L’occasione del pugile

Il mondo del pugilato con le sue promesse, le sue luci e le sue ombre. Perché la boxe continuerà ad esistere ‹fintanto che esistono povertà e indigenza, e verrà sempre guardata fintanto che ci saranno persone che altrimenti non avrebbero modo di esprimere quello che i pugni dei pugili permettono loro di dire›.

L’occasione del pugile

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Originariamente pubblicato su The Baffler

Quando ripenso a lui e alla mia infanzia, mio padre si presenta come un uomo che amava le serate e la sua casa: un tipo insofferente, fragoroso, sporadicamente gentile. Pur con le incertezze dovute al periodo, le sue giornate trascorrevano fuori, al servizio di subappaltatori in gran parte privi di scrupoli, corrotti e palesemente generosi con un gruppuscolo di favoriti di cui lui non è mai riuscito a far parte. Quel poco che sapevo di ciò che faceva l’ho cucito insieme un poco alla volta, a quattr’occhi; ne parlava raramente, a parte durante le occasionali lamentele dedicate al trattamento misero, alle trattenute sulla paga, o all’esser stato ripulito dal più recente mucchio di cowboy. Nelle rare serate in cui tornava tardi, con i capelli stuccati al cranio dal sudore, la sua faccia si trasformava in un segnale d’allarme che vietava di fare domande.

Non molti tra i suoi colleghi si presentavano a casa nostra. L’unico che riesco a ricordare è Peter, compagno di cantiere proveniente da tempi di cui parlavano in toni entusiasti: qualche anno trascorso lavorando per un uomo di nome ‹Gavin› negli anni Settanta. Poteva darsi fosse tanto un nome proprio quanto un cognome, in special modo considerando la dizione irlandese di mio padre, una cadenza che ho finito per ritenere inaffidabile, le sue vocali oltre ogni possibilità di trascrizione. Attraverso intricati collegamenti incrociati tra gli irlandesi del nord di Londra — Enfield, Edmonton, Tottenham — Peter si era sposato con un’amica di mia madre, o quantomeno una compagna di viaggio dai tempi della scuola. Da quanto mi era dato mettere insieme, Peter lavorava per lunghi periodi e a un ritmo straordinario, e in parte l’avevo capito dai suoi ritardi del sabato sera, quando, tra un turno da tassista e l’altro, veniva a prendere la moglie e il figlio a casa nostra, i fine settimana spesi sul tassametro dopo sei giorni di lavoro da muratore. Ogni tanto saltava fuori qualche accenno a un occasionale diverbio con i clienti, peggio per loro, e un qualcosa ormai tramandato come una sorta di leggenda famigliare, che di sicuro ho ulteriormente ingigantito nei miei ricordi: la caduta da un ponteggio, da più di 9 metri, e la fuoriuscita di Peter dall’ospedale poche ore più tardi, oltraggiato dal tempo perso.

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Fu proprio in quest’atmosfera fatta di sabati sera, nonché di quella sensazione da terra di mezzo che contraddistingue la fine del pasto, insieme a un moderato rancore, che finì per trasferirsi il mondo della boxe. I miei primi ricordi di questo sport risalgono a quando stavo a gambe incrociate tra i piedi di mio padre, seduto un po’ troppo vicino alla televisione, su di un tappeto stinto di verde arrivato ormai alla fine di un onorato servizio, e con un quadro del Sacro Cuore, noto per il suo stesso sanguinamento, ai margini del mio campo visivo. La sedia di mio padre era separata dal resto delle sedute, un’unità indipendente e pronta a crollare su se stessa; lasciata vuota durante il giorno, di notte diventava soprattutto la sede di una bella dormita.

Erano gli inizi degli anni Novanta, che col tempo sarebbero stati riconosciuti come una specie di età dell’oro per i pugili britannici, o almeno un’era d’argento. Ai tempi, solo pochi e grandi eventi riuscivano ad approdare sulla televisione e le trasmissioni terrestri, e non avevamo modo di fare ricorso a parabole e linee via cavo. Tuttavia, quei combattimenti, nei miei ricordi del periodo, bruciano come nient’altro. Mi trovavo tra i sette anni e la fine della scuola elementare, un’era di poche celebrità da tabloid, di pugilato sul retro delle riviste e nei telegiornali. I combattenti che seguivamo avevano un aspetto cartoonesco, specialmente per me che ero così giovane e versato nel linguaggio dei supereroi e del mito. Ma in loro c’era anche qualcosa che apparteneva a mio padre, e a Peter, una qualche sensazione che riportava al lavoro manuale, al fatto di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, e simili riferimenti biblici.

La boxe, come il mondo del lavoro in cui operava mio padre, era una specie di trappola gestita e supervisionata da uomini corrotti ed egocentrici, che solitamente si arricchivano sulle spalle di migranti di prima e seconda generazione. La gloria che questo sport sembrava offrire, o almeno a cui alludeva, era la luce alla fine di un lungo tunnel, che tuttavia era più probabile fosse un treno in arrivo dalla direzione opposta.

L’allettante speranza che attraverso la dedizione, la fortuna e la perseveranza i suoi partecipanti potessero liberarsi dalla vecchia vita, una vita fatta di sacrifici e mancati riconoscimenti, sembrava venire rispettata, come a suggerire che poteva esserci qualcosa di concreto e tangibile da mostrare in cambio di tutti quegli anni di gratificazioni rinviate. Per pochi fortunati avrebbero potuto esserci, almeno di sfuggita, cinture, grandi paghe, notti gloriose. Ma le uniche persone che sembravano davvero prosperare erano in realtà quelle che operavano fuori dal ring, controllando gli incassi e prendendosi una generosa porzione dei guadagni.

Non solo in America

Mio padre è arrivato a Londra negli anni Sessanta, insieme a migliaia di altri migranti provenienti dall’ovest rurale dell’Irlanda, una goccia tra le ondate di migrazioni di massa provenienti da un esportatore netto che faceva sempre difficoltà a trovare posto alla sua gioventù. Per pura necessità, il suo stesso padre aveva lavorato lontano da casa per la maggior parte della sua vita; a sua volta, era arrivato a Londra a vent’anni, dove dormiva in stanze affittate attorno a Finsbury Park, quelle che non esibivano il tristemente noto cartello ‹No neri, no cani, no irlandesi.› Erano giornate nelle quali ci si divorava i miseri pasti forniti insieme all’alloggio, giorni di case piene di giovani uomini, di lavori casuali trovati col passaparola, tra cantieri disseminati su tutta Londra, nei buchi e nei tunnel che costituivano il tessuto cicatriziale della città.

C’era un sistema maggioritario di attesa per essere scelti o rifiutati dai vari furgoni in viaggio verso i cantieri: una sorta di ricostruzione senza musica delle sale da ballo che si erano lasciati alle spalle, dove bisognava mettersi in fila per essere scelti. Il fratello di mio padre era quello che amava le risse e le bevute, che parlava dell’ascesa di Muhammad Ali nei pub di Kilburn e Cricklewood, che faceva ascoltare in radio a mio padre i combattimenti più importanti. A parte un paio d’anni in prossimità della mia nascita nella Contea di Mayo — un tentativo di rimpatrio di breve durata — mio padre ha trascorso in Inghilterra più della metà della sua vita. Eppure ci vorrebbe un analista coraggioso per identificarlo come un nativo.

I pugili che guardavamo quando ero bambino erano soprattutto neri nati in Inghilterra, i cui genitori facevano parte della stessa ondata migratoria di mio padre e dei suoi colleghi. Erano in una fase dove attuavano una specie di ‹girone all’italiana› tra di loro, con rivalità vere o confezionate, ficcate a viva forza nella gola del pubblico in un miscuglio d’infamia, rammarico impietosito e terrore. A differenza degli apripista della generazione dei miei genitori, quando ancora ai combattenti neri veniva vietato di partecipare e competere per i titoli inglesi, loro invece erano stati accettati come patrioti di Sua Maestà da ciò che ai tempi corrispondeva al consenso pubblico. Non era tanto una questione di benevolenza o semplice correttezza, quanto un omaggio al talento e all’abilità necessaria per competere negli Stati Uniti senza vergogna né con l’aria dell’agnello al macello. A differenza di molti compatrioti bianchi, infatti, i pugili neri potevano volare con la Union Jack nell’aria rarefatta di Vegas o New York, e partecipare come autentici sfidanti, con la possibilità di tornare a casa carichi di cinture ed elogi.

Come troppo spesso accade nello sport, erano considerati atleti inglesi fintanto che riuscivano a vincere.

Nigel Benn, ‹Il distruttore oscuro›, era il rampollo di una forza distruttiva, forse il più primordiale del mucchio: si era già fatto notare nell’esercito e si era specializzato nei K.O. esplosivi e negli sguardi torvi e intimidatori. Michael Watson, all’apparenza un tipo più leggero, maggiormente dotato e poco attraente, era un perenne sfavorito nonostante il talento superiore, uno contrario alle volgarità e alle astuzie promozionali di cui aveva bisogno per innalzarsi alla fama e agli stipendi ad essa collegati. Frank Bruno era l’oggetto eccessivamente muscoloso di un ottimismo nazionale perlopiù immotivato, con il suo fisico da Adone troppo pesante da portare in giro abbastanza a lungo per soggiogare gli avversari migliori, quello che aveva la strana tendenza a sgretolarsi sotto il fuoco nemico invece di cadere. Infine c’era Chris Eubank, un balbettante osso duro dotato della temerarietà necessaria ad abbracciare il mondo della pubblicità alle sue condizioni, coltivando un personaggio che in parte era Jeeves & Wooster, in parte una signora Mrs. Malaprop. In verità, la sua recita era più prossima a quella di un ‹cattivo› del wrestling che a un pugile, una combinazione di salti della fune, pose, monocoli e Tina Turner, apparentemente allergico agli ossequi e alle scuse che gli sportivi britannici tendevano a scambiarsi alla ricerca dell’approvazione del pubblico. I suoi tic promozionali provenivano tutti, vagamente, dalla scuola di Muhammad Ali, ma non possedevano alcunché delle conclamate idee politiche del Più Grande, la vastità culturale del suo anticonformismo.

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Eubank era nato nel Regno Unito ma aveva trascorso i primi sei anni della sua vita in Giamaica; la sua giovinezza era passata tra espulsioni da scuola e risse in strada, non per soldi ma — sosterrà più tardi — per altruismo. Senza altre idee, o pazienza, oppure entrambi, suo padre lo aveva poi spedito in piena adolescenza da sua madre, che si era trasferita nel sud del Bronx, dove aveva cominciato a dedicarsi alla boxe come uno strumento di autocontrollo, proprio come i suoi fratelli prima di lui. Dopo aver approntato incredibili riserve di dedizione e impegno, e aver fatto il salto di carriera dall’altro lato dell’oceano, Eubank era tornato nel Regno Unito in cerca di un impresario in grado di trasformarlo in una stella.

Si era specializzato in una performance volutamente esagerata dell’inglesità, con discorsi sulle ‹procedure parlamentari›, sul tweed e un rigido portamento militare — comprensivo di un grammo del contegno di Kipling, con una certa idea di fair play che aleggiava sull’insieme. Quando aveva raggiunto il grado di ricchezza che glielo consentiva, Eubank aveva cominciato ad apparire di fronte ai giornalisti vestito con pantaloni da equitazione e abiti da gentiluomo di campagna fatti su misura; aveva persino speso una piccola fortuna in un titolo nobiliare falso, ‹Signore del Maniero di Brighton›. Sulla sua esibizione aleggiava un’ironia drammatica di cui si tendeva a non parlare, qualcosa definibile come una forma di ingenuità simulata, come se non avesse idea di quanto le classi più elevate, quelle di cui indossava i vestiti a mo’ di travestimento, lo avrebbero respinto e detestato, qualora avessero incrociato il loro cammino con questo peso medio nero nato a Dulwich e il suo carrozzone importato dall’America, un ennesimo, incongruo elemento di autorealizzazione. Ovviamente, il senno di poi e gli aspetti mondani mettono tutto questo in una luce completamente diversa, ma ai tempi la sua recita sembrava esistere solamente in funzione dell’odio, e i suoi cavalli di battaglia erano resi ancora più estremi dalla sua brillantezza sul ring, una resistenza d’acciaio che correva sotto quell’aria coltivata di acceso disprezzo polisillabico nei confronti della boxe, con le sue rivendicazioni di essere al di sopra di tutta quella violenza e grossolanità, e di utilizzare lo sport solo come ascensore sociale. Le sue dichiarazioni di superiorità rispetto alle volgarità della boxe, tuttavia, non riuscirono a proteggerlo dagli aspetti più oscuri dello sport: quell’ultimo pugno tirato nel rematch del 1991 contro Michael Watson provocò una ferita quasi letale al cervello di Watson. 

Senza alcuna star irlandese famosa per cui fare il tifo — Barry McGuigan si era ritirato, Steve Collins sarebbe arrivato ai titoli e al successo solo tempo dopo — mio padre sembrava considerare i pugili neri della classe operaia, come ad esempio Benn e Watson, come dei surrogati. Si erano beccati i primi colpi in un cantuccio separato e distinto dei passeggeri londinesi di terza classe, eppure in qualche modo risultavano essere degli analoghi; anche le loro comunità erano emarginate, fatte oggetto di battute o peggio. Per contro, Eubank, che semmai aveva avuto un’infanzia ancora più dura della maggior parte degli altri combattenti, aveva cercato di diventare un ruffiano insensibile e fuori luogo, con le sue spacconerie e provocazioni, la sua caricatura della bestia dedita a uno sport cruento e sanguinario, le sue ‹nozioni›. Era una performance ragionata, nata dalla consapevolezza che le persone si sarebbero messe a guardare i combattimenti sia per tifare qualcuno che per tifare contro qualcun altro, e infatti colpì nel segno, a ripetizione; il suo desiderio di essere accettato o imitato dagli ‹inglesi sbagliati› per mio padre costituiva il tradimento di qualcosa d’importante, non da ultimo il senso di autoconsapevolezza. Perché mai avrebbe dovuto desiderare di essere come loro?

Corpi da sanzionare

Tradizionalmente, la boxe veniva vista dai ragazzi delle classi operaie come una ‹via di fuga›. Solo di recente lo stesso ha cominciato ad avvenire anche per la boxe femminile. La scala e la varietà del fenomeno migratorio in America può essere osservata, in parole povere, all’interno delle comunità che hanno fornito le eccellenze del pugilato, con uno slittamento dagli italiani e dagli irlandesi verso gli afroamericani, i messicani-americani, i portoricani e oggi, sempre più, quanti provengono dall’est Europa e dai Paesi dell’ex-URSS. In parte, lo stesso discorso vale per il Regno Unito e i pugili ebrei degli anni Venti e Trenta del secolo scorso che poi hanno fatto spazio ai figli della ‹generazione Windrus›, e, più di recente, alcuni tra i più famosi pugili britannici hanno origine africane, polacche, arabe o romani. Il concepire la boxe come una via di fuga dal carcere, una scappatoia per quanti avevano dovuto interrompere, o saltare in toto, l’educazione scolastica, aveva delle fondamenta nel reale, in migliaia di testimonianze individuali; diverse vite erano state salvate dalla palestra. Ma c’è un lato oscuro in uno sport che richiama le sue risorse da simili storie e origini.

Perché questi uomini duri e infaticabili, perfezionati e temprati dalle battaglie, sono risultati essere sin troppo facili da sfruttare al di fuori del ring.

Nessuno incarna maggiormente questa contraddizione più di Mike Tyson, il tozzo distruttore d’uomini proveniente da Brooklyn. Tyson diventò adulto a Brownsville, ai tempi lacerata dalla guerra tra gang e dalla violenza sulle strade, di cui era un attivo partecipante. Da improbabile allevatore di piccioni, aveva combattuto per la prima volta con rabbia quando un bullo aveva ferito uno dei suoi uccelli, una ben bizzarra storia delle origini negli annali della boxe. Piazzato sulla corsia preferenziale tra la detenzione giovanile e il carcere, il destino di Tyson intercettò un vecchio e carismatico allenatore di pugilato, Cus D’Amato, che si era occupato di diversi campioni e aveva visto nel ragazzo adolescente un campione immortale in via di definizione. Tyson alla fine era stato adottato dopo la morte della madre e si era trasferito a quattordici anni a casa di D’Amato sui monti Catskills, dove gli era stato instillato uno stile da ‹nascondino› tremendamente efficace, un attacco basato sulla memorizzazione delle varie combinazioni attraverso il ‹sistema› di D’Amato, grazie al quale Tyson avrebbe poi dimostrato di essere una macchina da demolizione. I primi avversari venivano praticamente battuti prima ancora del suono della campana, mentre si rintanavano nell’angolo, confortati dal fatto che il loro sacrificio rituale fosse finito così in fretta. Nel 1986, a vent’anni, divenne il più giovane campione di sempre del Campionato mondiale dei pesi massimi.

Tyson si era dimostrato la pietra miliare e il livello più alto della sua era, quando era venuto il momento di riportare la boxe alle sue basi fondamentali. Non aveva niente da spartire con le camminate appariscenti degli altri né con gli inni da cantare in coro, la sua marcia verso la battaglia era invece tutta furia e voglia di prenderla sul personale; combatteva senza calzini, era indistruttibile e impossibile da placare o pacificare — un approccio che abbiamo potuto osservare appieno nella sua demolizione in cinque round del tanto decantato Frank Bruno, nel 1989. Tyson, per un breve periodo, era riuscito a esistere all’interno della sua stessa mitologia, suggerendo così la possibilità che potesse essere la più seducente delle creazioni, l’uomo che non poteva essere battuto.

Nonostante le vanterie, spesso prese di peso dai fumetti, sulla scia di ‹i mortali che entrano nel mio reame› — e nonostante una voce sorprendentemente acuta, spesso fatta oggetto di scherno in lungo e in largo — mio padre non provava alcuna ostilità nei confronti di Tyson, né lo accusava di quell’arroganza che disprezzava così tanto in Eubank, forse perché la capacità di Tyson di far invariabilmente perdere i sensi agli avversari, e in maniera tanto rapida, metteva le sue parole sotto una luce ben più ragionevole e adeguata. E, poi, perse. Nel 1990, apparentemente all’apice del suo regno, subì quel tipo di umiliazione che io e mio padre ci auguravamo per Eubank, sconfitto in Giappone per K.O. da uno scarsamente considerato come Buster Douglas, a causa di una serie di crisi personali di cui ai tempi non sapevo nulla, abbinate alla mancanza di dedizione verso lo sport e all’entusiastica esplorazione della vita notturna di Tokyo. Mi ricordo la tristezza nella voce di mio padre quando l’ha visto accadere diverse settimane più tardi in un video preso in prestito, con il senso di trasgressione dato dall’assistere a un re piegato nel fango del terreno d’esecuzione.

‹Se l’intrattenimento è l’opposto della noia, Iron Mike era un performer dal potere incommensurabile›, scrisse Donald McRae, una delle penne più raffinate dello sport, nel suo libro Dark Trade. ‹Cosa deve essergli stato fatto per averlo reso così spaventoso? Si era stancato di parlare e aveva lasciato a noi il compito di infilare le parole nei suoi pugni›. Quella sensazione, di un Tyson visto come la star arrabbiata di un film brutale e muto, si adatta a meraviglia ai miei ricordi di quel periodo.

Era uno strumento adatto a esprimere l’ambizione di mio padre, e per estensione anche la mia, la nostra fantasia più sfrenata: che si potesse essere equipaggiati unicamente per ottenere il successo.

Forse, però, non è tutto qui. Come ha scritto anche McRae, Tyson ‹ha vissuto e combattuto con la furia di chi sa che ‘niente dura per sempre’, come se per lui fosse difficile trovare una gioia duratura nel presente›. Quello slancio nichilista, l’ombra di una morte forsennata o della devastazione che si trascinava dietro, è ciò che dava alla sua forza distruttiva impatto e asprezza. Non era la rabbia a fornirgli il carburante ma il terrore di essere nuovamente ferito come gli era successo da bambino. Guidava il suo corpo come le automobili supersportive che aveva preso l’abitudine di sfasciare e a una velocità simile lo lanciava contro le superfici inflessibili del destino già segnato dei suoi avversari; combatteva come un demone per superare la propria paura, ma la paura persisteva e diventava più forte. Col tempo sarebbe diventata ancora più oscura e problematica; due anni dopo la sconfitta con Douglas, Tyson venne incarcerato con l’accusa di stupro, il suo inarrestabile tuffo a capofitto non danneggiava più solo lui e i suoi avversari lautamente ricompensati.

In fin dei conti, Tyson aveva poco da vantarsi per tutta questa distruzione, la salute rovinata e i sacrifici, gli anni sacrificati ad ermetici ritiri d’allenamento, e l’astinenza (o almeno la pretesa che ci fosse).

Come la maggior parte dei pugili, era mal equipaggiato per gestire le sue finanze, ed era molto improbabile si mettesse a fissare le clausole scritte in piccolo di quelli che spesso erano contratti scandalosi, aprendosi così allo sfruttamento di quanti non avevano mai avuto bisogno di ritrovarsi con nasi o mani insanguinati.

Come molti altri pugili prima e dopo di lui, le enormi cifre raggranellate scomparirono in nuvole di assegni di mantenimento, carcere e gestione del suo entourage. ‹I miei genitori non erano contabili. Non sono ferrato in queste materie,› spiegò Eubank riflettendo su come tirare fuori i milioni che doveva al governo in tasse; e lo stesso valeva per Tyson.

Giornalista, giocatore d’azzardo, scrittore e in qualche caso consigliere dei pugili, Jonathan Rendall realizzò un documentario televisivo nel 1993 per la serie Dispatches, dedicata ai maggiori sportivi della boxe inglese: l’ultima chance per quello che vedeva come un sistema patologicamente corrotto. Quello che aveva scoperto — non che fosse particolarmente nascosto — era un piccolo gruppo di promoter e manager, soprannominati ‹Il Cartello›, che aveva a disposizione l’attenzione, o più probabilmente le tasche, della Commissione di controllo della boxe inglese. Si erano assicurati l’esclusiva sui principali impianti sportivi per la boxe nonché i più importanti slot televisivi sulla BBC, chiedendo in cambio lealtà, consenso e favori speciali. Pugili e promoter esclusi dalla loro sfera d’influenza, come Frank Warren e Barry Hearn, potevano — almeno per un certo periodo — a malapena competere, e chi era sotto la loro protezione si ritrovava nella classica situazione del prendere o lasciare.

Guardandosi indietro, sembra un meccanismo infallibile proprio come il mondo del lavoro in cui operava mio padre. I subappaltatori, come il Cartello, controllavano i posti più ambiti e favorivano i loro uomini invece delle persone con un salario fisso in azienda, visto che erano più facili da intimidire in cambio di una mazzetta. La spartizione delle migliori possibilità lavorative, l’assoluta mancanza della possibilità di rivalersi, gli accordi con stretta di mano, la minaccia di finire in lista nera. Un simile malaffare gli suonava familiare.

Attraverso le corde

In Dark Trade, McRae smentisce il mito del pugilato che si offre come rifugio da un’infanzia violenta, la salvezza per i figli dei migranti, quei ragazzi perduti; qualcosa che ammontava a una specie di benevola forma di promozione sociale. ‹C’era un sottotesto tragico nel fatto che la considerazione per i pugili aumentasse all’impiego continuo della violenza›, scrive. ‹Era come se, nel cercare di migliorare le proprie vite, dovessero costantemente tornare a quei ricordi distruttivi da cui invece desideravano fuggire. Una vita nutriva l’altra, instancabilmente, come un fiume inquinato fa col mare›. La boxe può diventare un rifugio e un riparo solo se il ring si dimostra una versione più salubre e controllata del caos all’esterno; può essere elogiata, elevata, trasformata, come nelle dimostrazioni di Tyson, in un quadro sul quale vengono proiettate paure più articolate. Ma, alla fin fine, si tratta pur sempre di un combattimento. Questa definizione semplicistica viene fuori spesso nelle interviste dei pugili, e nei migliori scritti dedicati allo sport, che di solito vengono redatti da quanti lavoravano prima a bordo ring o sono stati a lungo vicini agli stessi pugili.

Rendall scrisse dell’aver guidato verso un titolo mondiale il peso piuma britannico Colin McMillan nel suo libro This Bloody Mary Is The Last Thing I Own. McMillan, come quasi ogni altro combattente prima e dopo, aveva dovuto imparare ciò che significava farsi del male, avere le proprie ambizioni respinte. ‹Puoi parlare della boxe quanto vuoi, ma alla fine si tratta di combattere›, dice a un certo punto McMillian a Rendall. ‹Ecco cos’è›. Una sera in cui aveva vinto ma ne era uscito con dei brutti tagli, le sue parole furono finalmente comprese da Rendall durante un after party mal frequentato e in un nightclub cavernoso:

Avevo notato che Colin era un po’ rannicchiato e contratto nella camminata. L’effetto dei pugni di Percy Commey stava cominciando a farsi sentire e a irrigidire il suo corpo. ‹È stato un combattimento molto duro›, disse Colin, scuotendo la testa. Dopo una pausa si mise a sogghignare e disse, ‹Ora capisci, Jon?›

Rendall scrive in maniera irresistibile della ‹curva blu› che rappresenta la traiettoria ascendente, apparentemente senza fine, di un combattente in piena ascesa (o di uno scommettitore che becca quella rara e intossicante serie di vincite consecutive), ma per molti pugili, e per mio padre, la camminata rigida di McMillan, quel suo lieve trascinamento ingobbito, rimane l’immagine più memorabile. Essendo cresciuto in una zona povera, dove il crimine dilagava e c’erano litigi regolari per i parcheggi, per il rumore, e tutti i tipi di futili motivi per aizzare qualche discussione, tendevo a preoccuparmi per il carattere di mio padre, all’idea che avesse un litigio con la persona sbagliata con l’umore sbagliato.

Ma mi rassicuravo sul fatto che potesse badare a se stesso grazie alla forza di cui era dotato e che metteva in mostra quando giocavamo alla lotta, nonostante la pancetta rivelata dalla camicia aperta e dalla giacca presenti tutto l’anno — tendeva ad avere sempre e comunque caldo — , lo capivo dalla potenza delle sue braccia, la morsa d’acciaio delle sue mani, un’abilità non pianificata né progettata, bensì ottenuta attraverso anni di sollevamenti, scavi, sforzi e faticate sul lavoro. Sentivo qualcosa di simile in pugili che avrei incontrato più tardi, per scriverne: la loro mancanza di ostentazione, la morbidezza della stretta di mano, la riluttanza a serrare i pugni fuori dal ring. Proprio come disse Rendall dei suoi primi giorni, quando ancora si limitava a guardare i combattimenti senza partecipare in alcun modo, ‹Era come se tutti loro, i vincenti e i perdenti, i manager e gli allenatori, avessero toccato qualcosa che solo loro potevano conoscere, qualcosa di grande, come la verità. Perché l’avevano toccata e sapevano cos’era, non dovevano stare lì a vantarsene›.

Ora mi preoccupo di più per mio padre, visto che i suoi capelli ricci e fitti, che una volta erano così scuri, sono diventati grigiastri ed esili, la pancetta si è decisamente ingigantita, le ginocchia irrigidite, la temperatura del suo corpo si è fatta leggermente più bassa. Se è vero che l’autoconsapevolezza è il nemico più grande del pugile, è nemica anche dell’uomo un tempo forte con un caratteraccio, in una zona le cui risorse si sono fatte ancora più magre, ancora più impantanate nel crimine, accentuando la maleducazione e la trascuratezza del territorio. Gli amici della piccola comunità irlandese, quelli riuniti dalla mia giovinezza, negli anni si sono sparpagliati a ovest, verso periferie col verde e un aldilà cattolico. I problemi di denaro invece non se ne sono andati mai, i lavori sono proseguiti e la pensione è stata ulteriormente e necessariamente rimandata rispetto al previsto; i piani di fuga e di riserva non erano possibili, e gli effetti di tutto quel lavorio si sono fatti sentire ormai da molto tempo, irrigidendo il corpo.

Per molti pugili, si trattava semplicemente di dover affrontare un combattimento dopo l’altro, e tutta la spacconeria delle interviste, le provocazioni, lo spettacolo e l’ebbrezza successiva erano solo i sintomi e i souvenir di quanto era stato affrontato ed era sopravvissuto.

Michael Watson si riprese dalla sua lesione cerebrale abbastanza bene da riuscire a partecipare alla maratona di Londra per diversi giorni allo scopo di raccogliere soldi per alcuni enti di beneficenza. Per un certo periodo abbiamo condiviso il barbiere, e mi capitava di vederlo entrare o uscire in sedia a rotelle accompagnato dal devoto badante, ma mi son scoperto sempre troppo riluttante o intimorito per avvicinarmi e provare la forza della sua stretta di mano. Rendall, verso la fine, scrisse del tempo trascorso con McMillan — dopo aver vinto e poi perso un titolo mondiale, aver fatto soldi e averli visti svanire, dopo aver visto smascherare gli organizzatori della boxe per quello che erano, una fogna morale e corrotta nella quale i combattenti vengono usati come carne da macello da subappaltatori senza scrupoli — , scrisse della spinta della nostalgia, la tentazione di un ultimo combattimento o una rivincita finali, quella che è la droga più intossicante della boxe. ‹Per un momento diventava quasi possibile crederci — o quantomeno sospendere il giudizio. Insomma, è o non è il sogno di qualsiasi persona? Non il crogiolarsi nei ricordi più preziosi, ma proprio per lo spirito di quelle stesse memorie, la possibilità di tornare, ripartire e ricominciare a vivere, come se il tempo fosse ciclico›.

Ci sarà sempre la boxe fintanto che esistono povertà e indigenza, e verrà sempre guardata fintanto che ci saranno persone che altrimenti non avrebbero modo di esprimere quello che i pugni dei pugili permettono loro di dire.

Per me il richiamo ora è lo stesso, benché in un salotto diverso, che mi trascina fuori dal letto alle 3 o alle 4 di mattina per guardare i combattimenti in diretta da Las Vegas o da New York, mentre siedo a gambe incrociate troppo vicino alla televisione, il volume così basso da far muovere le immagini quasi in silenzio. Nuovi pugili si muovono sulle tracce e i contorni di quanti hanno combattuto prima di loro, senza riuscire a scappare da alcunché.

Traduzione di Daniele Ferrero