del processo ai cinque stupratori (tra cui un appartenente alla Guardia Civil e un militare, guarda caso) fu che la ragazza non mostrasse segni evidenti di trauma, dunque, conclusione: non le era stato fatto un gran torto. Ancora una volta al banco degli imputati ci finiva la sopravvivente. 

Qual è la donna che merita di essere creduta davanti a un’aggressione? Soltanto quella che soddisfi una serie di caratteristiche, si mostri sofferente, accovacciata in lacrime in un angolo?

Esprimo a Sara un’impressione, ovvero che sia solida anche in ambienti politicizzati l’idea che solo la denuncia di una violenza o un abuso di una persona che appaia come vittima sembra essere legittima e reale, l’assertività e la lucidità nel denunciare un sistema che va decostruito non sono mai viste di buon occhio. Ci confrontiamo sul fatto che il patriarcato abbia creato delle immagini dualistiche, binomiali delle donne che imperversano nel nostro immaginario, la donna esuberante o quella remissiva, e tutto è derivazione di questo binomio. Se non stai dentro quello schema lì, non sei accettabile, stai rompendo la gabbia, stai infrangendo la dualità, dunque sei fuori controllo e pericolosa. E il sistema contagia tutte le persone, anche molte persone che si credono immuni. 

Questa sembra essere l’esatta conseguenza della cultura del castigo. L’idea naturalizzata che gli aggressori siano mostri fuori dai nostri mondi, che la loro punizione eliminerà il problema.

Le vittime sono creature da difendere, devono essere infantilizzate, così da cedere meglio alla seduzione del sistema penale. 

Lo stato e le forze dell’ordine ti proteggeranno, e per imporre questa idea, faranno di tutto per apparire amabili. Questo comporta il rischio reale e concreto che il femminismo diventi uno strumento in più per giustificare l’indurimento dei sistemi penali, rendendoli desiderabili. Ai margini della società neoliberale, però, risulta molto chiaro che rivolgersi all’autorità non significa esattamente mettersi al sicuro.

L’abolizionismo e tutta una serie di critiche al sistema penale, non sono cosa nuova, nemmeno in Italia, ma non hanno mai riscosso tanta attenzione fino a che per le strade non si sono riversate le proteste di Black Lives Matter. A quel punto l’argomento ha acquisito nuova linfa, entrando persino nel dibattito mainstream, e ha ridato respiro ad alcune considerazioni, prima fra tutte ciò di cui il femminismo liberale e borghese non si cura mai: il sistema carcerario è affollato per la maggioranza da gente povera in situazioni vulnerabili e senza strumenti di emancipazione. E che, di certo, la legge non è uguale per tutti. La criminologia critica e femminista dimostra ampiamente che la prigione non diminuisce i delitti, ma produce violenza e malessere, non dissuade dal commettere abusi, ma genera persone che ricadono e reiterano, peggiorando le condizioni di vita di intere comunità. Accettando l’esistenza del carcere, normalizziamo che esistano persone/mostri che non possano smettere di delinquere. 

Bisognerebbe poter indagare in che misura sia davvero così. Durante il processo di decostruzione in cui mi sono ritrovata, le domande erano molte di più delle risposte. Domande che mi seguono da allora. Ogni due settimane il nostro collettivo aveva un incontro dal vivo o telefonico di aggiornamento e di cura con alcune delle persone che fungevano da ponte. Prendemmo la buona abitudine, anche tra di noi, di dedicare la prima parte di incontri interni a capire come stavamo, cosa ci passasse per la testa, come stessimo gestendo la delusione e le conseguenze di quel momento.

Intanto prendemmo in carico tutti i ruoli che B. ci aveva dovuto cedere e scoprimmo che questo aveva un effetto ristoratore sulla fiducia nelle nostre capacità gestionali. Fu l’occasione di riflettere, per esempio, su quanto avessimo delegato a una figura maschile, di certo super carismatica, tutta la parte di relazioni esterne, di libertà creativa e di visione, e noi ci fossimo dedicate alla gestione interna, come dire, tenere in ordine le cose, la parte più domestica. 

Il coraggio di questa comunità di cura ci spingeva a riflettere anche su di noi. La scelta fatta dalla donna, la richiesta di lavorare collettivamente, ci induceva alla riflessione sulle nostre scelte e non scelte. Tornavano a galla dalla nostra storia passata abusi subìti, molestie anche psicologiche, verbali. Cercavamo di capire quale fosse stata la nostra reazione, la prontezza che avevamo avuto a farli presente, il ruolo nel lasciare che accadesse, che influisse su di noi, che ci definisse o no come vittime. 

Le conclusioni spesso non erano confortanti. Parlando anche di collettivi politici, inoltre, tentare di affrontare il machismo all’interno di gruppi a maggioranza maschili sembrava un’esperienza ampiamente condivisa: a tutte era sembrato impossibile. Per fortuna questi momenti ci permisero di tornarci su, e poterci almeno confrontare.

Il processo trasformativo ci insegnava anche questo: non è sempre possibile creare spazi sicuri dall’abuso, qualsiasi tipo di abuso, ma la costruzione di autostima e sicurezza migliorano la capacità reattiva e assertiva, a promuovere l’idea e realizzare anche nella pratica un lavoro sulle relazioni nei gruppi che ci avvicini un po’ di più alla comunità che abbiamo in mente. 

A tre mesi dall’attivazione del protocollo, stavamo vivendo un gran logoramento emozionale, non è stato facile.

Per un periodo rinunciò, come richiesto, a molte delle sue cariche di responsabilità e acconsentì a seguire un percorso terapeutico. Non era messo bene a livello finanziario, per questo il centro sociale si offrì di contribuire alle spese.

Ciò che ho ammirato nel processo è stata la volontà politica delle persone coinvolte di imbarcarsi in un impegno che è stato totale e totalizzante. Molti di questi discorsi sarebbero poco applicabili al di fuori di un contesto collettivo, di una comunità solida e politicizzata, è chiaro. 

Senza la comprensione profonda di questo, è inutile qualsiasi cenno o ricorso anche teorico a una giustizia trasformativa. La metà basterebbe a far cadere nel vuoto qualsiasi tentativo di strumentalizzazione: il femminismo anticarcerario non sta dalla parte degli aggressori, ma predilige una prospettiva comunitaria e di classe e contesta la capacità reale dello stato, delle forze dell’ordine, delle istituzioni di proteggere la collettività e tutte le persone allo stesso modo. 

Oggi, la mancanza di tutela delle sopravviventi, la contraddittorietà delle sentenze, le complicate procedure per ottenere ordinanze restrittive, lo stigma sociale davanti alla denuncia, ci interrogano sulla differenza tra sicurezza e sentirsi al sicuro. 

Di nuovo, sono i movimenti antirazzisti a renderlo chiaro: ricorrere alle forze dell’ordine non è sempre garanzia di sicurezza. Le comunità nere e le minoranze indigene per secoli hanno dovuto provvedere a se stesse senza polizia e prigioni. Nelle società moderne le persone povere, migranti o con disabilità, neurodivergenti, le persone dissidenti sessuali e di genere potrebbero spiegare ampiamente che in caso di aggressione, la scelta sul da farsi e se rivolgersi alle forze dell’ordine, non sia per niente semplice. 

Nel bel mezzo di queste ferite aperte, sono molte le persone, spesso uomini, che contestano il femminismo per l’ostracizzazione, l’estromissione dei soggetti abusanti. La risposta contiene una domanda: quante di loro sarebbero pronte a recepire in modo attivo la richiesta collettiva di fare i conti con i propri privilegi, le relazioni di potere, la mascolinità tossica e rendersi disponibili nella lotta alla cultura dello stupro? E è solo l’inizio.

In un processo di riparazione, le domande scomode e costose diventano ordinarie, il lavoro sta nel riflettere su gesti e attitudini che appaiono insignificanti, ma riproducono un esatto modello di società, quella che alla fine genera gli abusi. Me ne torna in mente qualcuna che era sparsa tra i materiali distribuiti a noi cerchi prossimi: ‹Come sopravviventi ad abusi, come abusanti e come comunità, che responsabilità abbiamo? Come possiamo creare comunità solide che siano in grado di affrontare situazioni difficili e polemiche senza frammentarsi o dissolversi? Quanto è prioritario determinare la colpa o l’innocenza di qualcuno o quanto invece è preferibile generare processi di responsabilità e decostruzione dei privilegi?›.

Un apprendimento trasformativo potrebbe non essere soltanto chiedersi se chi abusa possa tornare a farlo, ma se la comunità tutta abbia voglia di supportare sia la sopravvivente che l’abusatore in un cambio profondo.

Ora che ho lasciato quella città, alla fine, mi rimane un rimpianto. Non ho mai detto al mio amico che da lui ho imparato molto. Ho imparato, per esempio, che la memoria è selettiva davanti al trauma e complicata davanti all’amicizia. Questo spiega il tempo passato a ricomporre i pezzi e poi a trovare le parole.

Ho imparato, soprattutto, che è possibile rinunciare al prestigio sociale, al privilegio, e sedersi esattamente di fronte alla propria tossicità. E farci i conti a mani nude, abbassando tutte le difese. Provare a riparare la ferita provocata: un’azione cruciale piantata davanti a chi la rifugge o la rifiuta come se fosse la cosa più terribile del mondo.  

Era ciò che toccava, ma non era ovvio che accadesse. E ha contribuito, molto più di tanta retorica e frasi fatte, a dare corpo e sostanza a quando si dice: il futuro desiderato inizia dai passi fatti nel presente necessari a raggiungerlo.

 

(Le vicende raccontate in questo scritto servono a dare un esempio pratico, pure se imperfetto, di una necessità politica di trasformazione sociale. Si sono svolte in un contesto politicizzato e non hanno la pretesa di essere applicabili a tutte le altre situazioni di abuso. 

Chiedo che non vengano utilizzate strumentalmente.

Un grazie ai collettivi coinvolti, a N. e L., per la memoria condivisa e il confronto, a S. e ad A. per la lettura e il supporto.)

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Indice:

 

Editoriale. Lezioni perdute.
di Giovanni Tateo
Atena nera: razzismo in accademia
di Franklin Obeng-Odoom
Burger King University
di Eleonora Priori
Sesso imperfetto
di Robin Wilson-Beattie
Un uomo sfortunato
di Rémy Ngamije
Speaking English
di Mubanga Kalimamukwento
Il primo giorno di una nuova scuola
di Salvatore Iaconesi
Teachers
di Masande Ntshanga
Sequenze di una ribellione
di Mali Kambandu
Gamificando non si impara
di Matteo Lupetti
Gaokao
di Zheng Ningyuan
Percorsi precari
di Marcello Torre
Decolonizzare l’università
di Robbie Shilliam
Genocidio antigitano
di Kale Amenge
Conversazione con Ana Gallardo e Nina Fiocco
di Giovanna Maroccolo
Kulture Room
di Marianna Rossi
Daniele Ferriero
Marco Petrelli
Danilo K. Kaddouri
Il precedente impiegato polivalente, M.
di Simone Marcelli Pitzalis

Indice Episodi online (disponibili su menelique.com):

Numero primo: Ruggero Freddi
di Matteo Cresti
Genere e accademia
di Vera Tripodi
Università Sudamerica
di Andrés Cáceres
Femminismo anticarcerario. Amicizia, stupro, comunità.
di Giusi Palomba
L’ora di Open source
di Daniele Gambetta e Alessandro Tartaglia
Pedagogia radicale
di Donna Nevel

Immagini di: