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L’animale come soggetto

Gli animali domestici non sono né bambini da accudire né simpatici peluche. Se si vuole costruire relazioni corrette con i nostri animali non possiamo prescindere proprio dalla loro soggettività animale ed evitare una stereotipata antropomorfizzazione.

L’animale come soggetto

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Gli organismi viventi si differenziano a prima vista dai fenomeni abiotici per il fatto di essere proiettati al raggiungimento di scopi propri: di possedere cioè un orientamento intrinseco che fa sì che il loro volgersi al mondo non sia mai passivo, bensì proattivo. Gli animali, in massima parte, aggiungono, poi, un ulteriore fattore di distinzione: sono entità che organizzano il loro movimento, spostando un corpo composto di più parti in un mezzo ambientale. Anche altre forme del bios sono dotate di moto, come per esempio i protozoi; tuttavia negli animali, anche in quelli dal sistema neurobiologico più semplice (come alcuni nematodi, che possiedono appena qualche centinaio di neuroni), il movimento richiede sistemi di correlazione tra le afferenze sensoriali e le efferenze motorie. Si sviluppano, in tal modo, centri di connessione cui spetta il compito di elaborare le informazioni al fine di armonizzare le variazioni di panorama prodotte dal moto stesso dell’animale, distinguendole dagli accadimenti esterni. L’interazione con altre entità dotate di movimento, che siano prede, predatori o competitori, chiede all’organismo non solo di organizzare il moto congiunto delle parti, ma altresì di correggere con estrema precisione i riscontri sensoriali. 

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La disgiunzione tra la sensazione che qualcosa stia accadendo all’individuo, come interferenza del mondo (per esempio l’essere sfiorato da un altro animale), dall’esperienza che egli ottiene muovendosi o manipolando gli enti presenti, è ottenuta attraverso complessi meccanismi di elaborazione neurobiologica. Tale differenza da una parte trasforma l’animale in un ente in grado di rilevare con prontezza i fenomeni esterni, e di essere quindi un soggetto sensibile. Dall’altra gli consente di correggere il riscontro ricevuto quando egli si muove nel mondo o afferra un oggetto: di conseguenza non ha la sensazione che il panorama si sposti e ciò lo rende un soggetto aperto all’esperienza. La capacità di differenziare un sé che riceve e produce effetti sul mondo da un non-sé fondale percorso da avvicendamenti può essere considerata, perciò, la prima forma di soggettività, quella condizione di base che rende l’animale soggetto-di-una-vita, per utilizzare le parole di Tom Regan (1983).

Parlare di soggettività non è mai facile, poiché in genere lo si fa riferendosi ai piani alti della cognizione, vale a dire a funzioni complesse come il libero arbitrio o l’autocoscienza.

Vorrei, al contrario, partire dalle espressioni più semplici della soggettività, intesa come quella condizione non necessariamente conscia che consente di far emergere un sé: la possiamo vedere in una mosca che evita i nostri tentativi di schiacciarla, nel modo in cui un ragno attende la preda o in un lombrico che si contorce per riaffondare nel terreno. La soggettività, nel senso più elementare, è quindi la capacità di distinguere ciò che accade nel mondo rispetto ai mutamenti che l’individuo stesso produce. La condizione animale si caratterizza per il fatto di essere dotata di azione, che non è solo capacità di riflesso o di orientamento, ma anche facoltà di produrre attività complesse, come costruire una ragnatela, scavare una buca, intrecciare dei rami per costruire un nido, tendere un agguato, apprendere, risolvere problemi e via dicendo. Tutte queste attività richiedono un centro di confluenza delle informazioni, vale a dire un’organizzazione interna.

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È a partire da questa necessità primaria che dobbiamo considerare l’animalità: una dimensione di vita che, nel modellare il suo spostarsi nel mondo e compiere azioni complesse, fa emergere un sé. In altre parole, la soggettività è una facoltà di base, indispensabile per quegli organismi che devono contemporaneamente monitorare con attenzione ogni interferenza esterna e muoversi nel mondo, spostando un apparato più o meno complesso di organi e di conseguenza riaggiustando le afferenze sensoriali. Si tratta di due qualità fondamentali in un ambiente nel quale le opportunità non sono mai alla portata mentre i rischi sono sempre presenti. Non c’è dubbio che questo sé venga arricchito negli animali dotati di un sistema nervoso centrale complesso, e quindi di un database potente per quanto concerne la capacità di memorizzare eventi: solo allora può emergere una vera e propria dimensione biografica, quale possiamo riscontrare negli uccelli e nei mammiferi.

Nei vertebrati a sangue caldo possiamo riconoscere un cervello organizzato in molteplici aree, ciascuna responsabile di funzioni molto specifiche: ovviamente anche il comportamento si fa più complesso e più flessibile. In particolare, notiamo un sistema responsabile degli stati affettivi, vale a dire delle emozioni e delle motivazioni:

è il cosiddetto sistema limbico, che dota l’individuo di tendenze qualitative nell’interazione con il mondo, come il temere, il desiderare, il gioire, l’irritarsi.

Nel tradursi in espressioni, queste tendenze ci forniscono un’immagine di ciò che prova l’animale di fronte agli accadimenti. In questo caso la soggettività mostra un altro connotato, forse ancor più caratterizzante: l’interiorità, come luogo dei sentimenti e delle passioni. Nel rapporto con gli animali di casa, come il cane e il gatto, questa interiorità si manifesta attraverso comportamenti che da un punto di vista modale hanno delle loro tipicità: per esempio, la gioia di un cane è espressa con comportamenti differenti rispetto all’uomo e così pure la paura nel gatto; tuttavia questi comportamenti presentano alcuni tratti di somiglianza, come già aveva rilevato Charles Darwin (1872), e nello stesso tempo possono essere compresi.

La soggettività, pertanto, nasce come un primitivo senso di sé, riconducibile alla condizione di agency presente nel mondo animale (organizzare le informazioni per lo spostamento di un organismo complesso, compiere delle azioni peculiari sul mondo, predisporre delle anticipazioni rispetto agli avvenimenti), ma si arricchisce poi nei sistemi nervosi complessi attraverso la capacità mnemonica, che produce apprendimenti e una biografia dell’individuo e lo sviluppo dei sistemi affettivi che rappresentano la base dell’interiorità. Volendo sintetizzare diremo, allora, che la soggettività ci appare negli animali più semplici come emergenza di un sé capace di muoversi nel mondo, distinguendo ciò che li riguarda (il sentire) da ciò che loro stessi compiono. A questo si aggiunge, negli animali più complessi, il connotato di personalità, dato dal senso di interiorità, riconducibile agli stati affettivi, e dalla biografia, ossia la capacità di ritenere le esperienze compiute.

La filogenesi (o storia della specie) dà in dotazione all’animale dei comportamenti innati, cosicché egli possa presentarsi al mondo già provvisto di un equipaggiamento espressivo adatto alle sfide che quella particolare specie verosimilmente dovrà affrontare. Il fatto che l’animale sia dotato a livello innato di strategie operative peculiari e di scopi da raggiungere ci mostra un’ulteriore faccia della soggettività quale modo specifico e proprio di interpretare l’esistenza. La relazione con gli animali deve, perciò, tener conto di queste caratteristiche innate che, nel loro insieme, ci forniscono una sorta di carta d’identità comportamentale della specie. La disciplina che si è occupata con maggiore puntualità del carattere innato del comportamento è l’etologia, resa famosa dagli scritti di Konrad Lorenz (1949). Il repertorio comportamentale di una specie comprende il tipo di comunicazione prevista, la particolare immersione percettiva, la dimensione sociale, il modo di procacciarsi il cibo, il ritmo stagionale e circadiano, la struttura riproduttiva. In altre parole, possiamo dire che un cane si differenzia da un gatto non solo per l’aspetto fisico, ma anche per il modo di comportarsi.

Non è possibile costruire una relazione corretta con il proprio gatto prescindendo, pertanto, dalla sua felinità e un medesimo ragionamento va fatto per tutte le specie animali.

Un errore assai diffuso è quello di antropomorfizzare gli animali, cioè attribuire loro le stesse caratteristiche della nostra specie.

Il fatto d’essere portatore di soggettività significa che l’animale ha una specifica prospettiva sul mondo che va presa in considerazione se si vuole costruire una relazione che rispetti i principi di reciprocità. In particolare vanno tenuti in massima considerazione i seguenti parametri: 1) l’aspetto motivazionale, vale a dire quali siano gli interessi e i bisogni espressivi di quella specie; 2) le caratteristiche comunicative, ossia come interagire, interpretare e farsi capire nella relazione con essa; 3) la dimensione sociale, ovvero su quali basi costruire il legame affiliativo, lo stare insieme, l’ingaggio e le richieste, le modalità di gestione; 4) il rapporto con l’ambiente, vale a dire come predisporre la casa per fare in modo che quell’animale si trovi pienamente a proprio agio.

Come si è detto, la soggettività è anche espressione di un’identità specie-specifica che rivendica di poter trovare una propria agibilità.

Considerare il cane un bambino da accudire o il gatto un gradevole peluche da accarezzare vuol dire pertanto mortificare la soggettività dell’animale.

Questo non significa che questi animali siano completamente diversi da noi: esistono, infatti, dei tratti che li accomunano a noi perché, in quanto mammiferi, abbiamo dei caratteri condivisi per eredità comune, come la tendenza al gioco, il legame affettivo, il bisogno di protezione. Potremmo dire, in buona sostanza, che per certi versi ci assomigliano e per altri sono assai differenti. Inoltre va detto che questi animali hanno grandi capacità di apprendimento, per cui anche il comportamento innato può essere modellato dall’esperienza e può quindi essere guidato per dar vita a conoscenze che gli consentano di capirci e di adattarsi al nostro stile di vita.