NET02 DIASPORA, #5 / E24

Editoriale #5: DIASPORA

La diaspora è un viaggio collettivo senza fine, che nasce da una mutilazione. Nel nostro caso, quella del futuro: le possibilità, il lavoro, i soldi. In altri casi, l’esilio, la persecuzione, la discriminazione, fino alla schiavitù. Ascoltare la dimensione diasporica che è in noi vuol dire abbandonare la propria individualità alla molteplicità dei luoghi e delle culture che ci hanno formato.

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Diaspora, menelique magazine #5, primavera/estate 2021.

Su questo treno, mentre sto attraversando l’Italia verso il luogo dove sono nato, la mia carne sente sempre più forte una strana attrazione per la terra che ho abbandonato. È molto tempo che manco da casa, me ne andai che avevo quindici anni, lasciando quel fischio dei treni dietro ai vigneti, e quei bambini con un pallone e due pietre sull’asfalto per i pali. Era iniziata la mia diaspora personale, una piccola parte della più ampia diaspora meridionale al nord. 
La diaspora è un viaggio collettivo senza fine, che nasce da una mutilazione. Nel nostro caso, quella del futuro: le possibilità, il lavoro, i soldi. In altri casi, l’esilio, la persecuzione, la discriminazione, fino alla schiavitù. 
Quando scendo dal treno non vedo la mia terra, ma cemento. Nessun bambino gioca per strada, dove sono finite le vigne? La mia ‹casa› non esiste più. Non solo quel luogo è cambiato, ma mi sorprendo quando capisco che negli anni sono stato un orfano che ha creato il mito di sua madre. La mia terra, come la ricordavo, forse non è mai esistita. Ma non importa, perché sento comunque di stare nel posto giusto, uno dei miei posti, il primo. 

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Anche se parlare di diaspore significa riferirsi sempre a due poli, una comunità di partenza e una di arrivo, così come alla loro inconciliabilità e alle sofferenze che danno inizio al cammino, ascoltare la dimensione diasporica che è in noi vuol dire abbandonare la propria individualità alla molteplicità dei luoghi e delle culture che ci hanno formato, consapevoli che non resteranno mai identiche a loro stesse, se non nella nostra memoria e immaginazione. È questa la forza del pensiero diasporico: ti impone di riorganizzare le tue appartenenze culturali. Non chiede di rinunciare alle identità collettive, ma obbliga a spogliarle da quell’aura sacrale che le rende immutabili. La lingua della diaspora ti getta in una perenne problematizzazione delle coordinate culturali, manifestando al tempo stesso la loro ineluttabilità. 

Diaspora, non immigrazione. Questo non è un numero sulle migrazioni. Oggi parlare di immigrazione significa impantanarsi nella retorica mediatica che abbiamo subito negli ultimi decenni, quella della crisi migratoria, dell’invasione con gli sbarchi, il noi e il loro, integrazione e assimilazione, ‹restiamo umani› concedendo un biglietto d’accesso al paradiso. Il concetto di immigrazione ormai implica un processo di razzializzazione: chi migra è sempre l’altro, il diverso, l’escluso, il reietto, ciò da cui prendere le distanze per definire la propria alterità; tant’è vero che noi bianchi, quando emigriamo, siamo expat, mai immigrati. No, la direzione da seguire deve essere quella che porta alla contaminazione, alla perdita di sé, alla scoperta e alla costruzione di nuove comunità. Possiamo ambire a tutto questo solo se ci immergiamo nella dimensione diasporica.

 

Questo volume nasce quindi dalla consapevolezza che Il pensiero diasporico nasconde in sé la nuova fase delle lotte per l’emancipazione, una stagione che superi il pensiero debole, che è stato ostile ai discorsi sulle identità, ma che sia sempre pronta a rinegoziare queste identità, rivelando le stratificazioni sociali dalle quali nascono. Per questo Ipek Demir, nell’articolo di apertura del #5, ci mostra come in Europa avvenga continuamente un processo di ‹imbiancamento› che ricopre con la storia dei bianchi i contributi che altre culture hanno dato alla modernità europea e alle lotte per i diritti sociali e civili. Grazie all’illustrazione di Paolo Moscheni, abbiamo giocato per ricordare alcune figure centrali per la ‹nostra› storia, che sono state dimenticate in quanto escluse dall’immagine ‹imbiancata› dell’identità europea. 

Oltreoceano, Robin Wilson-Beattie ci accompagna per le strade di San Francisco e, quando capitiamo su Geary Boulevard, ci fa notare che proprio come il politico Thomas Geary un secolo fa non avrebbe permesso una relazione tra lei, donna nera, e il suo compagno, uomo asioamericano, oggi in Europa esiste la volontà di controllare i comportamenti sessuali e riproduttivi delle persone migranti. 

Restando in California, l’antropologa Alessandra Castellani analizza la riscoperta della mexicanidad della comunità messicano-statunitense che vive nei barrios di Los Angeles. Qui nasce la tecnica black and gray, tipica dei Tatuaggi Chicani con cui viene riaffermata l’identità culturale dei chicanos e delle chicanas. 

In Diaspore digitali, Andoni Alonso estende al mondo online il dibattito sulle diaspore. Ciò che all’inizio sembrava entusiasmante, la riunificazione e l’organizzazione politica delle comunità migranti su Internet, oggi sembra distopico: abbiamo creduto che il web fosse uno spazio pubblico, ma in realtà è dominato da interessi privati contrari a quelli delle lotte politiche animate dalle diaspore fisiche. 

Con Alessia Gasparini torniamo in Europa, e nello specifico nei Balcani. Si parte per un viaggio Dentro la Jugosfera, quella comunità immaginata da chi è nato nella Jugoslavia di Tito e che l’ha vista cadere a pezzi durante le guerre degli anni 90. Oltre alla jugonostalgia per la bratsvo i jedinstvo (unità e fratellanza), oggi le figlie e i figli della diaspora jugoslava possono riscoprire una nuova armonia. 

La sezione femminista di questo volume ci porta in Sudan. Amal Hassan Fadlalla racconta la storia di Alaa Salah, studentessa sudanese che nel 2019 partecipò alle proteste per far cadere il regime autoritario di Al-Bashir, ma che finì nella sezione moda del New York Times, dove venne presentata come una Nubian Queen, con tanto di commenti sul suo vestito e sui suoi orecchini. Un silenziamento che si manifesta nella forma dell’esotismo: dobbiamo decolonizzare le rappresentazioni delle donne nere nei media occidentali. 

Benedetta Pintus e Giusi Palomba partono assieme per un cammino parallelo che ha come scopo la riappropriazione dell’identità sarda e di quella meridionale. Entrambe sperimentano quel processo conosciuto negli studi diasporici come rememory. Sapendo che la memoria familiare e sociale della schiavitù nelle comunità afroamericane ha preparato una nuova stagione di coscienza politica e di lotte, Pintus scava nel passato delle ‹serve›, le donne sarde che partivano verso le grandi metropoli del nord Italia per lavorare al servizio dei Signori, mentre Palomba ricorda l’oppressione di sua nonna, costretta all’analfabetismo e allo sfruttamento della mezzadria. Benedetta infine ci mostra la sua terra, raccontando che cosa ha significato per lei, donna sarda, lasciare l’Isola per poi tornarci, e quale è la strada da seguire per accogliere Il ritorno delle Brùscias, donne definite streghe perché libere, scomode e custodi di poteri dimenticati. Invece Giusi, con Teniamo che fare, invita le donne del Sud a riscoprire una centralità strappata da immagini di progresso e di socialità imposte dall’esterno che hanno reso il Sud una periferia. 

 

Sebijan Fejzula chiude la sezione femminista di questo numero affrontando un tema che la riguarda personalmente, e in La minaccia Romanipen denuncia la costruzione della razza dei popoli romaní come antitesi alla Modernità Bianca d’Europa e come ostacolo alla civilizzazione dei bianchi. 

Nella sezione SGUARDO INTERNAZIONALE abbiamo tradotto 17 pagine da Our Work Is Everywhere, una graphic nonfiction di Syan Rose. Pubblicata quasi in contemporanea con l’originale inglese di Arsenal Pulp Press, una delle più interessanti case editrici indipendenti canadesi, OWIE dimostra come il sentire diasporico possa manifestarsi nella forma di un urlo di denuncia da parte delle comunità queer internazionali: Il nostro lavoro è ovunque! In questa traduzione abbiamo iniziato a sperimentare l’uso della schwa (‹ə›) per evitare il maschile sovraesteso. Questo esperimento porterà a includerlo nella guida di stile di menelique a partire dai prossimi numeri. Se è possibile per noi sperimentare, così come se è stato possibile acquisire i diritti di traduzione di questa opera così densa e curata, è grazie a te che leggi queste pagine e al tuo sostegno economico a questo progetto editoriale.  

Le sezioni dedicate alla narrativa ospitano due racconti, scritti da Basma Abdel Aziz e da Nosa Odiase. Basma ci porta nell’Egitto contemporaneo, tra espropri e diaspore digitali, mentre Nosa in una lontana Africa occidentale, per ricordarci come anche l’Africa abbia il suo immaginario medievale, e come questo possa decostruire le sue rappresentazioni eurocentriche a cui siamo abituate. Simone Marcelli Pitzalis e Anastasia Christou, invece, ci donano due poemi sulle radici sarde e sull’eterno conflitto vissuto dalle donne e dalle froce contro il sistema eteropatriarcale. 

 

 

La sezione EPISODI ONLINE presenta 5 articoli disponibili su menelique.com: Claudia Minchilli, Perché parlare di diaspora; Aneesh Aneesh, Cittadinanze Transnazionali, sul pericolo nascosto nel legare i diritti al possesso di documenti; Cindy Patton, Diaspora Queer in Lockdown, sul come nella chiusura causata dalla pandemia si siano sviluppate reti tra le persone della diaspora queer; Bahar Baser, Lavattivismo e diaspora kurda; Beverly Yuen Thompson, Hong Kong Tattoos, sul come i manifestanti delle proteste a Hong Kong abbiano costruito una estetica che ha permesso loro di costruire una identità rivoluzionaria. 

Abbiamo aspettato due anni prima di pubblicare un numero che potesse affrontare questo tema, il più importante per la nostra linea editoriale. Abbiamo dovuto ascoltare, riflettere, entusiasmarci, scrivere e riscrivere, demoralizzarci, imparare. Per tutto questo tempo, lo ammettiamo, non abbiamo avuto il coraggio di parlare di diaspora. È per questo che guardiamo a questa nostra quinta pubblicazione come se fosse la prima, fuori tempo massimo.

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Indice:

Editoriale
di Giovanni Tateo
Il pensiero diasporico
di Ipek Demir
Geary Boulevard
di Robin Wilson-Beattie
Tatuaggi Chicani
di Alessandra Castellani
Diaspore digitali
di Andoni Alonso
Dentro la Jugosfera
di Alessia Gasparini
Diaspore Abbaglianti (fiction)
di Anastasia Christou
Esercizi (fiction)
di Simone Marcelli Pitzalis
Diaspora in numeri (infografiche)
Player2: gaming e diaspora
di Matteo Lupetti
L’Isola virtuale (fiction)
di Basma Abdel Aziz
Solo per una notte (fiction)
di Nosa Odiase
Decolonizza questo!
di Amal Hassan Fadlalla
Il ritorno delle Brùscias
di Benedetta Pintus
Teniamo che fare
di Giusi Palomba
La minaccia Romanipen
di Sebijan Fejzula
Il nostro lavoro è ovunque (OWIE)
di Syan Rose
Sandra Monterroso
di Giovanna Maroccolo
Kulture Room
di Daniele Ferriero
Marco Petrelli
Danilo K. Kaddouri
Marcello Torre

Indice Episodi online (su menelique.com):

Lavattivismo e diaspora Kurda
di Bahar Baser
 Hong Kong Tattoos
di Beverly Yuen Thompson

Queer Diaspora in Lockdown
di Cindy Patton
Cittadinanze transnazionali
di Aneesh Aneesh
Perché parlare di diaspora?
di Claudia Minchilli

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