NET06 ECOLOGIE, #6 / E07

Amore amaro

La discussione sull'opportunità di possedere animali domestici è solo teorica: dal momento che li abbiamo creati migliaia di anni fa e che oggi ne esistono a milioni, rinunciare tout court agli animali domestici potrebbe causare loro più danni che altro. La questione principale da affrontare al momento è, dunque, come possiamo prenderci cura di loro in modo corretto e appropriato.

Amore amaro

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☝️Questo articolo fa parte della sezione ‹Episodi online› di Ecologie, menelique magazine #6, autunno 2021. Scarica il PDF con le prime pagine del #6, ‹ECOLOGIE›
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A ‹Oreste›,

che sfugge da anni ai tentativi di cattura,

cane vagabondo che ama la libertà sopra ogni cosa.

 

Uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la richiesta, presentata ai miei genitori regolarmente e con insistenza, di poter avere un cane. Ancora prima di pormi, in età più adulta, domande cogenti sul mio rapporto – e su quello del mondo umano in generale – con gli animali non umani, qualcosa nel mio essere bramava più di tutto la vicinanza di un animale ben specifico, quel canis lupus familiaris che accompagna i nostri passi da millenni. I miei genitori provarono a dirottare il mio desiderio su una graziosissima cavia peruviana, ma alla dipartita di quest’ultima ricominciai con la litania del cane, e alla fine fui accontentata. Da allora, sono stata accompagnata ogni giorno da innumerevoli musi, code, zampe, e non riesco a immaginare la mia vita priva della gioia che mi dà la vicinanza dei cani, del mio branco. Certo è però, che da quando ho cominciato a interrogarmi sullo specismo e sui rapporti di potere che mettiamo in campo, costantemente e spesso inconsapevolmente, a spese degli altri animali, anche questo legame, apparentemente così amorevole, solido e reciproco, ha iniziato a mostrarsi sotto una luce decisamente più sinistra: questo è l’aspetto che vorrei affrontare qui, consapevole che è un argomento che ci tocca da vicino, che ci mette di fronte alle nostre innumerevoli contraddizioni e è sicuramente causa di disagio palpabile, seppur di grado variabile. Eppure, mi pare sensato partire dagli animali a noi più familiari per porci questioni ineludibili sul rapporto che abbiamo con gli altri esseri che condividono con noi il pianeta.

Illustrazione di Giada Maestra

 

DIAMO I NUMERI

Quanti sono i pet in Italia? Per capire la rilevanza della questione, i numeri possono aiutarci: pur in mancanza di dati ufficiali, si stima che nel 2019 fossero presenti nel nostro paese circa 60 milioni di animali d’affezione, con un rapporto quindi di 1 a 1 tra gli ‹animali da compagnia› e la popolazione residente. I pesci (!) sono gli animali maggiormente rappresentati: con una popolazione di 29,9 milioni di esemplari, sono circa la metà del totale dei pet che vivono nelle case italiane. A seguire, gli uccelli (12,9 milioni), i gatti (7,3 milioni), i cani (7 milioni) e, infine, i piccoli mammiferi e rettili con, rispettivamente, 1,8 e 1,4 milioni di esemplari. Molte persone definiscono senza esitazioni i milioni di uccelli, gatti, cani, conigli e altri animali non umani che vivono nelle loro case come ‹membri della famiglia›. Eppure, anche se ci spertichiamo in smielate dichiarazioni di amore, ci prendiamo (più o meno) cura di loro, festeggiamo addirittura i loro compleanni e li piangiamo quando muoiono, è necessario chiedersi in primo luogo se sia etico detenere animali domestici. 

 

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UN FENOMENO RECENTE

Quello dei pet è un fenomeno relativamente recente. Fino al XIX secolo, la maggior parte degli animali di proprietà, compresi cani e gatti, erano considerati ‹da lavoro› e quindi il loro valore era direttamente proporzionale alla loro utilità cosicché, quando cessavano di essere utili, spesso venivano eliminati senza troppi ripensamenti. Nell’ultimo secolo questo atteggiamento è fondamentalmente cambiato (anche se non sempre, e non del tutto), e in ampie fasce di popolazione, quantomeno in Occidente, si è diffuso un nuovo modo di considerare gli animali d’affezione, non più a partire da un ragionamento utilitaristico, ma come ‹membri della famiglia›. Il cambiamento, rilevato tempestivamente dall’industria che lucra sugli animali da compagnia, ha influenzato negli ultimi decenni lo stile della comunicazione di quest’ultima, emotivo e che incoraggia le persone a acquistare animali domestici, dipingendo il rapporto con questi ultimi come amorevole e divertente. Questa narrazione, che volutamente esalta solo le gioie – e non le responsabilità e le ombre – del rapporto con i pet, ha avuto l’effetto di spingere molte persone a sottovalutare la serietà (oserei dire persino la gravità) della decisione di portare un animale nella propria casa, e ha alimentato un atteggiamento ‹usa e getta› nei confronti degli animali quando le aspettative verso i pet si scontrano con la realtà.

 

LA VOCE DEL PADRONE

La relazione che si instaura tra una persona e il suo pet può definirsi paritaria e reciproca? È difficile sostenere che il rapporto tra chi, a tutti gli effetti, è definitə – sia legalmente che nel linguaggio comune – ‹proprietariə›, e l’animale oggetto di tale proprietà, sia un rapporto consensuale e paritario. Possiamo anche detestare la parola ‹padronə› e non usarla mai, possiamo definirci ‹adottanti›, ‹compagnə› o addirittura ‹mamma e papà› (termini anche questi non privi di implicazioni problematiche, per l’infantilizzazione che implica verso degli animali adulti) ma è innegabile che, sin dalle origini, si tratta di un rapporto viziato da uno squilibrio di potere, se consideriamo che nella quasi totalità dei casi è l’umano a scegliere il pet, non viceversa. Che sia stato comprato o ‹adottato›, nessun animale ha scelto liberamente di accompagnarsi a un essere umano, ma al contrario è stato scelto e inserito in un ambiente a lui sconosciuto, spesso separato con leggerezza dai propri affetti – come quando si portano via i cuccioli dalle madri e dai fratelli e sorelle, o si separano animali che, pur non essendo parenti, avevano legato profondamente tra loro. 

Il rapporto prosegue per tutta la vita del pet in maniera sbilanciata e considera l’interesse umano come quello fondamentale, il che determina pesanti ripercussioni pratiche sulla vita dell’animale, quali manipolazione non consensuale del corpo, dei comportamenti e della vita emotiva. In alcuni casi tale manipolazione è palese anche nella sua arbitrarietà e ingiustizia; basti pensare come per secoli i corpi degli animali da compagnia (in particolare quelli di cani e gatti, cavalli e conigli) siano stati modellati per adattarsi alle mode e alle fantasie umane, causando spesso notevoli danni fisici agli animali. Alcune razze, per esempio, sono altamente suscettibili a difetti genetici dolorosi e spesso fatali, mentre caratteristiche fisiche molto apprezzate (come bassa statura o nasi schiacciati) possono causare disagio e difficoltà nella respirazione, nel parto e in altre normali funzioni corporee, per non parlare delle vere e proprie mutilazioni fisiche quali il taglio di coda e orecchie, o l’asportazione delle unghie: è quello che chi lavora nel settore ha chiamato ‹maltrattamento genetico›, per indicare il volontario (o involontario) deterioramento del patrimonio genetico di alcuni animali da compagnia causato da una selezione di caratteri ininfluenti o addirittura peggiorativi in termini di salute dell’animale. Le conseguenze del maltrattamento genetico sono gravi poiché non si limitano alle sofferenze del singolo individuo e al disagio vissuto dellə proprietariə (che in fin dei conti si trova poi a dover gestire un individuo che con problemi di salute), ma si trasmettono anche da una generazione all’altra perpetuando quelle stesse problematiche.

Gli animali domestici sono poi pesantemente vincolati nei loro spostamenti quotidiani: la libertà di muoversi nel mondo è tremendamente ridotta, e pesantemente influenzata dalle abitudini di vita del proprietariə, spesso limitata a brevi e inadeguate uscite ‹igieniche› nel caso dei cani – provvisti comunque di guinzagli e museruole che ne limitano le possibilità espressive e esplorative – per non parlare del confinamento perpetuo dei gatti nell’ambiente domestico, e del numero esorbitante di altri animali meno ‹socializzati› con gli umani, veri e propri prigionieri a vita confinati in gabbie, acquari e teche minuscole totalmente inadatte all’espressione dei propri bisogni e interessi.

Attraverso la dipendenza forzata dell’addomesticamento, la vita degli animali da compagnia è quasi completamente controllata dagli esseri umani. I margini della loro libertà si mostrano nella loro ristrettezza, senza contare che possono essere – e spesso sono – sterilizzati, costretti a vivere in condizioni inadeguate quando non francamente brutali e sottoposti a eutanasia per le ragioni più banali e potenzialmente risolvibili, compresi i ‹problemi› comportamentali – che il più delle volte derivano dall’incapacità o dalla riluttanza del proprietario a impegnarsi in un percorso educativo. Questo accade perché anche chi inizialmente decide di rivolgersi a ‹educatorə› e ‹comportamentalistə› – o quantomeno a coloro che hanno un approccio centrato sui bisogni dell’animale, invece di cercare di ‹aggiustare› il cane – spesso scopre con disappunto che è l’umano a dover sviluppare doti di ascolto, conoscenza e consapevolezza dell’animale con cui ha scelto di vivere… anche questo aspetto rende tali percorsi spesso poco apprezzati, e abbandonati da chi cerca una soluzione semplice a un problema complesso. 

Gli animali non possono dare o revocare il proprio consenso a nessuna delle decisioni che li riguardano personalmente, e questo è un aspetto molto problematico, poiché parte dal presupposto che gli umani agiscano nel primario interesse del benessere animale, quando nei fatti la maggior parte delle volte non è così. Per questo motivo sono abbastanza critica verso immaginari distorti come quello dipinto, per fare un esempio, da Donna Haraway nel libro Compagni di specie, testo considerato da molti un’appassionata rivendicazione di ‹fratellanza tra specie› in cui il cane è non solo un partner sociale, ma addirittura un complice biologico della specie umana. Il che non significa, d’altra parte, che cani, gatti e altre specie non possano esprimere e sperimentare amore e felicità in quanto ‹animali domestici› e nel rapporto con gli umani di riferimento, ma è importante comprendere che gran parte della loro compiacenza è interamente prodotta (a volte abbastanza crudelmente) dagli esseri umani attraverso ‹correzioni› comportamentali, e attraverso il processo di manipolazione stesso chiamato addomesticamento. 

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DOMA DOLCE E ALTRI OSSIMORI 

L’addomesticamento, di per sé, è un processo che può manifestarsi in un ventaglio di possibilità: nelle specie più sociali e ‹collaborative› può esplicarsi con il rinforzo positivo (benché per lo più, anche in questo caso, la via della punizione e dell’uso della violenza sia quella preferita), mentre nelle specie meno inclini a ‹collaborare› la coercizione diventa palese, e è spesso l’unico modo di piegare un essere autonomo e indipendente all’asservimento. Assistere a una sessione di ‹doma dolce› effettuata sui cavalli, per esempio, può essere traumatizzante se chi vi assiste riesce a andare oltre al paradosso semantico offerto da un vero e proprio ossimoro (come si può ‹domare› dolcemente, se la doma nel suo significato principale indica il ‹piegare, sottomettere, asservire, assoggettare, soggiogare, controllare, dominare e reprimere›?) per vedere la strenua resistenza opposta dal cavallo, la rabbia, la frustrazione e il tentativo di opporsi a testiera, briglie, lunghine e agli esercizi studiati per piegarne la volontà e l’autodeterminazione allo scopo di creare un animale docile e remissivo che passivamente accetti di offrire, letteralmente, il proprio corpo all’uso da parte dell’umano? Penso ai cavalli e ai cani perché sono quelli dei quali ho avuto esperienza più diretta, e quasi sempre i soprusi a cui ho assistito venivano fatti in nome dell’amore, da persone che dichiaravano in maniera adamantina di essere attente ai loro bisogni! Un amore che si rivela egoista e amaro, di chi vuole provare l’ebbrezza della velocità e del controllo su un animale fiero e indomito come il cavallo, sottoponendolo a pratiche crudeli che ne spezzano la volontà, ma professando allo stesso tempo amore incondizionato. 

Cani e cavalli (ma non solo loro) sono peraltro le specie più utilizzate anche in un’attività considerata ‹socialmente utile› e spesso vista con occhio benevolo come la pet therapy

 

PET THERAPY, COERCIZIONE O COOPERAZIONE?

La pet therapy fu definita per la prima volta dallo psicoterapeuta Boris Levinson intorno agli anni Sessanta; egli si rese conto in maniera casuale come la presenza del proprio cane portasse benefici, sia a livello psicologico che comportamentale, a un suo giovane paziente autistico. A seguito di questa esperienza, Levinson decise di effettuare ricerche e sperimentazioni volte a approfondire l’argomento. Al giorno d’oggi la pet therapy è una pratica che mira a supportare dal punto di vista psicologico la persona malata all’interno di strutture sanitarie.

Non è il caso di approfondire qui la questione dell’efficacia terapeutica di questa pratica, ma chiedersi se, da un punto di vista liberazionista e di giustizia multispecie, sia eticamente lecito addestrare e usare gli altri animali a questo scopo.

Per quanto mi riguarda la risposta non può che essere negativa, considerando aspetti critici quali la limitazione della libertà di movimento, la decisione arbitraria rispetto allo ‹scopo› della vita di un altro essere, l’addestramento volto a far accettare agli animali una manipolazione da parte degli umani spesso protratta e non gradita, così come a ‹focalizzarsi sul compito› e ignorare stimoli ambientali esterni considerati come ‹distrazioni›, l’isolamento sociale e persino l’eventualità di subire lesioni fisiche, proprio a causa della frequente manipolazione spesso inconsapevole da parte umana. Sebbene molte di queste criticità siano le stesse che incontriamo nell’ambito domestico, l’animale utilizzato per la pet therapy le subisce in maniera ancora più massiccia, confermando in sostanza la sua essenza di ‹animale da lavoro›, un lavoro che, oltretutto, si esprime primariamente nel contatto non consensuale con persone sconosciute e estranee e nella richiesta di un ‹supporto emotivo› del quale non conosciamo in realtà gli effetti a lungo termine sul benessere dell’animale.

 

QUESTA CASA È UNA PRIGIONE

Dal quadro succinto che ho appena delineato, possiamo affermare che gli animali da compagnia vivano una sostanziale quanto misconosciuta forma di ingiustizia sociale? Il concetto di ‹istituzione totale›, introdotto dal sociologo Erving Goffman verso la metà del secolo scorso, descrive un’istituzione in cui gli abitanti sono tagliati fuori da una società più ampia e sottoposti a un’unica autorità in uno spazio sociale chiuso, spazio nel quale si svolge un intenso processo volto a garantire la compliance dei detenuti.

Sappiamo che tra gli esempi maggiormente studiati di istituzioni totali figurano le prigioni, i manicomi e altri spazi fisici che limitano e disciplinano alcune categorie di esseri umani, ma dovremmo chiederci se la vita a cui costringiamo gli animali domestici (e non solo quelli d’allevamento, che senza ombra di dubbio vivono in una delle istituzioni totali più annichilenti) costituisca una versione più o meno edulcorata di istituzione totale diffusa, in cui gli animali non umani sono innaturalmente costretti sotto l’autorità umana, trattenuti e risocializzati contro la loro volontà anche se magari in versione più morbida e meno palese. Il vero consenso e la reciprocità non sono possibili in tali condizioni, e gli animali non umani sono costretti a partecipare a un ‹gioco› che non hanno scelto, e, se non si ‹conformano› agli standard richiesti, se esprimono volontà divergenti o addirittura opposte, rischiano la prigione a vita nei canili o nei gattili o la morte per abbandono o eutanasia.

 

IO SONO MIƏ

Dagli animali che diventano cibo per cani e gatti, alle fabbriche di cuccioli che sfornano cani di razza sempre più malati, ai pesci rossi venduti nelle borse di plastica, la proprietà degli animali domestici è problematica perché nega agli animali il diritto all’autodeterminazione. Li vogliamo nelle nostre vite per un nostro personale capriccio, perché abbiamo bisogno di loro – come dispensari di affetto, sicurezza, buonumore – dopodiché decidiamo se e cosa mangiano, dove e come vivono, come si devono comportare, se possono o meno avere una vita di relazione o sessuale. Il confine tra quello che facciamo ‹per il loro bene› – o per il nostro – è molto labile e ambiguo. Fino a quando rispondono ai requisiti per i quali li abbiamo voluti all’interno delle nostre esistenze, gli animali sono portatori di diritti (seppur variabili), quando non lo sono, o non lo sono più – per esempioquando cambiano le nostre condizioni di vita, o quando invecchiano e implicano spese impreviste e cure, invece di essere semplici e volenterosi dispenser di felicità, basta poco per diventare ‹sacrificabili›. Ne è un esempio lampante il numero di animali domestici, a migliaia, adottati durante le fasi più dure dell’emergenza coronavirus per portare sollievo emotivo e possibilità di movimento a innumerevoli persone, i quali, a restrizioni finite, sono stati velocemente abbandonati in canili e rifugi, senza alcun ripensamento. Eppure la vita emotiva degli animali, anche di animali un tempo considerati relativamente ‹semplici› come il pesce rosso, è molto più complessa e ricca di quanto pensassimo, e possiamo essere certə che, pur essendo costretti a amarci e accettarci come compagni di vita, abbiano sofferto terribilmente di essere lasciati indietro. La conseguenza logica di questa consapevolezza è che il diritto che ci arroghiamo di controllare ogni singolo aspetto della loro vita si fa sempre più labile e problematico, se consideriamo per di più che le norme di legge esistenti che dovrebbero proteggerne almeno i diritti basilari sono obsolete, perlopiù ignorate e completamente inutili.

Fondamentalmente, gli animali non possono dirci se sono felici di essere diventati domestici. Anche l’abbondanza  di video e meme sui social che interpretano, spesso erroneamente, i comportamenti dei pet contribuiscono alla falsa idea di sapere cosa passi loro per la testa. Mettendo loro in bocca pensieri e parole umane travisiamo le loro reali motivazioni, ridicolizziamo le loro emozioni e, in sostanza, li rendiamo invisibili. O ancora peggio, costruiamo retoriche nelle quali l’umano si fa custode di esseri considerati comunque inferiori e bisognosi di protezione. 

 

IL MITO DEL ‹BUON PASTORE›

Ultimamente mi è capitato di ascoltare una narrazione tossica, che scaturisce sempre più di frequente dagli ambiti ecologisti, su quello che mi sento di definire ‹il mito del buon pastore›. Di fronte alla preoccupazione per le sorti di alcuni animali selvatici considerati particolarmente pericolosi dal grande pubblico e dalla politica locale – in particolare lupi e orsi, dunque animali ‹predatori› – le frange ecologiste hanno cercato una sponda nellə piccolə allevatorə che si dedicano alla transumanza di bovini e ovini. Le figure di questə allevatorə vengono narrate con uno stile emozionale che lə dipinge come paladini di una tradizione, di un modo di esistere e coesistere capace di ‹tollerare› la presenza dei carnivori come parte del ‹cerchio della vita›, con profusione di like sulle piattaforme social. Gli aspetti controversi di queste pratiche non vengono mai portati alla luce, o, quando succede, la reazione è violenta e immediata. La tradizione, che per alcune persone definisce in maniera acritica ‹ciò che è buono›, che vuole intere specie sfruttabili sotto più punti di vista: gli animali allevati sono considerati nella loro esclusiva veste di fonte di reddito, dal momento che tutto l’amore e la tenerezza, le carezze e i nomi dati ai singoli esemplari non evitano loro comunque il destino ultimo, che resta il medesimo: la vendita e l’uccisione dopo un periodo di tempo relativamente breve – per non parlare dei cuccioli venduti quasi subito, ma spesso utilizzati per intenerire il pubblico che così può sentirsi in pace con lo sfruttamento violento che dovranno subire – e i cosiddetti ‹cani da guardiania› animali sacrificabili e spesso vittime di gravi ferite e morti cruente nello scontro con i predatori, per i quali però si suggerisce la narrazione del ‹meglio libero e felice (anche se morto di morte prematura e cruenta), piuttosto che trattato come un bambino e messo in borsetta›. Questa narrazione non prevede in ogni caso libertà per i soggetti che ne subiscono le conseguenze, ma soltanto una possibilità limitata a due fini annunciate, tra le quali scegliere ‹la meno disonorevole›. Quale etica potrà mai insegnare chi basa la propria esistenza sullo sfruttamento animale, sia esso ‹dolce› o ‹brutale›, che si tratti del pastore o dell’allevatore intensivo?

I pet – e più in generale gli animali domestici – rafforzano dunque, a livello simbolico, l’idea che i gruppi vulnerabili possano essere posseduti e controllati da gruppi privilegiati, il che ha pesanti implicazioni anche in ambito umano. per esempio, il sessismo ha coniato per le donne epiteti come ‘gattina’ e ‘coniglietta’, paragonandole semanticamente a animali domestici, e cercando di confinarle fisicamente nello spazio domestico per compiacere e servire il patriarca di famiglia. Anche le persone disabili spesso vengono equiparate agli animali, non solo in quanto considerate inferiori, ma soprattutto perché la manipolazione dei loro corpi e le decisioni in merito alle loro vite vengono spesso prese da altre persone, nella convinzione che siano incapaci di gestirsi e autodeterminarsi nelle proprie scelte. L’idea che sia accettabile manipolare i corpi e le menti di un gruppo vulnerabile per soddisfare gli interessi o confermare l’autostima e il bisogno di controllo dei gruppi più privilegiati, in altre parole, è coerente con la logica culturale dell’oppressione.

 

UN MONDO SENZA ANIMALI DOMESTICI?

Per ora, la discussione sull’opportunità o meno di possedere animali domestici è in gran parte teorica: dal momento che li abbiamo letteralmente creati migliaia di anni fa e che a oggi esistono a milioni, rinunciare tout court agli animali domestici potrebbe causare loro più danni che altro. La questione principale da affrontare al momento è, dunque, come possiamo prenderci cura di loro in modo corretto e appropriato.

I cosiddetti animali d’affezione non sono, e non potranno mai essere, nostri uguali. La loro stessa esistenza presuppone il mantenimento di una gerarchia sociale che privilegia gli umani e posiziona tutti gli altri come esseri di minore importanza, il cui diritto all’esistenza dipende interamente dal loro potenziale beneficio per gli esseri umani.  Allo stato attuale abbiamo prima di tutto il dovere di proteggerli e prenderci cura di loro, anche quando la situazione si fa difficile, per esempio di fronte alla malattia, al disagio fisico e psichico che ci trasmettono, e alle situazioni della vita non sempre favorevoli che possiamo trovarci a fronteggiare. Prenderci veramente cura di loro, cercare di mettere i loro interessi al primo posto con la responsabilità che questo comporta, rinunciare a prenderli quando non siamo certi di potergli garantire le migliori condizioni di vita mettendo i loro interessi di fronte al nostro piacere o desiderio, riconoscendo la disuguaglianza intrinseca nelle relazioni tra entità umane e non umane, è vitale per cercare di migliorare una situazione tremendamente iniqua.

Eppure, l’esistenza degli animali domestici è una questione etica ineludibile, che prima o poi dovremo avere il coraggio di affrontare. L’antispecismo ci esorta a affrontare questioni cruciali, e ci mette di fronte alla necessità di cambiare radicalmente il nostro atteggiamento nei confronti degli animali che vivono con noi sul pianeta. Più andiamo in direzione di una giustizia sociale totale – della creazione di comunità multispecie e ecologiche che rimettano al suo posto l’umano, non in quanto centro del mondo ma come membro di un insieme di viventi che ha uguale diritto a una vita libera e autodeterminata – meno è etico e giustificabile decidere per loro se, e come, entrare in relazione con gli esseri umani. Sterilizzare i pet e riprodurre forzatamente gli animali d’allevamento si dimostrano le due facce di una stessa medaglia, quella dell’utilitarismo umano. E se è più facile, da un certo punto di vista, riconoscere lo sfruttamento violento e dalle dimensioni apocalittiche subito ogni giorno dagli animali domestici allevati per il consumo alimentare, non possiamo né dobbiamo ignorare il diritto alla vita libera e autodeterminata dei pet. Anche nei loro occhi, nelle loro resistenze e nella loro supposta ‹ingratitudine› possiamo cogliere i germi di una nuova etica che ci porti, un giorno, a immaginare la necessità di una scelta di rinuncia per noi e di libertà per loro.

Oggi tale scelta sembra impossibile, dagli esiti pratici catastrofici e francamente dolorosa, ma mi auguro che la lotta per la giustizia sociale arrivi a scuotere le fondamenta stesse del nostro modo di stare al mondo e di decidere per tantə altrə, umani e non umani, come e se poter esistere – fondamenta tanto difficilmente messe in discussione. La nostra capacità di affrontare queste e altre questioni fondamentali determinerà il futuro stesso della vita su un pianeta ormai prossimo al collasso, ma non in un futuro remoto e distante: il tempo del cambiamento è adesso. 

 

 

Questo articolo fa parte della sezione ‹Episodi online› di Ecologie, menelique magazine #6, autunno 2021: 👉 Diventa complice di menelique, è uscito il nuovo numero, ECOLOGIE›.

 

 

 

Indice:

Editoriale
di Giovanni Tateo
Ecocidio o socialismo?
di Victor Wallis
Pagare col sangue
di Alessia Gasparini
Non è tuo figlio
di Claudia Marini
L’autonomia potenziale del cane
di Veronica Papa
Oltre il verde urbano
di Sarah Gainsforth
Vita felice di un leopardo delle nevi (fiction)
di Jacopo La Forgia
Ecologie in numeri (infografiche)
di Raffaele Sabella
Player2: gaming e ecologie
di Matteo Lupetti
Il Mattatoio (fiction)
di Teodora Mastrototaro
Ecologie in versi (fiction)
di Pina Guitti, Simone Marcelli Pitzalis, Olmo Losca
Affrontare l’imperialismo verde
di Prakash Kashwan
Eco-logiche indigene
di Karin Louise Espejo Hermes
Fuoco al capitale
di Collettivo Epidemia
Autodifesa messicana
di Carlos Ivàn Molina Aguilar
Pro e contro dell’attivismo online (da IFLA!)
di Molly Lipson
Alwarsha
di Dima Qa’idibiyya e Mouna Khalil
Patrick Lopez Jaimes
di Giovanna Maroccolo
Kulture Room
di Daniele Ferriero
Marco Petrelli 
Danilo K. Kaddouri 
Marcello Torre
Martina Neglia

Indice Episodi online (su menelique.com):

Amore amaro
di feminoska
 Green gastronomico
di Augusto Illuminati
L’intelligenza del polpo
di Stella Levantesi
Ribaltare la mappa della scienza
di Jess Auerbach
L’animale come soggetto
di Roberto Marchesini
Le leggi non ci libereranno
di Lyne Odhiambo
Ai e scarsità d’acqua (da IFLA!)
di Jocelyn Longdon

Immagini di: