NET07 DIASPORA, #5 / E04

Lavattivismo e diaspora kurda

Come i kurdi della diaspora utilizzano le nuove tecnologie per fare attivismo e sviluppare la propria identità, nel tentativo di cambiare la situazione nei paesi d'origine.

Lavattivismo e diaspora kurda

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I Kurdi sono stati oppressi nei loro paesi d’origine (Turchia, Iran, Iraq e Siria), paesi che hanno rifiutato di riconoscere la loro identità, il loro patrimonio culturale, i loro diritti in quanto minoranza e il loro diritto all’autodeterminazione. La presenza di ineguaglianze sistemiche, la mancanza di opportunità e la privazione di diritti umani basilari hanno spinto molti Kurdi a lasciare i rispettivi paesi d’origine e a formare comunità diasporiche in tutto il mondo. I Kurdi provenienti dalla Turchia hanno iniziato a trasferirsi in Europa principalmente dopo la stipula degli accordi bilaterali sui lavoratori ospiti tra Turchia e alcuni Paesi europei come Germania, Francia e Austria. E a questa prima importante ondata sono succedute altre migrazioni, sia per motivi politici sia a causa dei conflitti successivi ai colpi di stato in Turchia e all’escalation della guerra civile a bassa intensità tra lo stato turco e il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Per quanto concerne invece i Kurdi iracheni, le campagne genocide messe in atto dal regime Ba’ath contro i Kurdi durante il regime di Saddam Hussein, come per esempio la Campagna di Anfal, e altri disordini politici nella regione (tra cui la guerra Iran-Iraq) hanno contribuito all’esodo di massa dall’Iraq all’Europa attraverso paesi di transito tra cui Turchia e Grecia. Le proporzioni della diaspora kurda sono cresciute rapidamente a causa dei recenti sviluppi nel Medio Oriente, come per esempio la guerra civile siriana, della continua incertezza e dei disordini in Iraq e del collasso del processo di pace in Turchia.

Ci sono comunità kurde molto forti e attive in paesi come la Svezia, la Francia, i Paesi Bassi, l’Italia e il Regno Unito; si stima che il loro numero superi i 3 milioni di persone. Ciascuna diaspora kurda in uno specifico paese ospite è diversa dalle altre per composizione e profilo dei migranti e dei richiedenti asilo, per la dimensione temporale e generazionale, e per livello d’integrazione. Ciascun paese ospite quindi ha la sua particolare diaspora kurda (o più d’una): ciascuna opera nell’ambito di diverse strutture di opportunità, e ha quindi sviluppato forme autonome di attivismo diasporico sia nei confronti del paese d’origine sia di quello ospitante, allo scopo di influenzare gli organi decisionali a livello locale, nazionale e sovranazionale.

L’ATTIVISMO KURDO NELLA DIASPORA

Come molti altri gruppi nati da diaspore e privi di uno stato (un esempio sono quelli palestinesi e tamil), i Kurdi sono stati aiutati dalle nuove tecnologie, dalla globalizzazione e dal vivere fuori dai confini di stati oppressori, e hanno provato a influenzare la politica del loro stato d’origine da lontano. Perciò

i Kurdi hanno trasformato l’esilio in un vantaggio per transnazionalizzare le loro richieste.

Oggi la diaspora kurda è uno dei movimenti sociali più prominenti e visibili in Europa, e continua a essere la voce dei Kurdi fuori dai confini del Kurdistan tramite diverse attività: allertare i media, organizzare sit-in, evacuare consolati e edifici parlamentari, preparare petizioni e organizzare campagne per sensibilizzare il pubblico riguardo la situazione dei Kurdi. Lasciare il proprio paese d’origine non ha necessariamente voluto dire tagliare i ponti con ciò che si sono lasciati alle spalle; la diaspora kurda è invece riuscita a sfruttare le opportunità offerte dai paesi ospiti, inclusa la libertà di riunione e di parola, per influenzare la politica nel loro paese di origine. Insomma, la diaspora kurda è riuscita a trasformare l’esperienza traumatica dell’esilio in una risorsa transnazionale utile a far progredire i propri strumenti di rivendicazione su piattaforme internazionali. In un mondo globalizzato, dove le diaspore giocano ruoli importanti in qualità di attori senza stato,

la diaspora kurda può avere un impatto sulle politiche del paese d’origine e su quello ospitante.

A rendere quella kurda una delle diaspore più attive e visibili del mondo è stato il fatto che ha mantenuto forti contatti con i propri paesi di origine e ha stabilito reti transnazionali che le hanno permesso di preservare questi contatti. L’esilio è stato in fondo quasi un bene per alcuni Kurdi (provenienti da Iran, Iraq, Siria e Turchia), poiché ha dato loro l’opportunità di riunirsi nella diaspora, anche se il loro paese d’origine era diviso tra gli stati che abbiamo menzionato.

Le nuove tecnologie e i nuovi media, come gli smartphone, internet, le email e i social network come Facebook e Twitter, hanno un peso molto forte in questo processo e aiutano i Kurdi a rimanere aggiornati sugli eventi in Kurdistan

e a compiere numerose attività in Europa. Per esempio, hanno inviato rimesse ai propri parenti toccati dagli attacchi del regime di Saddam nel Kurdistan iracheno, e le loro associazioni locali hanno anche raccolto fondi da destinare alle vittime delle Campagne di Al-Anfal e dei massacri di Halabja. Le organizzazioni della diaspora a livello locale e nazionale hanno organizzato eventi commemorativi per onorare le vittime e per mantenere intatta la propria cultura. Questi eventi aiutano la prima generazione non solo a mantenere il proprio attaccamento e a sentirsi solidali con la propria gente, ma anche a trasmettere valori culturali e tradizioni alla generazione successiva. 

L’attivismo politico dei Kurdi della diaspora è stato sempre presente e molto visibile dagli anni ‘70, soprattutto nei momenti più turbolenti. La creazione di organizzazioni etniche in Europa ha naturalmente seguito le ondate migratorie kurde, e sono stati studenti e lavoratori a formare le prime organizzazioni kurde. Più avanti, dopo gli anni ‘80, la creazione di organizzazioni ha guadagnato un accento politico con l’intensificarsi del conflitto armato in Turchia e Iraq. La diaspora kurda ha usato una varietà di metodi, manifestando e facendo sentire la sua voce attraverso diversi mezzi, sia nei paesi ospiti che attraverso l’Europa. Dagli anni ‘80, manifestazioni pro-kurde si sono tenute praticamente ogni mese nelle metropoli europee e ogni anno ci sono state centinaia di proteste in tutto il mondo. Per esempio, i Kurdi provenienti dalla Turchia hanno organizzato scioperi della fame e blocchi delle autostrade in Germania, Francia e Paesi Bassi per protestare contro lo stato turco. Alcune di queste proteste hanno incluso atti estremi come l’immolazione, cosa che ha dimostrato chiaramente che i Kurdi della diaspora stessero sfruttando tutti i mezzi a loro disposizione per sensibilizzare il pubblico del paese che li ospitava sulla propria situazione. Un esame più attento delle attività delle diaspore kurde rivela che i loro scopi sono multidimensionali. Le osservazioni che ho fatto nella mia ricerca sul campo indicano che volevano principalmente dimostrare le violazioni dei diritti umani ai danni dei Kurdi nei rispettivi paesi, e appellarsi ai propri paesi ospiti e alla comunità internazionale affinché condannassero queste violazioni e usassero la loro influenza sui paesi di origine per fermarli. In secondo luogo, ho osservato uno sforzo prolungato che ha come obiettivo l’essere riconosciuti come un gruppo etnico separato anziché essere considerati Turchi o Arabi. Siccome la negazione della propria identità etnica e dei diritti umani basilari sono stati la causa primaria della loro dispersione, per loro quello di essere riconosciuti nei paesi che li ospitano è un atto esistenziale.

GLI SPAZI DELLA DIASPORA OFFRONO TOTALE EMANCIPAZIONE?

Specialmente nelle fasi iniziali della migrazione kurda, lo spazio transnazionale era percepito come un porto sicuro in cui far rivivere la propria lingua (che era stata proibita in Turchia), e sensibilizzare il pubblico sulla propria identità etnica, che era stata soggetta a pesanti politiche di assimilazione. Tuttavia queste opportunità non sono indipendenti dall’influenza sia della società del paese di origine sia di quello ospitante, e in quanto nazione senza stato i Kurdi soffrono ancora del proseguimento e della riproduzione di relazioni di potere asimmetriche che sono alla base del conflitto kurdo. Insomma,

le possibilità che i membri della diaspora kurda hanno trovato nella diaspora sono state abbondanti ma non illimitate.

Le opportunità di fare proselitismo e politica nei paesi ospitanti sono state limitate di tanto in tanto dalla pressione politica di Turchia, Iran, Iraq e Siria e dalle relazioni diplomatiche dei paesi ospitanti con questi stati. Un altro motivo sono stati i metodi di protesta non convenzionali utilizzati, che a volte hanno incluso atti violenti come gli attentati incendiari. Per esempio, il PKK è stato criminalizzato e marchiato in Europa e negli Stati Uniti come organizzazione terrorista, e la sua attività è stata proibita; di conseguenza gli affiliati del PKK sono stati arrestati o deportati nei rispettivi paesi di origine. L’opportunità di fare proselitismo è stata estremamente limitata nel tempo a causa di questa etichetta di terroristi, specialmente nel mondo post 11 settembre, che ha enfatizzato moltissimo le questioni di sicurezza nei paesi ospitanti.

Per contrastare il marchio di terroristi, la diaspora kurda ha sviluppato nuove strategie per ricontestualizzare i propri problemi all’interno di un discorso sui diritti umani più appetibile per il pubblico europeo.

Oggi le diaspore kurde provenienti da diverse parti del Kurdistan vivono sfide e difficoltà diverse. I Kurdi hanno diverse esperienze del proprio esilio, anche se sono uniti sotto l’ombrello immaginario dell’identità kurda nella diaspora. Per esempio, c’è una regione autonoma del Kurdistan in Iraq che aspira all’indipendenza mentre combatte l’ISIS sui suoi confini ma, nel frattempo, i Kurdi iracheni nella diaspora hanno sviluppato progetti per la ricostruzione post conflitto, organizzato manifestazioni per far sentire la voce della regione kurda all’estero e, in alcuni casi, sono tornati al loro paese d’origine per partecipare alla costruzione della nazione in processi che a volte includono anche il conflitto armato.

I Kurdi in Turchia invece stanno vivendo un nuovo capitolo con il collasso del cosiddetto processo di pace.

La mia precedente ricerca ha dimostrato che la diaspora è stata molto entusiasta del processo e voleva parteciparvi attivamente, dato che proponeva una risoluzione pacifica a un conflitto durato quattro decenni. Pertanto l’attivismo kurdo si è spostato dalle richieste di riconoscimento alla costruzione della pace. Tuttavia

il ritorno della violenza e un ambiente sempre più dittatoriale in Turchia potrebbero forzare i Kurdi della diaspora a ripensare le proprie strategie e a muoversi verso un attivismo più radicale

per rendere  le loro vicende nuovamente visibili agli occhi delle società europee. Le opportunità che la diaspora kurda ha in Europa dipendono molto dall’atmosfera politica; per esempio,

il clima di crescente xenofobia e razzismo e le politiche di securitizzazione ostacolano significativamente l’attivismo e gli sforzi di divulgazione.

Inoltre, non importa che i Kurdi della diaspora investano nello sviluppo di lobby e nelle manifestazioni se le politiche estere dei paesi ospitanti e i loro legittimi interessi continuano a essere in linea con quelli di Turchia, Iraq, Iran e Siria. La diaspora ha possibilità limitate di influenzare chi decide, ma

alleanze contingenti con politici dei paesi ospitanti, con organizzazioni non governative o con intellettuali rendono la diaspora più visibile e potrebbero legittimare la causa delle diaspore agli occhi della società ospitante;

tuttavia, questo effetto è spesso temporaneo. Le politiche della diaspora, pertanto, hanno bisogno di broker e imprenditori della diaspora che portino avanti quegli interessi giocando le mosse giuste. La mia ricerca mostra che

a volte una protesta in strada di un milione di Kurdi non ha lo stesso impatto di un politico di origine kurda con influenza nei parlamenti dei paesi ospiti.

Oppure, l’attivismo dei Kurdi e dei loro amici sui social network può avere un impatto e sensibilizzare a breve termine su determinati argomenti, ma

quanta di questa visibilità ricade nel dominio del lavattivismo, o ‹attivismo da tastiera›, e quanto invece ha un vero impatto sulla vita di tutti i giorni dei Kurdi in Medio Oriente?

La diaspora kurda cresce di giorno in giorno e sta acquisendo esperienza nel fare lobbying e nell’esercitare la propria influenza nei processi politici in tutto il mondo e credo che abbia già reso visibile la causa kurda sulle piattaforme internazionali. Quello che serve davvero ora è creare un vero impatto a livello locale e cambiare la situazione dei Kurdi in Medio Oriente con soluzioni a lungo termine.

 

Traduzione di Martina Ercoli