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Le leggi non ci libereranno

Stati coloniali come gli USA discutono legislazioni per ridurre le emissioni di anidride carbonica e influencer promuovono stili di vita green basati su costosi prodotti ecosostenibili. Per raggiungere una vera giustizia ambientale è invece necessario rimettere in primo piano le comunità indigene e il loro ruolo nella protezione degli ecosistemi.

Le leggi non ci libereranno

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Lǝ attivistǝ dei movimenti ambientalisti hanno recentemente messo in atto delle grandi proteste in giro per il mondo chiedendo ai governi la promulgazione di leggi che portino al raggiungimento delle <zero emissioni nette> di anidride carbonica. Come uno dei primi consumatori di combustibili fossili e autodichiarato leader di riforme progressiste, gli Stati Uniti sono responsabili in larga parte sia delle cause della crisi climatica che delle sue soluzioni. Per lə attivistə e lə politicə che riconoscono l’urgenza di questa crisi, il Green New Deal rappresenta un progetto per liberare il paese dall’uso di combustibili fossili, spostare lə lavoratorə del settore a lavori legati alle energie rinnovabili e in generale trasformare l’economia statunitense in modo che la sostenibilità venga considerata una priorità.

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Per quanto ambiziosa possa suonare questa proposta, non arriva a toccare le cause principali della crisi ambientale. Gli Stati Uniti, sui quali mi concentrerò perché ci vivo e ho fatto esperienza dei risultati della loro storia in prima persona, sono uno stato colonialista. La loro esistenza comporta ancora una violenza contro lə loro abitanti nativə.

Prima del colonialismo, nessunə possedeva la terra. Nessunə possedeva l’aria, l’acqua, le piante, gli animali e altre risorse su cui gli esseri umani fanno affidamento per la propria sopravvivenza. Era responsabilità collettiva della comunità prendersi cura della Terra.

C’era una profonda comprensione della natura interconnessa della vita, di come l’acqua che usavi non fosse lì solo per te ma anche per lə tuə vicinə e la fauna locale. Ne prendevi la quantità che ti serviva per i tuoi bisogni e ti fermavi lì. Sotto le strutture del capitalismo, abbiamo invece visto l’introduzione di un’economia estrattivista che vede nelle risorse naturali qualcosa da trasformare in profitto senza preoccuparsi dell’impatto sull’ecosistema circostante. È così che le compagnie petrolifere hanno costruito oleodotti nei cimiteri e è così che siamo arrivatə al punto in cui ci troviamo adesso.

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Come modo per ritornare a una condizione precoloniale, vediamo spingere per l’inclusione di voci indigene all’interno del dibattito ambientalista. Per esempio, Deb Haaland è stata la prima nativa americana a diventare segretaria di gabinetto, che è un ruolo importante del governo federale degli Stati Uniti. È a capo del dipartimento degli interni, che protegge il patrimonio e le risorse naturali del paese. Mentre la segretaria Haaland dà sicuramente voce a molti membri delle tribù, è comunque cruciale ricordare che è qualcunə che lavora per uno stato coloniale. E lavorare per lo stato vuol dire legittimare il suo potere, mentre lo stato continua a estrarre forza lavoro e risorse da altri gruppi indigeni nel resto del mondo. Per far sì che il Green New Deal abbia effetto, da dove saranno presi i minerali utilizzati nella nostra avanzata e efficiente tecnologia? Da terre rubate a altre popolazioni.

Lasciare la terra in mano allə suə primə abitanti è cruciale non solo per il benessere di quella comunità ma anche per il resto dell’umanità. Le popolazioni indigene giocano un ruolo chiave nella protezione della biodiversità.

Prendete per esempio la foresta amazzonica: in termini ecologici, costituisce una riserva acquifera per il ciclo idrologico globale. Gli alberi filtrano l’aria per renderla respirabile per coloro che vivono di ossigeno. L’Amazzonia è così essenziale per la salute della nostra atmosfera che porta il nome di <polmone del pianeta>. Se dobbiamo fare affidamento su questa foresta pluviale, allora dobbiamo anche fare affidamento su chi se ne prende cura.

Abbiamo bisogno di una sovranità indigena, ciò significa che per combattere la crisi ambientale dobbiamo fidarci delle decisioni dellə abitanti originariə di un luogo.

Perché dobbiamo fidarci di loro per quanto riguarda la terra? Perché se ne sono occupatǝ per secoli prima del relativamente breve arco di tempo di storia dell’umanità in cui il dominio coloniale si è diffuso sul pianeta. Un approccio indigeno alla vita prende attentamente in considerazione l’impatto che le decisioni del presente avranno sul futuro. La tribù Lakota del nord America ha una tradizione chiamata <teoria sulla settima generazione>, che comporta che ciò che facciamo adesso con le nostre risorse attuali debba essere a vantaggio delle sette future generazioni della nostra comunità. L’industria agraria degli Stati Uniti non rispetta questa teoria quando riduce in cenere gli alberi dell’Amazzonia e produce massicce quantità di gas serra impiantando, sui terreni tolti alla foresta, allevamenti intensivi di bestiame.

Mentre è facile criticare l’industria responsabile del cambiamento climatico, anche i membri dei movimenti per l’ambiente sono allo stesso modo passibili di critica. Moltə attivistə o influencer inquadrano l’ecologismo come qualcosa che riguarda le scelte ecofriendly che è possibile fare a livello individuale. C’è un mercato crescente di vestiti, prodotti di bellezza e cibo realizzati in modo sostenibile. Questi prodotti sono solitamente più cari di quelli standard, ciò significa che solo una piccola porzione di popolazione può permetterseli. Questo porta a una condizione in cui l’ambientalismo diventa un lusso elitario o, peggio, uno status symbol. Così come lə sostenitorə del Green New Deal affermano che questo segnerà un passo avanti per la civiltà degli Stati Uniti, un ambientalismo a livello individuale manca completamente il punto:

le risorse della Terra non sono infinite e deve essere preso in considerazione il benessere di tuttə.

Quando si tratta di sopravvivere al collasso ecologico, i confini politici non contano più niente. Non è più la mia acqua contro la tua acqua, ma la nostra acqua. E come gestiremo la nostra acqua?

La forza del colonialismo limita la nostra immaginazione collettiva. Troviamo difficile immaginare un futuro dove tutti gli esseri viventi coabitano la Terra perché siamo cresciutə abituatə a una cultura che ordina la distruzione di luoghi sacri per l’estrazione di risorse. Ma non deve essere per forza così. Guardando da vicino al modo con cui interagiamo con la natura, diventa palese come per esempio il benessere delle api impollinatrici è inestricabilmente legato all’agricoltura umana: prenderci cura delle api vuol dire così prenderci cura di noi stessə. Questo non vuol dire però che tutti gli sforzi ambientali debbano ruotare intorno al benessere degli essere umani, perché non siamo il centro dell’universo. La nostra storia corrisponde a una frazione minuscola della storia del pianeta. Come dice Orielle Lake, artista al fianco delle battaglie per il clima,

siamo qui solo come ospiti.

Nel cortile dietro casa, per dare l’acqua agli spinaci e ai pomodori, riempio il mio annaffiatoio da grandi cilindri blu in cui si raccoglie l’acqua piovana. Mi sento onorato sapendo che il pianeta ci offre dell’acqua che cade gratuitamente dal cielo. Mi sento orgoglioso per l’impianto di raccolta dell’acqua messo su dai miei genitori seguendo lo stile di coltivazione dell’Africa orientale. Mi ricorda la casa dellə miə nonnə in Kenya. Penso ai modi intricati e creativi con cui le popolazioni native del nord America hanno costruito i loro sistemi di agricoltura. La cancellazione di questa conoscenza e della gente che la tramanda è una violenza. Risvegliarla costituisce invece speranza. La voce delle popolazioni indigene deve essere al centro e in prima linea nel dibattito globale sulla giustizia ambientale.