NET07 DIASPORA, #5 / E05

Cittadinanze transnazionali

Ha ancora senso parlare di cittadinanze, e quindi di diritti, basate sul territorio?

Cittadinanze transnazionali

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A causa delle migrazioni su larga scala e della diffusione diasporica delle popolazioni durante i periodi coloniali, il fatto che un numero sempre maggiore di stati preveda l’estensione transnazionale dei diritti ai loro cittadini emigrati ha portato a una rottura con le forme di cittadinanza basate esclusivamente sul territorio. Sulla scia delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione sono state rese possibili, in alcuni casi, nuove forme di cittadinanza, che includono per esempio diritti economici e in alcuni casi persino il diritto di voto. A differenza della doppia cittadinanza, che implica una partecipazione sequenziale prima in una e poi nell’altra comunità, la cittadinanza diasporica prevede una compartecipazione simultanea in almeno due stati-nazione.

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Infatti, il grande numero di emigrati che vive all’estero costituisce per molti stati uno tra gli elementi che spingono verso un’accettazione più ampia della cittadinanza non esclusiva. La cittadinanza diasporica offre una soluzione su due fronti: innanzitutto, permette a chi emigrata di ricollegarsi, psicologicamente e socialmente, con la terra natia abbandonata, grazie alla riacquisizione dei diritti di cittadinanza, in secondo luogo permette allo stato di mobilitare i propri emigrati che vivono all’estero per favorire lo sviluppo locale. Nonostante la cittadinanza diasporica derivi dal principio della discendenza (ius sanguinis), essa possiede una differenza cruciale: 

Questi diritti sono estesi a persone che non vivono più in quel paese. Sono estesi anche agli emigrati che vivono in altre nazioni. 

Questa tendenza è stata accelerata negli ultimi anni sia dalla politica economica basata sulle rimesse di denaro sia dalle richieste che da tempo provengono dagli ex-cittadini di uno stato residenti all’estero, in particolare dalla cosiddetta élite émigré. Più di 130 stati offrono alcuni pacchetti di diritti ai loro emigrati e ciò permette a tali individui di seguire attivamente ciò che avviene nei paesi in cui sono nati.

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Proseguirò ora illustrando questa dinamica focalizzandomi sul caso dell’India, un caso che ho studiato in modo approfondito.  In fondo, secondo l’IMR 2019 (International Migration Report 2019), L’India è il paese con più emigranti (17,5 milioni di persone che vivono all’estero), seguita dal Messico (11,8 milioni), dalla Cina (10,7 milioni), dalla Russia (10,5 milioni) e dalla Syria (8,2 milioni).

Nel 2000 il governo indiano ha deciso di istituire un comitato di alto livello in merito alla questione dell’emigrazione indiana al fine di creare, secondo quanto afferma suddetto comitato nel report del 2001 da me recuperato, una ‹relazione vantaggiosa e reciproca con le persone di origine indiana e con gli indiani non residenti, con l’intento facilitare la loro relazione con l’India e la loro partecipazione allo sviluppo economico del paese›. 

Il fatto che la diaspora etnica sia stata la giustificazione principale che ha permesso una forma di cittadinanza estera è discutibile. Questo report menziona le ‹insistenti domande e pretese di doppia nazionalità›, che da lungo tempo venivano avanzate dagli emigrati di origine indiana, ma mette fin da subito in chiaro l’importanza delle rimesse monetarie:

L’India ha piani ambiziosi volti a aumentare di circa 6 miliardi di dollari all’anno gli investimenti che affluiscono nel paese da fonti estere. All’incirca 20 milioni di indiani vivono al di fuori dell’India. La legge stabilisce, tra le altre cose, che i non-cittadini non possano possedere proprietà: pertanto, ai ricchi expats non è stato permesso costruire in India strutture ospedaliere, scuole o imprese volte al miglioramento della situazione e al rilancio dell’economia […]. L’India concederà la doppia cittadinanza ai suoi emigrati che vivono negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi benestanti, tentando così di incentivare gli investimenti sul mercato indiano e di mettere a tacere un conflitto di lunga durata tra le etnie indiane.

Evidentemente, lo stato percepisce la richiesta di diritti transnazionali mossa dei cittadini residenti all’estero come qualcosa che va oltre il semplice atto di solidarietà diasporica, essa diventa una mossa volta a includere potenziali flussi di capitale che potrebbero risolvere alcune tra le preoccupazioni relative al welfare indiano.

Nel 2002 il governo indiano ha cominciato a emettere la tessera PIO (Person of Indian Origin)

un documento d’identità rivolto agli emigrati indiani e ai loro coniugi stranieri che vivono in alcuni paesi. Un’altra tessera, la OCI (Overseas Citizenship of India), che prevede maggiori diritti, veniva emessa dal 2005 e era disponibile solo per le persone di origine indiana, escludendo così i loro coniugi stranieri. Le due tessere sono state fuse nel 2015 e questa fusione ha portato, tra le altre cose, all’estensione dei benefici, dei diritti e delle garanzie della tessera OCI ai coniugi stranieri degli emigrati indiani, eliminando il vincolo dell’origine dei coniugi. In breve, mentre il luogo di nascita è rimasto un fattore rilevante, la nuova linea del governo ha richiesto la modulazione proprio di queste norme.

Non è semplice capire perché il governo indiano non abbia permesso la cittadinanza ai suoi cittadini residenti all’estero per cinque decadi (1950-2005), tuttavia il passo verso l’adozione di forme di cittadinanza diasporica potrebbe essere inserito nel contesto di uno sviluppo culturale su scala mondiale che numerosi stati hanno cominciato a perseguire nelle ultime decadi. Anche negli stati africani si cominciano a proporre modelli di cittadinanza diasporica. Un report della World Bank ha stimato che nel 2010 le rimesse monetarie dirette verso l’Africa abbiano superato i 40 miliardi di dollari, ma la maggior parte dei 53 miliardi di dollari annuali a cui ammontano i risparmi degli emigrati africani è investita fuori dall’Africa. Si progettano mezzi tramite i quali questi capitali potrebbero essere mobilitati per l’Africa, come i Diaspora Bonds. Tranne la Cina, tutti i primi dieci paesi con il più alto afflusso di rimesse monetarie prevedono alcune forme di cittadinanza diasporica.

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Se si osserva la questione attraverso una lente convenzionale, potrebbe sembrare che siano state le motivazioni dello stato, del capitale o delle persone a aver agito in sinergia al fine di determinare il declino della cittadinanza basata solo sui confini nazionali. Ma l’emergere di cittadinanze transnazionali basate sui diritti potrebbe essere la conseguenza di un nuovo assetto sociale globale che sta emergendo gradualmente e che riceve le proprie direttive dalla mobilità e dalla comunicazione. In questa prospettiva, il ruolo di architetto di questo nuovo ordine emergente non spetta necessariamente agli stati; infatti, i trattati globali riguardanti l’inclusione basata sui diritti influenzano direttamente gli stati-nazione e le loro politiche interne. Adottando, estendendo e rinforzando il modello di cittadinanza basato sui diritti, gli stati potrebbero diventare semplici intermediari di questo slancio peculiare dell’epoca tardo-moderna, nella quale ogni cosa solida (sangue o suolo che sia) si scioglie.  

Traduzione di Lorenzo Albrile

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