Hong Kong Tattoos

Beverly Thompson descrive come la cultura dei tatuaggi rappresenti una forma di identificazione politica. A partire dalla sua esperienza personale, vale a dire dall’uso di simboli e parole femministe tatuate sulla sua pelle, si concentra sui tatuaggi usati da militanti di Hong Kong durante le proteste degli ultimi anni.

Hong Kong Tattoos

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Beverly Yuen Thompson

 

Quando avevo diciotto anni mi tatuai per la seconda volta e scelsi di rappresentare sulla mia pelle la parola ‹feminist› scritta con un carattere manoscritto e decorata con icone dal significato analogo, come per esempio il simbolo di donne con il pugno alzato. Anche il mio terzo tatuaggio non si distaccò dal tema del femminismo, si trattava una striscia rossa e nera sul braccio, con disegni di donne e altre immagini di vario genere appartenenti all’iconografia dell’emancipazione. In sostanza, quelle tatuate sulle mie braccia erano le mie idee politiche. 

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Crescendo tra gli anni 90 e i primi 2000 prima nell’area del Pacifico nordoccidentale e poi in altre parti degli Stati uniti, i tatuaggi stavano diventando un mezzo fondamentale per l’espressione di sé – i corpi degli individui adornati permanentemente dai tatuaggi incarnavano le loro idee, da quelle più profonde a quelle più mondane oppure persino quelle più stupide. Nell’ovest eravamo abituati ai tatuaggi che vivevano nel regno della cultura consumista popolare, che si vedevano per strada, sui modelli nelle riviste e a volte persino sui professionisti. In quanto insegnante di sociologia, ho studiato l’evoluzione delle diverse culture dei tatuaggi nello spazio e nel tempo, dal momento che questi hanno un’influenza differente sui vari gruppi demografici (distinguendo, per esempio, per genere, colore della pelle, sessualità, disabilità o etnia) e sono arrivata a comprendere l’ampia diversità connaturata alla cultura globale dei tatuaggi.

In alcune parti dell’Asia e del Medioriente continua a esistere uno stigma sui tatuaggi, ancora associati alla criminalità e a volte persino proibiti dalla legge. In Giappone, un paese conosciuto sia per i suoi splendidi tatuaggi che ricoprono tutto il corpo sia per la discriminazione verso i corpi tatuati (per esempio, nelle sale da bagno si trovano cartelli che proibiscono l’ingresso alle persone tatuate), la Corte suprema ha dichiarato legali i tatuaggi soltanto il 18 settembre 2020. La pratica era fuorilegge perché era considerata una procedura medica che poteva essere effettuata solo da un dottore abilitato; pertanto, i tatuatori praticavano un’operazione medica senza licenza. In Corea del Sud esiste una legge analoga del 1992 che bandisce i tatuaggi e che permette solo ai medici di tatuare; in ogni caso, il paese mantiene una fiorente cultura dei tatuaggi, specializzata nell’inchiostrare sulla pelle diversi piccoli disegni colorati, molto popolari fra le donne e ampiamente diffuse su Instagram.

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Questo scontro culturale tra i tatuaggi occidentali figli del consumismo e i paesi asiatici di tradizione buddista, che mantengono una severa pretesa di decoro, emerge chiaramente in molte notizie sensazionali in cui si legge di turisti che vengono rimpatriati o sanzionati perché hanno mostrato apertamente i loro tatuaggi raffiguranti Buddha. Per esempio, una donna inglese è stata rimpatriata dallo Sri Lanka e un turista spagnolo dal Myanmar per lo stesso motivo. Nel 2011 persino il Ministero della Cultura thailandese iniziò a sostenere l’idea di proibire l’accesso al paese ai turisti con tatuaggi Buddisti ben visibili. In maniera analoga, nei paesi a maggioranza musulmana come l’Iran e la Turchia le autorità religiose si sono fatte promotrici della proposta di vietare la pratica di tatuarsi, in quanto percepita come violazione della dottrina religiosa. E in Germania, in Francia e in Slovacchia i tatuaggi nazisti e altre immagini correlate a tale tematica sono vietati.

In alcune culture asiatiche e mediorientali i tatuaggi continuano a essere associati alla criminalità o alle pratiche tradizionali delle comunità indigene. E tuttavia, nella comunità globale nella quale le barriere geografiche vengono abbattute grazie a internet, la cultura dei tatuaggi sta prosperando e alcuni dei capolavori dell’arte dell’inchiostrazione vengono proprio da quei paesi che hanno storicamente criminalizzato o stigmatizzato questa pratica. La cultura dei tatuaggi è sempre stata una cultura basata sul viaggio, sulla raccolta di immagini inchiostrate sulla pelle legate a ricordi, sulle interazioni e sulle appropriazioni interculturali. Mentre l’occidente ha preso in prestito i design dei tatuaggi tradizionali giapponesi, i paesi dell’Asia orientale hanno adottato stili appartenenti alla tradizione americana, dove i disegni vengono tracciati con uno spesso tratto di inchiostro nero.

 

Hong Kong: la rivoluzione del nostro tempo

Durante tutto il 2019 in mondo ha visto giorno dopo giorno l’acuirsi delle proteste a Hong Kong che all’inizio contrastavano il decreto d’estradizione con la Cina continentale e chiedevano una maggiore rappresentazione democratica. Quasi ogni giorno di quell’anno proteste di tutti i generi e provenienti da tutti i settori demografici della società si unirono per presentare una domanda unificata per la democrazia e per la continuazione dell’accordo bilaterale iniziato in epoca post-coloniale che avrebbe separato Hong Kong dalla Cina. Mentre le battaglie infuriavano in strada, con persone che soffocavano in una quantità di ‹gas lacrimogeno› mai vista nella città da decenni, diverse immagini iconiche acquisirono rilevanza: gli ombrelli usati come scudi contro il gas lacrimogeno, le maschere antigas e gli elmetti gialli, gli abiti neri, i colori pastello del Lennon Wall, la bandiera di Hong Kong modificata, con l’orchidea bianca non più florida sullo sfondo rosso, ma avvizzita su uno sfondo nero. Con la Regional Flag and Regional Emblem Ordinance, la dissacrazione o l’uso improprio della bandiera vengono proibiti a norma di legge. Dunque, queste furono le immagini iconiche che vennero inchiostrate sui corpi degli abitanti di Hong Kong, sia su quelli di coloro che vivevano regione sia su quelli degli emigrati, che decisero di commemorare così la dedizione di una vita alle loro idee politiche. Queste immagini subirono un doppio stigma, sia perché i tatuaggi venivano associati alla criminalità sia, ovviamente, perché segnalavano in maniera indelebile il supporto a un movimento di protesta diventato illegale, mettendo potenzialmente a rischio le persone che li indossavano. Infatti, la protesta durata anno contro il decreto di estradizione e per la richiesta di maggiore democrazia si conclusero la famigerata Legge per la sicurezza nazionale, che metteva fuori legge le proteste contro il governo e persino l’uso degli slogan popolari nelle prime linee delle proteste di strada. Ora questi slogan sono permanentemente tatuati sui corpi. Tre tatuatori di Hong Kong – conosciuti con i loro nomi d’arte: Crack_88, Zada_hk e Flash5788 – hanno inchiostrato disegni che rappresentano i manifestanti in strada con le loro uniformi da battaglia. Possiamo osservare come alcuni dei disegni siano piccoli e vengano indossati sia da uomini sia da donne sia in parti del corpo visibili sia non visibili.

Hong Kong, ombrelli come simbolo delle proteste nel 2019.

crack_88

 

zada_hk

 

zada_hk

In Asia, il pregiudizio verso i tatuaggi, basato sulla storica associazione della pelle inchiostrata con le organizzazioni criminali, ancora resta vivo nella cultura e in alcuni paesi come la Corea tatuare continua a essere una pratica fuorilegge. Altri paesi censurano i tatuaggi esposti in piena vista con alcune simbologie religiose o politiche considerate offensive. E tuttavia, dall’Asia provengono anche alcuni tra i tipi di tatuaggi più moderni e affascinanti, diffusi oggi in tutto il mondo. A Hong Kong l’arte dei tatuaggi prolifera, l’iconografia e il simbolismo della recente protesta contro il decreto di estradizione e a favore la democrazia sono stati marchiati indelebilmente sui corpi degli abitanti di Hong Kong, sia di quelli che ci vivono sia tra quelli che sono emigrati. Con l’introduzione della Legge per la sicurezza nazionale, che limita l’espressione politica, e a causa delle leggi contro l’eversione, tale iconografia ora potrebbe violare la legge, sottoponendo chi indossa questa arte corporale legata alle proteste a una quantità di rischi sempre più grande. Mentre in occidente i tatuaggi sono universalmente collocati nella cultura consumistica, in Oriente oggi è permesso in misura minore di esprimere la propria libertà tramite la body art.

Traduzione di Lorenzo Albrile

 

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