NET07 DIASPORA, #5 / E03

Queer diaspora in lockdown

Cindy Patton racconta la diaspora delle persone queer, in fuga dall'omo-transfobia dei propri paesi d'origine, approdate in paesi forse meno omofobi ma più xenofobi, alla ricerca di una propria identità e di uno spazio sicuro. Il lockdown e la pandemia potrebbero ancora cambiare le cose all'interno delle città, e non necessariamente in peggio.

Queer diaspora in lockdown

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6 Gennaio 2021, Washington DC

Attraverso il miracolo della tecnologia che è stata l’àncora di salvezza durante una pandemia, stavo guardando le facce euforiche di quella combinazione, che sta tornando globalmente in voga, di fervore anti-immigrazione e tirannia di espressione sessuale/di genere commettere atti di cruda violenza con lo scopo di far saltare uno stato democratico, per quanto poco già in precaria salute. I profili degli attori principali erano abbreviati dalle lettere che rimangono fuori da quell’acronimo in continua espansione che inizia per LG: gli uomini bianchi etero. Imprigionata nel mio quartiere o letteralmente chiusa dentro casa, dopo un anno in cui i contatti sono stati possibili principalmente su Zoom, mi sono sentita espulsa da quanto dovrebbe essere la sicurezza di casa propria.

La questione che lega espulsione e mobilità ha un’eredità complessa.

A partire dal secondo dopoguerra, la comunità accademica, giuristi e giuriste e figure di spicco delle varie comunità hanno iniziato a usare il concetto di diaspora per concettualizzare quelle persone che, allontanate dalla loro terra natia, hanno combinato e ricombinato, come fosse un bricolage, elementi culturali, simbolici e materiali per creare un rapporto collettivo e coeso con due luoghi allo stesso tempo: la terra d’origine e un posto altro. Influenzati nella metà degli anni ‘90 dal concetto di comunità immaginarie di Benedict Anderson (1983/1991) stavamo vagando, insieme ad una manciata di colleghe e colleghi, in questo paesaggio di significati e abbiamo tirato in mezzo anche questa idea, ugualmente variabile, di queer.

Non sapevamo all’inizio cosa potesse comportare la combinazione di questi concetti, ma resistemmo alla tendenza di prendere processi socioculturali e trasformarli in enti statici. Vari temi furono considerati da autori e autrici: per esempio, la duplice e ostinata esclusione, come nel caso della queerness di uomini arabi omosessuali che vivevano senza diritti politici in Israele, reclamata come nazione e terra natia da un’altra comunità e riconosciuta come tale dalla maggioranza dei governi; corpi giunti in posti nuovi accompagnati da idee provenienti da una terra natia che creavano nuove materialità all’estero, come quegli uomini transmigranti [NdT: un termine che descrive un soggetto mobile che abbia sviluppato e mantenga relazioni complesse tra la propria terra d’origine e quella di residenza], queer e Filippini, che erano stati aiutati dalle loro madri a vestirsi con abiti femminili per degli spettacoli della comunità religiosa filippina che si tenevano nei loro nuovi paesi, meno omofobi ma più xenofobi; variabili discorsi di liberazione sessuale bollati come idee straniere che fornivano nuove opportunità per le persone del luogo di reimmaginare la loro relazione materiale con la loro casa, come nella creazione di quei movimenti di liberazione gay prima della rivelazione di comunità gay visibili.

Influenzato da queste possibilità concettuali esplose negli anni ’90,

un vivace movimento di militanti e accademiche e accademici ha lavorato in gran parte dietro le scene per salvare le vite di persone messe in pericolo nel proprio paese o scacciate da esso in quanto queer.

Inizialmente, questo movimento si è sforzato ad aiutare lesbiche e gay a entrare a far parte del processo di ricerca di asilo, in quanto forme di identità o performance di genere e/o di identità o performance sessuale si espandevano in spazi più liberi. Poi, ha fatto un ulteriore sforzo per aiutare coloro che furono forzatamente trasferiti in campi profughi o inseriti in quei processi che ignoravano lo specifico asse di protezione di cui loro avessero bisogno:

lo spazio si fece sempre più queer. 

Il movimento globale in supporto alle persone LGBTQ2S in pericolo si è adoperato affinché queste soggettività fossero incluse nelle policy del Consiglio Superiore delle Nazioni Unite riguardanti l’asilo politico e fossero introdotte delle pratiche per rendere esplicita la validità delle richieste di asilo sulla base di uno stato di pericolo causato dalla propria identità o performance di genere o sessuale. Ad un livello nazionale, invece, usando come simbolo la bandiera arcobaleno (come nel caso dei Rainbow Refugees, con base a Vancouver) oppure tracciando analogie storiche con le esperienze degli schiavi e delle schiave fuggite durante l’età della schiavitù in America (come hanno fatto i Rainbow Railroad in Canada e negli Stati Uniti), questi gruppi LGBTQ2S hanno creato delle nuove case, virtuali, nel senso della policy, o reali, per persone queer che non erano al sicuro nel proprio paese natio.

Questo attivismo globale è assolutamente fondamentale e più nazioni devono creare processi esplicitamente pensati per persone queer in pericolo.

Il corpo in movimento di rifugiate e rifugiati queer è rimasto costretto non solo dalle più ampie e più leggibili sollevazioni politiche nei paesi d’origine ma anche dall’omofobia e dalla transfobia sommerse in entrambi gli spazi.

Le persone etero nelle comunità di rifugiati e rifugiate nei loro paesi d’adozione hanno ancora, almeno per un po’, la medesima omo-transfobia che avevano nei loro paesi d’origine. E non solo: le rifugiate e i rifugiati queer arrivano nelle comunità queer e discutono attivamente la reale utilità delle policy liberali-pluraliste all’interno delle strutture socio-politiche esistenti. Un paio di esempi: il matrimonio gayha la sola funzione di riaffermare l’eteronormatività? nuove forme di mascolinità e femminilità praticate da coloro che rifiutano delle etichette di genere assegnate servono, in ultima analisi, a irrigidire il binarismo di genere originariamente imposto su di loro? Per dirla con le parole di Audrey Lorde: gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone›.

Persone queer ‹del posto› che si siano fisicamente distaccate da spazi omo-gino-trans-somatofobici che chiamiamo ‹casa› formano una ‹casa queer› che le rifugiate e i rifugiati hanno immaginato come il loro futuro presente. Pur non essendo mai andati e andate via fisicamente, noi persone del luogo che abbiamo ancorato lo spazio materiale della diaspora non siamo solo bloccate e bloccati quima abbiamo anche un aspetto diasporico in un altro senso: è come se non fossimo mai andati e andate via. Una grandiosa letteratura minore [NdT: nel senso sviluppato da Deleuze e Guattari] ha tentato per oltre un secolo di immaginare mondi liberati dalla tirannia del genere e offerto multiple strutture metodologiche per ripensare l’espansione del non-normativo, di ciò che è queer, nello spazio. Voglio infine considerare cosa possa voler dire essere in relazione diasporica rispetto ai nostri corpi queer nell’inatteso confinamento domestico dovuto alla pandemia.

Monique Wittig (1935-2003) ha spesso immaginato la sensibilità delle schiave o delle serve fuggitive, e considerato il corpo lesbico come qualcosa di paragonabile ad una fuga da quello che lei ha chiamato la mente etero. In queste due analogie, i corpi lottano per staccarsi da territori nei quali le loro etichette di serva o schiava assumono un significato come una forma di relazione di potere (o una relazione di sopraffazione). Nella sua concezione dello stato pre-moderno e dello stato coloniale razzializzato,

non appena il corpo fugge da quella terra, esso esiste in una terra come senza etichette, nella quale la condizione di ogni persona non può essere immaginata in anticipo.

Ciascun sistema di etichette ha il suo proprio terreno e, perciò, per Wittig, la lesbica non è una donna, ma un corpo in fuga dalla mente etero. Ho sentito personalmente, una volta, un membro di una comune femminista separatista francese dire: io sono il corpo che abita lo spazio definito ‘lesbico’›.

Architetti e architette, pianificatrici e pianificatori, sostenitori e sostenitrici del welfare sociale di ogni tipo stanno discutendo i modi in cui la pandemia ha trasformato la nozione di essere a casa. Coloro che hanno case e denaro si stanno comprando la loro fuga dalle città, spazi che erano già sotto sforzo per contenere la molteplicità di culture, classi, razze, generi e religioni. Se le persone che sono migrate lasciando la loro terra d’origine sono senza dubbio culturalmente diverse, la coesistenza di denaro e mobilità ha dato l’idea di un’era di disgregazione americana nel fenomeno della ‹White flight›:

le città statunitensi e canadesi, e almeno alcune di quelle europee, saranno diverse dopo la grande reclusione che è stata eredità del Covid-19.

È più probabile, infatti, che chi decida di restare appartenga a gruppi arrivati recentemente, già in fuga da qualche altro luogo, o sia tra coloro che che hanno percepito come unico posto sicuro quella compressione di casa reale e immaginaria in un unico paesaggio urbano. La diaspora più queer potrebbe ora essere quella in cui gli spazi della propria ‹terra› e del proprio ‹safe space› sono diventati un’unica cosa, anche solo perché la parte più problematica del vicinato se ne è andata in uno spazio tutto per sé, ancora senza nome.

 

Traduzione di Emilio Zucchetti