NET09 Lezioni perdute, #3 / E01

Pedagogia radicale (da Truthout)

Una pedagogia di comunità per approfondire la propria storia, fatta non solo di discriminazioni subite ma anche attuate, in modo da essere veramente consapevoli, e poter partecipare così ai movimenti di trasformazione in favore della giustizia e dell'eguaglianza.

Pedagogia radicale (da Truthout)

parole di:

Molte e molti di noi stanno riflettendo su che cosa significhi impegnarsi criticamente all’interno delle proprie comunità per sostenere i più ampi movimenti per la giustizia e per rispondere alle loro istanze. In questo momento, dare priorità all’istruzione della comunità (un processo di apprendimento e di insegnamento collettivo orientato a un cambiamento sociale significativo) è uno dei tanti modi in cui chi non è direttamente preso di mira dal razzismo verso le persone nere può, collettivamente, sostenere queste istanze e partecipare ai movimenti per l’abolizione delle polizie, delle prigioni e di tutti i sistemi che traggono profitto dal razzismo e che lo perpetuano. 

Come si presenta il lavoro di educazione della comunità? 

Richiede un esame onesto e riflessivo. Significa pensare consapevolmente a che cosa significa essere alleate e alleati nella lotta. Significa lavorare profondamente all’interno delle comunità di cui facciamo parte (nel mio caso, in gran parte comunità ebraiche bianche), perché quelli di noi che hanno beneficiato della supremazia bianca e delle sue istituzioni hanno bisogno di capirne la storia, le realtà attuali, la nostra complicità, e il modo in cui agire con integrità. Ciò significa che il nostro apprendimento è concretamente legato a come agiamo, a quello che facciamo. 

Per assicurare che il nostro lavoro sia significativo, dobbiamo avere quanta più chiarezza possibile sui principi che lo spingono a andare avanti. Ho riflettuto sui progetti educativi comunitari di cui ho fatto parte, come ‹Jews Against Anti-Muslim Racism› (incentrato sulla sfida al razzismo antimusulmano) e come ‹Facing the Nabka› (che affronta la questione della giustizia in Palestina). In ogni iniziativa, il lavoro che abbiamo svolto all’interno delle nostre comunità è stato plasmato e informato dai movimenti più ampi di cui facevamo parte, che erano guidati dalle persone più colpite da quei sistemi ingiusti che stavamo sfidando. Come partner ebrei in questo lavoro, ci siamo considerati responsabili nei confronti di questi movimenti per la giustizia, il che significa che il nostro lavoro di istruzione comunitaria non è stato fatto in modo isolato, ma è emerso nel contesto della nostra costante organizzazione, con e all’interno di movimenti più ampi per la giustizia. Le nostre risorse e i nostri programmi sono nati dall’organizzazione, dall’analisi e dalle risorse di coloro che sono in prima linea in questi movimenti per la giustizia. Il nostro lavoro era in continua evoluzione e comprendeva un continuo processo di apprendimento, di riflessione, di approfondimento e di un ripensamento più ampio, sempre con un occhio e un impegno verso un’azione responsabile e efficace.

In questo momento all’interno delle comunità ebraiche, in gran parte bianche, con cui sto interagendo, vedo un maggiore riconoscimento della brutalità delle polizie e del razzismo contro le persone nere.

Tuttavia, le conversazioni spesso scivolano nel sostegno a qualche ‹riforma› delle forze dell’ordine, piuttosto che impegnarsi profondamente con le idee, le visioni e le strategie proposte dall’abolizionismo. Come osserva il gruppo Critical Resistance, l’abolizione del complesso industriale carcerario ‹è una visione politica con l’obiettivo di eliminare le prigioni, le polizie e la sorveglianza, e di creare alternative durature alla pena e alla detenzione›.

Queste conversazioni e il tipo di risposte della gente mi ricordano per molti versi le discussioni a cui ho preso parte (anche con gli ebrei in gran parte bianchi) sulla Palestina e sul razzismo antimusulmano. Nelle conversazioni sulla Palestina, anche quando c’è un riconoscimento delle politiche e delle pratiche oppressive di Israele, le discussioni spesso iniziano e finiscono con l’occupazione dei territori del 1967 da parte di Israele come ‹problema› da risolvere. Questa analisi non riesce a raggiungere il vero cuore del problema, la radice di ciò che è accaduto, cioè la Nakba, l’espulsione di 750.000 palestinesi dalla loro terra e dalle loro case iniziata prima e durante la creazione di Israele nel 1948. Non riconoscere questa verità, e proporre invece l’analisi più ‹appetibile› del problema a partire dal 1967 porta a sostenere ‹soluzioni› che non affrontano le basi dell’ingiustizia.

Allo stesso modo, mentre tante persone all’interno delle nostre comunità hanno riconosciuto l’esistenza dell’islamofobia, il più delle volte essa si concentra su attacchi individuali, e non sulla violenza antimusulmana, sancita dallo Stato, come dimostra la ‹Guerra al terrore› che prende di mira e demonizza i musulmani negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Ignorare la violenza sancita dallo Stato significa non affrontare i maggiori responsabili della violenza antimusulmana in questo paese: il governo degli Stati Uniti e i suoi militari.

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Il nostro lavoro richiede non solo la comprensione dei modi in cui queste ingiustizie si manifestano, si perpetuano e si inseriscono nelle strutture stesse della nostra società, ma anche di come si realizzano all’interno delle nostre comunità.

Parte del nostro lavoro di educazione della comunità significa rendere visibili, e guardare criticamente, le profonde differenze tra il lavorare per riformare i sistemi violenti, che spesso serve solo a perpetuare le ingiustizie di fondo, e il lavorare per sradicare quei sistemi e costruire alternative.

Questi esempi potrebbero riflettere la differenza tra analisi liberal e analisi radicali, ma credo che riflettano anche qualcosa di più: che

troppo spesso abbracciamo soluzioni che ci fanno sentire a nostro agio,

 o che non ci scuotono davvero, e che allo stesso tempo ci fanno sentire come se stessimo facendo qualcosa per sostenere il cambiamento sociale. Queste soluzioni ‹confortevoli› sono in contrasto con quelle che ci costringono a affrontare le questioni sistemiche e strutturali in sé e mettono in discussione il nostro ruolo (individuale e collettivo) nel perpetuare tali sistemi di oppressione. Quindi il nostro lavoro non è quello di permettere a noi stessi di sentirci a nostro agio, di essere autocompiaciuti, ma di scavare sempre più in profondità, in modo che il nostro organizzarci rifletta quella profondità, risponda alle chiamate delle comunità colpite e ci permetta di partecipare a movimenti più ampi per una vera trasformazione. 

Istruire la comunità significa sviluppare insieme opportunità di apprendimento, nonché programmi e pedagogie per sostenere tale apprendimento, attingendo alle vaste risorse che sono già state create da coloro che hanno lavorato su questi temi per anni e anni. Molti e molte di noi possono non conoscere ancora i temi dell’abolizione delle polizie e delle carceri, ma c’è una lunga storia di organizzazioni e di membri delle comunità, in particolare delle comunità nere, che hanno gettato le basi per il lavoro che c’è da fare oggi, e che hanno immaginato e lavorato per un mondo giusto, senza carceri e senza polizie.

Alcuni di questi lavori critici sono quelli di Mariame Kaba, Ruth Wilson Gilmore, Angela Davis, Critical Resistance, Dean Spade, Survived & Punished, Alex Vitale, Black and Pink, INCITE!, Reclaim the Block, Dream Defenders, Bay Area Transformative Justice Collective, #8toAbolition, e di molte altre persone e gruppi.

Il nostro lavoro richiede non solo la comprensione dei modi in cui queste ingiustizie si manifestano, si perpetuano e si radicano nel cuore e nelle strutture stesse della nostra società, ma anche di come si svolgono all’interno delle nostre comunità, che troppo spesso si traducono in un sostegno attivo all’oppressione, piuttosto che nella liberazione. Un serio impegno nell’educazione della comunità non può essere considerato un ‹qualcosa in più› o un esercizio accademico. Piuttosto, dobbiamo darle priorità come parte integrante del nostro continuo organizzarci all’interno della comunità che abitiamo, il che richiede di sfidare noi stesse, di spingere noi stessi a approfondire la nostra conoscenza, modellare e informare il nostro pensiero e, cosa più importante, partecipare in modo genuino e coraggioso al lavoro per la giustizia.

Traduzione di Alessandro Longo

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Indice:

 

Editoriale. Lezioni perdute.
di Giovanni Tateo
Atena nera: razzismo in accademia
di Franklin Obeng-Odoom
Burger King University
di Eleonora Priori
Sesso imperfetto
di Robin Wilson-Beattie
Un uomo sfortunato
di Rémy Ngamije
Speaking English
di Mubanga Kalimamukwento
Il primo giorno di una nuova scuola
di Salvatore Iaconesi
Teachers
di Masande Ntshanga
Sequenze di una ribellione
di Mali Kambandu
Gamificando non si impara
di Matteo Lupetti
Gaokao
di Zheng Ningyuan
Percorsi precari
di Marcello Torre
Decolonizzare l’università
di Robbie Shilliam
Genocidio antigitano
di Kale Amenge
Conversazione con Ana Gallardo e Nina Fiocco
di Giovanna Maroccolo
Kulture Room
di Marianna Rossi
Daniele Ferriero
Marco Petrelli
Danilo K. Kaddouri
Il precedente impiegato polivalente, M.
di Simone Marcelli Pitzalis

Indice Episodi online (disponibili su menelique.com):

Numero primo: Ruggero Freddi
di Matteo Cresti
Genere e accademia
di Vera Tripodi
Università Sudamerica
di Andrés Cáceres
Femminismo anticarcerario. Amicizia, stupro, comunità.
di Giusi Palomba
L’ora di Open source
di Daniele Gambetta e Alessandro Tartaglia
Pedagogia radicale
di Donna Nevel

Immagini di: